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Grotta Rumice: Herundine, Romola, Redenta e… ?

21 Feb

Il toponimo “rumice” richiama il termine romitorio. La grotta naturale si trova nell’area soprastante il quartiere degli Scacciati a Palestrina, sulla via di costa che anticamente saliva sino a Castel San Pietro (noto set del film “Pane Amore e Fantasia”) e permetteva il collegamento fra la città di Praeneste e la sua acropoli. L’ampia visuale sul paesaggio sottostante e l’evocazione propria della “salita al monte” suggerisce la frequentazione devozionale del luogo. La grotta si apre a circa metà dell’antico sentiero. Qui la tradizione, tramandata sino ai nostri giorni, vuole che nel VI secolo d.C. tre eremite (Herundine, Romola e Redenta) si rifugiassero per astrarsi dal mondo civile raccogliendosi in preghiera.

Da le “Memorie Prenestine” (Petrini P.): “Menava in quei tempi vita eremitica sul monte Prenestino una divota donna per nome Herundine con una sua discepola chiamata Redenta. Dissi in quei tempi, perché San Gregorio narra che quando egli si fe’ Monaco, cioè nell’anno 575, l’una era morta, l’altra era vecchia. Se poi sia vero che la speleonca da loro scelta per abitazione sia quella grotta, che vedesi sulla falda orientale della nostra Montagna alquanto sopra la Chiesa di Cesareo, ed è volgarmente chiamata Grotta Rumice, io non ardisco asserirlo: come altresì non ardisco asserire ch’elle vivessero sotto la direzione de’ Monaci dimoranti sul nostro monte, benché cose tali siano assai verisimili. Ciò che però asserisco è che Herundine fu dotata di gran virtù, e Redenta ammaestrò nella pietà due fanciulle, una delle quali chiamata Romola fu in morte contraddistinta da Dio con celesti apparizioni; di modo che sono tutte venerate dalla Chiesa come Sante, e nella nostra Diocesi se ne celebra l’Offizio”.

Da una ricerca sul web abbiamo individuato la corrispondenza di tutti e tre i nomi nella sola lista civile femminile di Buenos Aires ed ipotizzato che le tre eremite potessero essere di origine spagnola o portoghese. Abbiamo quindi proseguito le ricerche sul motore di ricerca dei due paesi abbandonando le pagine italiane che non davano alcun risultato.

Così facendo abbiamo ottenuto risultati più che soddisfacenti, ritrovando notizie delle Sante eremite nella Historia delle Sante Vergini Romane (Gallonio A.).

“…Fiorirono quelle Sante ne i tempi di San Gregorio Papa, celebra la Chiesa la solennità loro a’ 23 di Luglio come appare per l’autorità del Martirologio Romano (che ) nel giorno suddetto ne scrive con queste parole. A Roma, le Sante Vergini Romola, Redenta & Herundine, delle quali scrive San Gregorio Papa; i cui corpi furono portati a Tivoli, dove hoggi si celebra solennemente la lor memoria. AVVERTIMENTO AL LETTORE intorno alla reliquie di quelle Sante Vergini. Una gran parte de i corpi di queste Sante nella Chiesa di Santa Maria Maggiore si riposa, il che dimostrano l’infrascritte parole, che in essa si leggono: In quella sacra Basilica, sono riposti i corpi de i Santi Matteo Apostolo, Girolamo Dottore, Romola, e Redenta Vergini co tutto ciò bisogna dire, che alcune ossa loro, e non i corpi intieri nella città di Tivoli si conservino, e questo perche si trova scritto e si tiene da molti che in essa i corpi loro sono stati trasferiti; il che può esser vero, pigliandosi il tutto per una parte, e non in rigore per quello che sona quella parola”.

Abbiamo anche ritrovato traccia delle tre eremite anche negli Annali Ecclesiastici tratti da quelli del Cardinal Baronio (Rinaldi O. pag. 123, paragrafo 24).

