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Sabato 11 Maggio 2013 si è svolto presso la Sala Polivalente del Comune di Casperia (Rieti), il Secondo Incontro di Studi speleo-archeologici “La Sabina Sotterranea”, organizzato dal Gruppo Speleo-Archeologico Vespertilio in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Casperia.  Hanno preso parte al convegno: 

Il Dott. Alessandro Betori in rappresentanza della Soprintendenza per i Beni archeologici del Lazio.

Cristiano Ranieri (Presidente del Gruppo Speleo-Archeologico Vespertilio): “I culti di epoca romana nelle grotte sabine: Grotta Grande a Monteleone Sabino (o grotta di Muro Pizzo)”.

C. Germani, V. Caloi, T. Dobosz, C. Galeazzi (CRS Egeria – Hypogea Federazione Gruppi Spel. del Lazio per le CA): “Ricerche speleologiche lungo l’acquedotto di Catino – Poggio Catino” .
Gabriele D’uffizi (Gruppo speleo-archeologico Vespertilio): “L’antico acquedotto della Fonte del Pozzo a Casperia”.
Riccardo Bertoldi (Gruppo speleo-archeologico Vespertilio): “Biodiversità in ambiente artificiale: ipogei sabini”.
Cesare Silvi (Organizzazione di volontariato Valledelsalto.it): “Riscoperta di monumenti sotterranei e antichi paesaggi lungo il tratto del sentiero europeo E1 che attraversa la Valle del Salto”.
 

Il 13 aprile si è svolta la giornata di studio “Ponte Terra: un’opera di ingegneria arcaica nell’Agro Romano” organizzata dall’Associazione Amici di San Vittorino in collaborazione con il Centro Ricerche Sotterranee “Egeria”, Italia Nostra Roma e Legambiente Tivoli.

Sono intervenuti: Fabrizio Rossi (Associazione Amici di San Vittorino) “Scopriamo il territorio: un ciclo di eventi per la conoscenza di San Vittorino e dell’Agro Romano Antico”, Carlo Germani (Centro Ricerche Sotterranee “Egeria”) “Le indagini speleo-archeologiche condotte a Ponte Terra”, Vanna Mannucci (Italia Nostra Roma) “San Vittorino e l’Agro Romano Antico: l’angolo della Capitale che è rimasto, semplicemente, campagna”, Gianni Innocenti (Legambiente Tivoli) “Iniziative per la protezione, la tutela e lo sviluppo sostenibile del territorio”.

A completamento delle relazioni è stata effettuata una escursione nella Forra di Ponte Terra.

Il Fosso di Ponte Terra, lungo una decina di chilometri e percorso da un flusso d’acqua perenne alimentato da sorgenti che si trovano sul versante sud dei monti Tiburtini e su quello occidentale dei Prenestini, scorre in una forra (tipici valloni dell’Agro Romano Antico) profonda una cinquantina di metri. Situato poco a Nord dell’abitato di San Vittorino, è interessato da un vasto complesso di opere cunicolari arcaiche, intercettate e distrutte da altre opere antiche tra le quali lo sbarramento artificiale per l’attraversamento della valle. Il complesso delle opere idrauliche risale a varie epoche e a diversi scopi: grandi gallerie per il passaggio dell’acqua, acquedotti, cunicoli di drenaggio a protezione del Ponte. Scendere nel profondo della forra ed avvicinarsi a Ponte Terra significa “immergersi” nel passato attraverso opere ingegneristiche che ancora oggi rappresentano una “palestra culturale” per molti studiosi di idraulica del mondo antico.

Le indagini speleo – archeologiche condotte dal CRS ”Egeria”

I cunicoli di Ponte Terra inaugurarono la proficua stagione della speleologia in cavità artificiali nel Lazio, essendo i primi ad entrare nel Catasto relativo (CA 1 LaRM). Nel 1990 G. Cappa, V. Castellani, W. Dragoni ed A. Felici presentarono al XVI Congresso Nazionale di Speleologia una prima analisi delle strutture di Ponte Terra ed il rilevo delle due grandi gallerie e dei vari cunicoli da esse intersecati. Nello stesso anno l’analisi viene ripresentata in forma ridotta sulla rivista della “Speleologia” e l’anno seguente sulla rivista dello Speleo Club Roma.

