È una bella giornata di dicembre. Fa freddo ma il sole promette di fare il suo, almeno nelle ore centrali della giornata. È molto presto, come sempre in inverno quando le ore di luce sono troppo poche rispetto alla nostra voglia di vedere e di scoprire. Superato l’abitato di Soriano lasciamo le macchine e ci incamminiamo in direzione sud-ovest nella selva cimina.

Luogo tetro, impenetrabile ed invalicabile per i Romani, che a noi sembra bellissimo. È bellissimo. Le foglie secche della faggeta, gelate nella notte, frusciano sotto i piedi. È il solo rumore che si sente. Con i suoi 57 ettari è la faggeta più imponente dell’Italia centrale, set cinematografico naturale per molti film celebri, tra i quali “Il Marchese del Grillo”.
Seguiamo il viale per due chilometri fino a un’altitudine di circa seicento metri, alla nostra destra compaiono i ruderi della chiesetta dell’eremo della S.S. Trinità. Il tetto è crollato e gli eventi atmosferici hanno fatto parecchi danni.
Foto a sinistra: la Chiesa nei primi anni del ’900. Da Giannini P. (op. cit.). Foto Archivio Valentino D’Arcangeli.

Qualcosa stona subito alla vista: una croce latina dipinta a rovescio alla base della chiesa, altre tracce di vernice rossa a simulare il sangue e la testa di un capro dipinta sul frontone. I ruderi sono ormai luogo di ritrovo per satanisti.
A sinistra una parete tufacea, alta circa 30 metri, fratturata in più punti e con distacchi che hanno creato anfratti, piccole cavità e rifugi. Dalla parete rocciosa sgorga una piccola sorgente che alimenta un fontanile di campagna.Il bisogno di acqua è evidente anche nella canalina scavata nella roccia, che permetteva di catturare e convogliare verso il fontanile persino il liquido di percolazione. Un escamotage, questo, utilizzato in molte strutture insediative, compreso il notissimo canyon che conduce a Petra (Giordania) e che tratteremo in un prossimo contributo.
Proseguiamo in cerca della Grotta Rottezia (grottaccia) nella quale, narra la leggenda, è nascosta una chioccia con dodici pulcini d’oro. Chi entra per scoprire e asportare il tesoro muore di spavento in seguito al misterioso spegnimento delle torce… meno male che non usiamo più le lampade a carburo già da un po’.

La base della parete di tufo è completamente ricoperta dalle foglie, e sono tante le fratture “promettenti” ma nessuna è l’ingresso alla grotta che stiamo cercando. Le battiamo avanti e indietro fino a notare un po’ di verde spiccare nel giallo. Sono edera e capelvenere. Segni inconfondibili che c’è dell’umidità da condensazione a sostenerle anche nei mesi di siccità. Smuoviamo le foglie e si apre l’imbocco della grotticella.

Scivoliamo dentro uno alla volta. Entro per ultima. Mentre striscio giù il piede tocca qualcosa di metallico. Lo aggancio con la caviglia e tiro: è un passeggino, anche abbastanza nuovo. Che ci fa un passeggino per bimbi all’imbocco di una grotta sui Cimini, oltre tutto a due passi da tracce di riti sanatici?
La chioccia d’oro è evidentemente una scemenza, ok, ma la paura di trovare anche il bimbo mi gela il sangue. Poi Sandro si ricorda di aver notato un foglietto attaccato ad un sedile in pietra non lontano dalla chiesa e ci convinciamo che abbiano nascosto l’oggetto durante una caccia al tesoro (evidentemente mal organizzata, visto che il passeggino è ancora li).
La grotta è piccolina, artificiale, scavata, con un sedile ricavato nel banco roccioso. La rileviamo e la fotografiamo, poi riprendiamo il sentiero. 



A poca distanza un gruppo di imponenti blocchi di roccia formano una sorta di piramide naturale nota come il “Sasso del Beato Lupo”.

Proviamo a metterci nei panni dell’eremita, in particolare Tullio che esegue alcune “prove tecniche di eremitaggio”. Non doveva essere una vita facile: la tramontana si incanala fra i massi e soffia gelida, il culmine della piramide presenta effettivamente un piccolo incavo naturale, formato probabilmente per erosione, nel quale un uomo può stare a stento in posizione supina, inginocchiato o seduto. 

Il Beato Lupo Franchini vissuto fra il XIII e XIV secolo, era originario di Corviano e apparteneva all’Ordine Agostiniano. Il luogo, nel corso del tempo, ha effettivamente assunto anche la denominazione di “Grotta di Sant’Agostino”, collegandolo all’Ordine che per certo aveva fatto edificare anche la chiesetta della Trinità, già nota alle fonti come eremitaggio a partire dal 1275.
Ci rimettiamo in cammino per raggiungere la “Sedia del Papa”, dove arriviamo circa quaranta minuti dopo. È un bel picco di roccia, attrezzato con una struttura in legno che permette l’affaccio sulle vallate circostanti. Ringraziamo Tullio Dobosz, profondo conoscitore dei luoghi legati agli insediamenti eremitici del Lazio ed Abruzzo, per averci fatto conoscere anche questo, incantevole. Le ore di luce cominciano a scarseggiare e dobbiamo rientrare, la passeggiata in discesa per arrivare fin qui si presenta ora con una bella salita che ci risparmieremmo volentieri.


Rientrando sviluppiamo qualche ipotesi sul luogo e ci convinciamo che tutte le strutture visitate facessero parte di un unico modesto complesso monastico: la piccola chiesa, il fontanile, il luogo di preghiera del Beato Lupo che favoriva l’isolamento e l’ascesi e la “grottaccia”, usata forse come rifugio o per conservare alcune derrate alimentari di prima sussistenza. Le residuali tracce sul terreno non restituiscono evidenze di spazi destinati a coltivativo, dal che è possibile supporre che la piccola comunità monastica rientrasse fra quelle che vivevano in povertà, attraverso la beneficenza che veniva loro elargita. Unico elemento certo è la diffusa religiosità che permea tutto il luogo.

Arrivati in prossimità della chiesa troviamo il foglio che presumevamo indicazione per la caccia al tesoro. In italiano stentato c’è scritto: “abiamo perso paseggino, se qualcuno trova puo telefonarci a questo numero”. Mandiamo un sms per segnalare il ritrovamento e ci rispondono dopo due giorni, ringraziandoci. Non scopriremo mai come e perché sia finito li dentro.
Grotta Rottezia è una cavità artificiale, censita al Catasto Nazionale Cavità Artificiali con il numero CA448LaVT.
Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee
Fonti bibliografiche
Benedetti E., Soriano nel Cimino, in Campo de’ Fiori, periodico sociale di Arte, Cultura, Attualità edito dall’Associazione Accademia Internazionale d’Italia, n. XXXVII.
D’Arcangeli V., Monumenti archeologici ed artistici del territorio di Soriano nel Cimino e delle zone limitrofe, 1967, “La Commerciale” di Camilli & Sora, Soriano nel Cimino, Viterbo.
D’Arcangeli V., Soriano nel Cimino, nella storia e nell’arte, 1981, a cura dell’Associazione Pro-Soriano.
Giannini P., L’amore per la solitudine del cardinale Egidio Antonini ed il Convento della SS. Trinità in Soriano.
Menichino G., Sensazioni uniche, Alto Lazio, Etruria misteriosa, escursionismo nella Tuscia viterbese. Club Alpino Italiano Sezione di Viterbo.
Torelli L., Secoli Agostiniani, Tomo Sesto, Google Books.