“Né lasceremo di por qui un’altra bella storia , che quest’anno medesimo il Santo Pontefice narrò nell’homelia quarantesima di ciò ch’avvenne quando egli si rendé monaco: stava, dice, allato alla chiesa della B. Vergine una monaca, per nome appellata Redenta, discepola già d’Herundina, donna d’halte virtù, c’havea fatta vita solitaria sopra i monti di Palestrina e con Redenta habitavano due sue discepole nell’histesso habito monacale, una chiamata Romola e l’altra la quale ancora vive, e nota mi è di veduta ma non di nome. Romola passava assai ne’ meriti la compagna, si come colei ch’era di meravigliosa patientia e di somma ubbidienza, osservante molto nel silentio, e del continuo all’oratione vocata.

Ma imperoche quegli, che dagli huomini stimati sono perfetti, hanno tal’hora alcuna imperfettione negli occhi di colui, che tutto vede, ella fu a maggior suo profitto percossa di paralisi e costretta a giacer piu anni in letto priva dell’uso di quasi tutti i membri. Non però di meno questi flagelli non perdussero la sua mente a impatientia; ma accrebbero le sue virtù splendie e singolari. Avvenne poi una notte ch’ella chiamo Redenta, che nudriva ambedue le discepole in luogo di figliole e le disse: Vieni, madre, vieni. La qual tosto rizzatasi con l’altra fu ad essa. E stando ambedue in su la mezza notte al letto della della paralitica, venne subitamente una celeste luce di tanta chiarezza, che strinse con inestimabile sbigottimento il cuore delle assistenti, le quali si gelarono e stupite rimasero. E sì come elle poi dissero, cominciarono a sentire certo strepito, come se una caterva grande di gente entrasse, e scotesse l’uscio della cella. Ma tutto elle sentissero la moltitudine, nientemeno tra per l’immensità del timore e della luce non vedevano nulla. Appresso alla luce venne una fragranza di maraviglioso odore, si che riconfortava il loro turbato e smarrito animo per la grandezza dell’apparito splendore.

Né potendo elle sostenerlo, Romola cominciò a confortare Redenta con piacevol voce, dicendole: Non haver paura, madre, che io hora non morrò; e ciò sovente essa replicando, la luce a poco a poco sparve, ma l’odore rimase: e così passò il secondo e terzo di, pur durando la fragranza. La quarta notte Romola chiamò di nuovo la sua maestra e chiese e ricevette il viatico. Ne essendo ancora Redenta e l’altra discepola partite dal letto dell’inferma, udirono, che nella piazza avanti la porta della cellas tavano due cori, uno d’huomini e l’altro di donne, alternamente salmeggiando e mentre che si celebravano in tal guisa le celestiali esequie, quella santa anima fu condotta in paradiso. Nel qual mezzo quanto piu gli angelici cori salivano in alto, tanto piu leggiermente si sentivano i canti, finche il sacro concerto e la soavità dell’odore mancò”. Celebrasi ogni anno dalla chiesa la gloriosa memoria di Romola e di Redenta vergini, e di Herundina i cui corpi sacri si conservano e veneransi nella confessione della medesima basilica di S. Maria Maggiore. 

Ne i Secoli Agostiniani, agli anni di Christo 592, si trova una lunga descrizione della santità delle tre eremite, che in parte riprende la morte di Redenta in modo sostanzialmente analogo a quanto già descritto parlando degli Annali Ecclesiastici, ma dando più spazio ad Herundine ed utilizzando ovviamente parole e suggestioni diverse.

“Vicino alla Chiesa della B. Vergine una Monaca, che Redenta chiamavasi, la quale era già stata discepola d’un’altra Monaca, per nome Herundine, Donna di sublime virtù la quale havea menata vita eremitica sù le Montagne di Pellestrina; e con Redenta habituario due altre Monache sue discepole, una chiamata Romola e l’altra d’incerto nome.”

Abbiamo anche qui conferma del fatto che le eremite sarebbero state quattro, non tre, mentre emerge una discrepanza sulla data del Martirologio Romano che viene indicata al 23 Aprile, anziché al 23 Luglio come riportato dal Card. Baronio. Infatti alla nota relativa alla sepoltura in Santa Maria Maggiore qui si legge: “Li loro Sacri Corpi si conservano in S. Maria Maggiore, come dice il Card. Baronio nell’Annotatione, che fa al suddetto giorno 23 d’Aprile, e ciò dice costare nell’iscrittione antica, che in mosaico si legge nell’abside di S. Maria Maggiore con queste parole… e se bene gli Tiburtini si vantano d’haver essi i Copri di queste Sante Religiose, delle quali anche nell’accennato giorno solennizano la Festa, tuttavolta si dee dire, soggiunge nella medesima Annotatione il Baronio, che non habbino fuori che alcune poche Reliquie, aggiungo io, che forse hauranno il corpo di Santa Herundine, quale non viene mentovata nel’iscrittione suddetta di S. Maria Maggiore”.