Nel 1999, infine, V. Castellani pubblica in “Civiltà dell’acqua” un ultimo vasto studio dei sistemi cunicolari di Ponte Terra soffermandosi non solo sulle grandi gallerie, ormai ampiamente documentate, ma anche sui numerosi e poco indagati cunicoli presenti a monte e a valle della struttura più nota. Gran parte degli studi effettuati dal Centro Ricerche Sotterranee “Egeria” (CRSE) partono proprio da questa pubblicazione e ad essa fanno riferimento.

La mancata esplorazione dei tanti cunicoli visibili sulle pareti della forra di Ponte Terra era, infatti,  fonte di particolare cruccio nell’amico Vittorio Castellani che nel 2003 ci convinse ad intraprendere la sistematica esplorazioni di tutte le strutture visibili.

I primi risultati, come spesso accade in questi casi, hanno subito stravolto molte ipotesi avanzate in precedenza. La prematura scomparsa di Vittorio ha poi bloccato a lungo le ricerche del CRSE, che sono riprese in modo sistematico solo nel 2007. Tutte le strutture presenti nella zona tra le grandi gallerie e per circa un chilometro a monte e a valle sono state raggiunte con tecniche di progressione speleologica, rilevate topograficamente e le planimetrie restituite in CAD.

Il risultato dei nostri studi, ad oggi i più completi mai condotti negli ipogei della zona, è stato presentato all’Accademia dei Lincei nell’ambito di uno dei convegni annuali dedicati alle ”Giornate dell’Acqua” e al VI Convegno Nazionale di Speleologia in Cavità Artificiali (Napoli, 2008) SCARICA QUI IL PDF

A volte mi domando quali vie avrebbe preso la mole degli studi compiuti nei sotterranei di mezzo mondo se non fosse esistita la rivista Opera Ipogea. Nata nel 1995, per volontà della Commissione Nazionale Cavità Artificiali della Società Speleologica Italiana, esce con un primo numero monografico intitolato “Le città sotterranee della Cappadocia” e dal 1999 diventa un periodico acquistabile in abbonamento (www.operaipogea.it)

In 14 anni, dal gennaio 1999 al dicembre 2012, ha pubblicato 228 articoli di 250 diversi autori italiani e stranieri, suddivisi in 20 miscellanee, 6 monografie, 2 atti di convegni nazionali, un numero speciale che sintetizza la storia, gli obiettivi e i progetti della Commissione e un supplemento dedicato all’antico acquedotto delle Cannucceta (Praeneste).

Speleologia urbana, speleologia in cavità artificiali, archeologia del sottosuolo, speleologia per l’archeologia, studio delle opere antropiche ipogee di interesse storico. Modi diversi per descrivere quello che in realtà è stato un unico, lunghissimo, percorso sotterraneo che partendo dal sottosuolo del nostro Paese ha raggiunto la Turchia, la Tunisia, la Giordania, la Libia, Israele, Malta e la Cina.

Opera Ipogea pubblica i risultati delle più importanti campagne di studio condotte nelle cavità artificiali italiane ed estere, atti di convegni nazionali, tavole rotonde, workshop internazionali e censimenti tematici delle strutture ipogee artificiali, configurandosi oggi come il più importante periodico del settore al mondo e annoverando nel comitato scientifico i maggiori esperti internazionali. Anche per questo da qualche anno è stata aggiunta al titolo originale l’estensione Journal of Speleology in Artificial Cavities (vai al sito di Opera Ipogea).

Su Opera Ipogea hanno pubblicato il Prof. Amos Kloner (archeologo e professore emerito presso il Department of the Land of Israel Studies della Bar Ilan University di Ramat Gan, Israele, dove insegna archeologia ellenistica, romana e bizantina), il Prof. Vittorio Castellani († 2006, membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei e professore ordinario di astrofisica all’Università di Pisa), Fabrizio Ardito (giornalista e fotografo, autore di numerosi articoli, reportage, speciali tv e volumi dedicati al turismo, all’escursionismo, alla speleologia e ai monumenti sotterranei delle città d’Italia), il Prof. Carlo Ebanista (professore associato di Archeologia Cristiana e Medievale presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione dell’Università del Molise, membro della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e Ispettore per le Catacombe della Campania), il Generale Guido Amoretti († 2008, appassionato archeologo e studioso di storia patria, ideatore del Museo Pietro Micca di Torino), Giorgio Filippi (archeologo, conservatore della raccolta epigrafica dei Musei Vaticani, ha condotto le ricerche documentali e guidato gli scavi nella Basilica romana di San Paolo fuori le mura), il Prof. Paolo Forti (membro della National Speleological Society, della Società Speleologica Italiana, dal 1997 Presidente Onorario dell’ Unione Internazionale di Speleologia), il Prof. Giovanni Badino (fisico, docente presso l’Università di Torino, dal 1970 svolge attività speleologica esplorativa e scientifica in Italia e al’estero partecipando a numerose spedizioni extraeuropee, soprattutto con l’associazione La Venta di cui è presidente, fra i maggiori esperti al mondo di speleologia glaciale), Carlos Solito (scrittore e fotografo, autore di reportage e servizi foto-giornalistici in tutto il mondo predilige le tematiche antropiche, paesaggistiche e di life style). E molti altri.

L’importanza della rivista, o speleological magazine come viene altrimenti definita grazie all’interesse che va acquisendo anche in campo internazionale, è indubbiamente legata alla capacità di mettere a disposizione di studiosi e ricercatori un archivio documentale di straordinaria importanza: informazioni sui sotterranei realizzati dall’uomo nel corso dei millenni che, in assenza di un canale dedicato come questo, non risulterebbero reperibili. O per lo meno lo sarebbero in modo estremamente frammentario e disorganico.

Si tratta di contributi speleologici e multidisciplinari, tecnici e scientifici. Frutto delle indagini sul territorio (esplorazioni condotte con tecniche di progressione speleologica), cartografiche, bibliografiche e di archivio, a seguito delle quali sono stati acquisiti i dati topografici di ogni ipogeo, specificandone la correlazione con il soprasuolo, effettuando l’analisi degli aspetti strutturali, storico-archeologici, architettonici, climatici, geologici, biologici. Spesso corredati da indicazioni preliminari sull’adozione di opportune misure conservative e di valorizzazione.

Uno straordinario data-base descrittivo, documentale e fotografico dal quale emergono le storie di centinaia di luoghi: non solo quelli più noti al vasto pubblico, come la Roma sotterranea, gli acquedotti di Bologna, le magie e i misteri della Torino underground, la Kleine Berlin di Trieste e gli acquedotti dell’antica Cagliari – Carales, ma anche (direi soprattutto) quelli di tanti comuni più piccoli che potrebbero certamente individuare, nelle pieghe degli studi pubblicati, nuove e fondamentali opportunità di promozione storica e turistica del proprio territorio. Perché attraverso le pagine di questa rivista è stata svelata la sapienza del mondo antico e la cultura degli antichi saperi. Storia, cultura, civiltà, ambiente sottotitolavamo, non a caso, fino a qualche tempo fa.

Non esiste problema per il quale l’uomo non abbia cercato, nel corso dei millenni, delle soluzioni. Trovandole molto spesso nell’uso del sottosuolo, che ha infatti variamente scavato e antropizzato.

La rivista, come la storia che racconta, ha avuto diverse fasi. Quella iniziale, che definirei “sperimentale”, nella quale si è dovuto immaginare e poi comporre un prodotto assolutamente nuovo e di difficilissima collocazione nel panorama editoriale. Ciò è stato possibile grazie alla sinergia con la Casa Editrice Erga di Genova, con la quale Opera Ipogea è stata stampata dal 1999 al 2004.

Dal 2005 la rivista si è affrancata dalla copertura editoriale esterna diventando prodotto esclusivo della Società Speleologica Italiana, già proprietaria della testata, e cambiando formato. Nel 2007 il cambio di coordinamento della redazione e l’ampliamento nella composizione del comitato scientifico a personalità del mondo accademico nazionale ed internazionale hanno regalano alla rivista un ulteriore salto di qualità tanto che, pur non avendo ottenuto ancora l’Impact Factor, si caratterizza per la coerenza e l’assoluta attendibilità degli studi pubblicati.