Ma la nota più interessante è però relativa alla condizione delle tre eremite, emergendo un evidente conflitto di attribuzione a diversi ordini monastici.

“Ma per concludere al nostro proposito, a me pare, che non si possa dubitare che queste tre (la quarta? ndr) Sante Vergini, essendo state Monache ed Eremitane, non siano anche state di nostra Religione, massime in quei tempi, ne quali niuna religione v’era che Eremitana s’appellasse. Benche vi fosse quella di S. Benedetto non chiamavasi però, come né meno mai si è chiamata, Eremitana, havendoli ciò prohibito S. Benedetto nella sua Regola medesima.

Resta dunque di dire che fossero dell’Ordine nostro Eremitano di S. Agostino, il quale notabilmente fioriva in quei tempi. Ben’è vero, che quelle Sante non furono Monache di Monasterio, ma di Casa e per conseguenza Tertiarie; e ciò basti haver detto di queste Sante Gloriose, le quali per la prima volta entrano ad honorare gli nostri Agostiniani Secoli & Annali.”   

La nostra conclusione è più amara. Delle tre, forse quattro, donne che cercarono rifugio nella Grotta Rumice vivendo in isolamento, per motivi religiosi o per assistere Romola nel momento finale della malattia, rimane il racconto di ecclesiastici (riportato più volte fino a stravolgerne parzialmente il senso), la ragionevole certezza che i corpi siano stati suddivisi fra più sepolture, come spesso accadeva ai santi trasformati in reliquie ed infine la forzosa aggiudicazione ad un ordine monastico piuttosto che ad altro giocando sui termini. Avendo visto la grotta, e dando per rato che quella sia stata realmente per lungo tempo la loro Casa, il loro eremo, tendiamo a ritenere che si trattò di eremite piuttosto che di Eremitane. Il fatto che la regola monastica del tempo non le prevedesse è del tutto marginale ed ininfluente: fu scelta comune a molti religiosi anche nei secoli a venire, spesso pagata con la morte.

Dalle ultime indagini compiute sull’origine dei nomi quello di Romola sembra derivare da Romilia, appellativo di una gens romana che si era stabilita sulla sponda etrusca del Tevere. Romola festeggia effettivamente l’onomastico il 23 luglio, come indicato dal Card. Baronio, e non al 23 Aprile come invece asserito dagli Agostiniani ed è ricordata sul Martirologio sempre in comunione con le altre due consorelle, essendo probabilmente andata per sempre perduta la possibilità di conoscere il nome della quarta eremita.

Nel maggio 2003, su sollecitazione di Luigi Casciotti che conosceva da tempo la grotta e ne aveva eseguito il rilievo topografico, siamo tornati ad esplorarla insieme e documentarla. Si tratta di una grotta naturale di modeste dimensioni e sviluppo, censita nel Catasto della Cavità Naturali del Lazio. A seguito dell’indagine speleologica l’ipogeo fu segnalato – nello stesso anno – al Prof. Rolfo (Università di Tor Vergata, Roma) quale sito di probabile frequentazione preistorica.

Nel rilievo è evidenziata l’area presa in esame per valutare eventuali attestazioni preistoriche.

Bibliografia di riferimento

AMORE A., Romola, Redenta ed Erundine in BS, t. 11, col. 540-542.

GALLONIO A., Historia delle Sante Vergini Romane (Torelli?)

NIBBY A., 1819, Viaggio antiquario ne’ contorni di Roma, Vol. I, pag. 102

PETRINI P., Memorie Prenestine disposte in forma di annali (pagg. 96-97)

RINALDI O., Annali Ecclesiastici tratti da quelli del Cardinal Baronio (pag. 123)

Web http://www.castelsanpietroromano.net/home_file/sentiero_1.html

Carla Galeazzi ©Centro Ricerche Sotterranee Egeria

 

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