Nel 2013 la testata apre anche una vetrina sul web (www.operaipogea.it), per mettere a disposizione degli interessati gli articoli dei numeri esauriti (scaricabili gratuitamente), alcuni contenuti aggiuntivi e favorendo nel contempo l’acquisto in abbonamento.

Il target del periodico è molto vario: al pubblico speleologico si sono uniti, nel corso degli anni, lettori curiosi, attenti agli aspetti meno visibili, ma non per questo meno suggestivi, del patrimonio storico – archeologico ipogeo. Archeologi, in particolare medievisti, architetti, enti locali, soprintendenze. Oggi la rivista è non solo un preciso punto di riferimento editoriale ma anche un ponte imprescindibile fra l’archeologia e la “non solo speleologia”.

Ricordo che Vittorio Castellani, con il quale ho condiviso il piacere e il privilegio di contribuire (insieme ad altri colleghi) alla nascita di questa rivista, riteneva che Opera Ipogea sarebbe diventata, con l’andar del tempo, il “catasto illustrato” delle cavità artificiali. Aveva ragione.

Opera Ipogea  Journal of Speleology in Artificial Cavities – Memorie della Commissione Nazionale Cavità Artificiali – Rivista semestrale della Società Speleologica Italiana - Iscrizione al Tribunale di Bologna n. 7702 dell’11/10/2006 ISSN 1970-9692. Acquistabile solo in abbonamento.

Ancora al Tuscolo. Da un anno cerchiamo di ricostruire l’idraulica antica della zona, di grande interesse storico archeologico per essere stata insediamento pre-romano, romano e medievale. Altri ricercatori se ne sono occupati prima di noi, restituendo però un quadro parziale delle conoscenze. In dicembre eravamo ormai certi di aver messo ogni tessera del mosaico al proprio posto e che l’acquedotto che avevamo ritrovato fosse proprio quello di Camaldoli che tutti andavamo cercando da anni. Poi i dubbi di Giulio Cappa (uno dei maggiori esperti delle cavità artificiali del Lazio) ci avevano impensierito…

Mai dare per sicuro nulla, fino a che non hai prove certe. E a noi la “prova” numero uno mancava. Per essere sicuri che si trattasse proprio dell’acquedotto che stavamo cercando avevamo due possibilità: entrare dal convento e calarci nel cunicolo idraulico oppure trovare l’altro capo del tubo in pvc arancione che scompariva al fondo di uno dei rami esplorati in precedenza.

La prima ipotesi era impercorribile perché il convento, di stretta clausura (maschile), ammonisce i visitatori con un cartello sul portone che dice “vietato chiedere permessi di ingresso, anche a scopo devozionale”. Figurati chiedendogli un permesso per l’esplorazione dell’acquedotto! La seconda era logica e fattibile, ma dopo aver battuto il piano di calpestio in lungo e largo ci eravamo convinti che un tratto del condotto fosse ormai collassato. E Giulio ci incalzava con i suoi dubbi.

Siamo tornati sul pianoro con il rilievo e le direzioni dei rami già esplorati e proiettato idealmente il percorso sulla superficie. Bingo! Trovato un nuovo ingresso molto ben nascosto, trovata l’altra parte del tubo in pvc (ma chi ce lo avrà messo e perché?) e ricostruito il percorso sotterraneo che naturalmente chiude sul muro di cinta del convento.

Ora possiamo dire che il Tuscolo non ha più misteri da svelare, almeno per noi. Ha invece ancora tanto da raccontare dal punto di vista della tecnica idraulica antica, vista la coesistenza di tante strutture realizzate a grande distanza temporale le une dalle altre, come se ad ogni macro periodo insediativo fossero corrisposte altrettante progettazioni. Sarà molto interessante compararle e farle confluire nel censimento tematico Carta Antichi Acquedotti coordinato dalla Commissione Nazionale cavità Artificiali della SSI. Dove saremo nei prossimi mesi? Al Tuscolo, naturalmente.

Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

Il toponimo “rumice” richiama il termine romitorio. La grotta naturale si trova nell’area soprastante il quartiere degli Scacciati a Palestrina, sulla via di costa che anticamente saliva sino a Castel San Pietro (noto set del film “Pane Amore e Fantasia”) e permetteva il collegamento fra la città di Praeneste e la sua acropoli. L’ampia visuale sul paesaggio sottostante e l’evocazione propria della “salita al monte” suggerisce la frequentazione devozionale del luogo. La grotta si apre a circa metà dell’antico sentiero. Qui la tradizione, tramandata sino ai nostri giorni, vuole che nel VI secolo d.C. tre eremite (Herundine, Romola e Redenta) si rifugiassero per astrarsi dal mondo civile raccogliendosi in preghiera.

Da le “Memorie Prenestine” (Petrini P.): “Menava in quei tempi vita eremitica sul monte Prenestino una divota donna per nome Herundine con una sua discepola chiamata Redenta. Dissi in quei tempi, perché San Gregorio narra che quando egli si fe’ Monaco, cioè nell’anno 575, l’una era morta, l’altra era vecchia. Se poi sia vero che la speleonca da loro scelta per abitazione sia quella grotta, che vedesi sulla falda orientale della nostra Montagna alquanto sopra la Chiesa di Cesareo, ed è volgarmente chiamata Grotta Rumice, io non ardisco asserirlo: come altresì non ardisco asserire ch’elle vivessero sotto la direzione de’ Monaci dimoranti sul nostro monte, benché cose tali siano assai verisimili. Ciò che però asserisco è che Herundine fu dotata di gran virtù, e Redenta ammaestrò nella pietà due fanciulle, una delle quali chiamata Romola fu in morte contraddistinta da Dio con celesti apparizioni; di modo che sono tutte venerate dalla Chiesa come Sante, e nella nostra Diocesi se ne celebra l’Offizio”.

Da una ricerca sul web abbiamo individuato la corrispondenza di tutti e tre i nomi nella sola lista civile femminile di Buenos Aires ed ipotizzato che le tre eremite potessero essere di origine spagnola o portoghese. Abbiamo quindi proseguito le ricerche sul motore di ricerca dei due paesi abbandonando le pagine italiane che non davano alcun risultato.

Così facendo abbiamo ottenuto risultati più che soddisfacenti, ritrovando notizie delle Sante eremite nella Historia delle Sante Vergini Romane (Gallonio A.).

“…Fiorirono quelle Sante ne i tempi di San Gregorio Papa, celebra la Chiesa la solennità loro a’ 23 di Luglio come appare per l’autorità del Martirologio Romano (che ) nel giorno suddetto ne scrive con queste parole. A Roma, le Sante Vergini Romola, Redenta & Herundine, delle quali scrive San Gregorio Papa; i cui corpi furono portati a Tivoli, dove hoggi si celebra solennemente la lor memoria. AVVERTIMENTO AL LETTORE intorno alla reliquie di quelle Sante Vergini. Una gran parte de i corpi di queste Sante nella Chiesa di Santa Maria Maggiore si riposa, il che dimostrano l’infrascritte parole, che in essa si leggono: In quella sacra Basilica, sono riposti i corpi de i Santi Matteo Apostolo, Girolamo Dottore, Romola, e Redenta Vergini co tutto ciò bisogna dire, che alcune ossa loro, e non i corpi intieri nella città di Tivoli si conservino, e questo perche si trova scritto e si tiene da molti che in essa i corpi loro sono stati trasferiti; il che può esser vero, pigliandosi il tutto per una parte, e non in rigore per quello che sona quella parola”.

Abbiamo anche ritrovato traccia delle tre eremite anche negli Annali Ecclesiastici tratti da quelli del Cardinal Baronio (Rinaldi O. pag. 123, paragrafo 24).

“Né lasceremo di por qui un’altra bella storia , che quest’anno medesimo il Santo Pontefice narrò nell’homelia quarantesima di ciò ch’avvenne quando egli si rendé monaco: stava, dice, allato alla chiesa della B. Vergine una monaca, per nome appellata Redenta, discepola già d’Herundina, donna d’halte virtù, c’havea fatta vita solitaria sopra i monti di Palestrina e con Redenta habitavano due sue discepole nell’histesso habito monacale, una chiamata Romola e l’altra la quale ancora vive, e nota mi è di veduta ma non di nome. Romola passava assai ne’ meriti la compagna, si come colei ch’era di meravigliosa patientia e di somma ubbidienza, osservante molto nel silentio, e del continuo all’oratione vocata.

Ma imperoche quegli, che dagli huomini stimati sono perfetti, hanno tal’hora alcuna imperfettione negli occhi di colui, che tutto vede, ella fu a maggior suo profitto percossa di paralisi e costretta a giacer piu anni in letto priva dell’uso di quasi tutti i membri. Non però di meno questi flagelli non perdussero la sua mente a impatientia; ma accrebbero le sue virtù splendie e singolari. Avvenne poi una notte ch’ella chiamo Redenta, che nudriva ambedue le discepole in luogo di figliole e le disse: Vieni, madre, vieni. La qual tosto rizzatasi con l’altra fu ad essa. E stando ambedue in su la mezza notte al letto della della paralitica, venne subitamente una celeste luce di tanta chiarezza, che strinse con inestimabile sbigottimento il cuore delle assistenti, le quali si gelarono e stupite rimasero. E sì come elle poi dissero, cominciarono a sentire certo strepito, come se una caterva grande di gente entrasse, e scotesse l’uscio della cella. Ma tutto elle sentissero la moltitudine, nientemeno tra per l’immensità del timore e della luce non vedevano nulla. Appresso alla luce venne una fragranza di maraviglioso odore, si che riconfortava il loro turbato e smarrito animo per la grandezza dell’apparito splendore.

Né potendo elle sostenerlo, Romola cominciò a confortare Redenta con piacevol voce, dicendole: Non haver paura, madre, che io hora non morrò; e ciò sovente essa replicando, la luce a poco a poco sparve, ma l’odore rimase: e così passò il secondo e terzo di, pur durando la fragranza. La quarta notte Romola chiamò di nuovo la sua maestra e chiese e ricevette il viatico. Ne essendo ancora Redenta e l’altra discepola partite dal letto dell’inferma, udirono, che nella piazza avanti la porta della cellas tavano due cori, uno d’huomini e l’altro di donne, alternamente salmeggiando e mentre che si celebravano in tal guisa le celestiali esequie, quella santa anima fu condotta in paradiso. Nel qual mezzo quanto piu gli angelici cori salivano in alto, tanto piu leggiermente si sentivano i canti, finche il sacro concerto e la soavità dell’odore mancò”. Celebrasi ogni anno dalla chiesa la gloriosa memoria di Romola e di Redenta vergini, e di Herundina i cui corpi sacri si conservano e veneransi nella confessione della medesima basilica di S. Maria Maggiore. 

Ne i Secoli Agostiniani, agli anni di Christo 592, si trova una lunga descrizione della santità delle tre eremite, che in parte riprende la morte di Redenta in modo sostanzialmente analogo a quanto già descritto parlando degli Annali Ecclesiastici, ma dando più spazio ad Herundine ed utilizzando ovviamente parole e suggestioni diverse.

“Vicino alla Chiesa della B. Vergine una Monaca, che Redenta chiamavasi, la quale era già stata discepola d’un’altra Monaca, per nome Herundine, Donna di sublime virtù la quale havea menata vita eremitica sù le Montagne di Pellestrina; e con Redenta habituario due altre Monache sue discepole, una chiamata Romola e l’altra d’incerto nome.”

Abbiamo anche qui conferma del fatto che le eremite sarebbero state quattro, non tre, mentre emerge una discrepanza sulla data del Martirologio Romano che viene indicata al 23 Aprile, anziché al 23 Luglio come riportato dal Card. Baronio. Infatti alla nota relativa alla sepoltura in Santa Maria Maggiore qui si legge: “Li loro Sacri Corpi si conservano in S. Maria Maggiore, come dice il Card. Baronio nell’Annotatione, che fa al suddetto giorno 23 d’Aprile, e ciò dice costare nell’iscrittione antica, che in mosaico si legge nell’abside di S. Maria Maggiore con queste parole… e se bene gli Tiburtini si vantano d’haver essi i Copri di queste Sante Religiose, delle quali anche nell’accennato giorno solennizano la Festa, tuttavolta si dee dire, soggiunge nella medesima Annotatione il Baronio, che non habbino fuori che alcune poche Reliquie, aggiungo io, che forse hauranno il corpo di Santa Herundine, quale non viene mentovata nel’iscrittione suddetta di S. Maria Maggiore”.

Ma la nota più interessante è però relativa alla condizione delle tre eremite, emergendo un evidente conflitto di attribuzione a diversi ordini monastici.

“Ma per concludere al nostro proposito, a me pare, che non si possa dubitare che queste tre (la quarta? ndr) Sante Vergini, essendo state Monache ed Eremitane, non siano anche state di nostra Religione, massime in quei tempi, ne quali niuna religione v’era che Eremitana s’appellasse. Benche vi fosse quella di S. Benedetto non chiamavasi però, come né meno mai si è chiamata, Eremitana, havendoli ciò prohibito S. Benedetto nella sua Regola medesima.

Resta dunque di dire che fossero dell’Ordine nostro Eremitano di S. Agostino, il quale notabilmente fioriva in quei tempi. Ben’è vero, che quelle Sante non furono Monache di Monasterio, ma di Casa e per conseguenza Tertiarie; e ciò basti haver detto di queste Sante Gloriose, le quali per la prima volta entrano ad honorare gli nostri Agostiniani Secoli & Annali.”   

La nostra conclusione è più amara. Delle tre, forse quattro, donne che cercarono rifugio nella Grotta Rumice vivendo in isolamento, per motivi religiosi o per assistere Romola nel momento finale della malattia, rimane il racconto di ecclesiastici (riportato più volte fino a stravolgerne parzialmente il senso), la ragionevole certezza che i corpi siano stati suddivisi fra più sepolture, come spesso accadeva ai santi trasformati in reliquie ed infine la forzosa aggiudicazione ad un ordine monastico piuttosto che ad altro giocando sui termini. Avendo visto la grotta, e dando per rato che quella sia stata realmente per lungo tempo la loro Casa, il loro eremo, tendiamo a ritenere che si trattò di eremite piuttosto che di Eremitane. Il fatto che la regola monastica del tempo non le prevedesse è del tutto marginale ed ininfluente: fu scelta comune a molti religiosi anche nei secoli a venire, spesso pagata con la morte.

Dalle ultime indagini compiute sull’origine dei nomi quello di Romola sembra derivare da Romilia, appellativo di una gens romana che si era stabilita sulla sponda etrusca del Tevere. Romola festeggia effettivamente l’onomastico il 23 luglio, come indicato dal Card. Baronio, e non al 23 Aprile come invece asserito dagli Agostiniani ed è ricordata sul Martirologio sempre in comunione con le altre due consorelle, essendo probabilmente andata per sempre perduta la possibilità di conoscere il nome della quarta eremita.

Nel maggio 2003, su sollecitazione di Luigi Casciotti che conosceva da tempo la grotta e ne aveva eseguito il rilievo topografico, siamo tornati ad esplorarla insieme e documentarla. Si tratta di una grotta naturale di modeste dimensioni e sviluppo, censita nel Catasto della Cavità Naturali del Lazio. A seguito dell’indagine speleologica l’ipogeo fu segnalato – nello stesso anno – al Prof. Rolfo (Università di Tor Vergata, Roma) quale sito di probabile frequentazione preistorica.

Nel rilievo è evidenziata l’area presa in esame per valutare eventuali attestazioni preistoriche.

Bibliografia di riferimento

AMORE A., Romola, Redenta ed Erundine in BS, t. 11, col. 540-542.

GALLONIO A., Historia delle Sante Vergini Romane (Torelli?)

NIBBY A., 1819, Viaggio antiquario ne’ contorni di Roma, Vol. I, pag. 102

PETRINI P., Memorie Prenestine disposte in forma di annali (pagg. 96-97)

RINALDI O., Annali Ecclesiastici tratti da quelli del Cardinal Baronio (pag. 123)

Web http://www.castelsanpietroromano.net/home_file/sentiero_1.html

Carla Galeazzi ©Centro Ricerche Sotterranee Egeria