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Analogie fra gli insediamenti rupestri della Tuscia (Alto Lazio, Italia) e della Cappadocia (Turchia)

Piccionaie della Tuscia

La Cappadocia, si sa, rappresenta l’Eden per chi si occupa di speleologia in cavità artificiali. Intere città ricavate in un’unica rupe tufacea, chiese affrescate, cenobi scavati lungo le valli alle pendici di antichi vulcani, colombaie ed apiari rupestri, abitazioni ipogee. E ancora opere di drenaggio a protezione di terrazzamenti, cisterne, cunicoli. Un paesaggio di indiscutibile bellezza e fragilità (non a caso dichiarato patrimonio UNESCO) che presenta innumerevoli analogie con la Tuscia dove intorno al IX – X secolo dopo Cristo, più o meno nello stesso periodo della civiltà rupestre cappadoce, si sviluppò un analogo fenomeno di religiosità cristiana che ci ha lasciato in eredità eremi e monasteri scavati nel tufo ed ornati da pitture. Il parallelo Cappadocia-Tuscia non è nuovo: alcuni anni fa una equipe dell’Università della Tuscia condotta dalla Dottoressa Andaloro intraprese un lungo ed interessante progetto di studi sulle due realtà storiche ed artistiche, coronato da una mostra fotografica tenuta nel 2009.

Sepolture rupestri della “Valle Nascosta” di Karlik ©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

A nostra volta, dopo innumerevoli campagne speleologiche condotte in Cappadocia (vedi anche https://speleology.wordpress.com/2014/08/31/karlik-cappadocia-insediamento-rupestre/), ci è parso interessante rivisitare alcuni insediamenti del viterbese. La verifica ci ha consentito di rintracciarne altri, ancora sconosciuti, e di effettuare nuovi parallelismi tra le due realtà che, pur geograficamente distanti appaiono molto simili.La ricerca non è complessa. Basti considerare che le pareti delle vallate attorno a Vallerano e ad altri borghi della Tuscia sono letteralmente “crivellate” di strutture ipogee.

Dislocazione degli ipogei rivisitati

Il tufo in cui sono scavati gli insediamenti della Tuscia è però diverso da quello di Cappadocia. Compatto e piuttosto resistente il primo, di colore chiaro, friabile e poco resistente il secondo. Nel primo si conservano ancora strutture ipogee romane ed etrusche, ben più antiche del IX-X secolo, nel secondo difficilmente si sono conservate strutture preesistenti. La ricerca si è concentrata sugli insediamenti più noti: San Lorenzo, Grotta Sant’Angelo, San Leonardo e San Salvatore.

Il primo, San Lorenzo, è situato al confine con il comune di Vignanello. È costituito da numerosi ambienti raccolti in piccoli nuclei, disposti su più livelli su un ampio fronte. Si notano magazzini, ricoveri per animali, abitazioni, forni e cappelle. In una delle cavità si conservano labili tracce di affreschi.

Grotta S. Angelo si trova due Km a sud di Vallerano ed è attualmente irraggiungibile. Era costituita da un grande ambiente affiancato a piccoli ricoveri. Gli affreschi segnalati da Calosso (Calosso, 1907) non ci sono più, probabilmente asportati abusivamente (Raspi Serra, 1976).

Cavità ad ovest di Grotta S. Angelo©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Qualche centinaio di metri ad ovest di Grotta S. Angelo abbiamo però ritrovato una cavità in precario stato di conservazione, caratterizzata da una grande croce sulla parete di fondo, un piccolo ricovero e i resti di una colombaia. Il che ci fa presumere che l’insediamento fosse molto più esteso rispetto a quanto oggi ritenuto. Nelle immediate vicinanze, si trova ancora una fonte alimentata da un lungo cunicolo di captazione.

Rilievo topografico cavità ad ovest di Grotta S. Angelo©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Cunicolo di captazione della fonte di Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

San Leonardo è un insediamento monastico, forse benedettino, datato al XII – XIII secolo. Sorgeva su un promontorio tufaceo, nel quale fu scavato, è molto articolato e sviluppato su vari livelli raccordati da brevi tratti di scale. Varie campagne di scavo ne hanno messo in luce gli aspetti notevoli. Si trattava di un insediamento autosufficiente, dotato di cappelle, abitazioni, depositi. Nelle vicinanze del nucleo abitativo non abbiamo notato altre strutture ipogee.

San Leonardo a Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Della grotta di San Salvatore, dopo una serie di distacchi importanti della parete rocciosa avvenuti a fine ‘800 e purtroppo ripresi anche pochi anni fa, rimane solo un riparo sotto roccia affacciato sul Fosso di Puliano. Sono ancora visibili (ma per quanto?) resti di affreschi del IX – X secolo che, anche se molto degradati ed evidentemente a rischio, appaiono di ottima fattura e veramente degni di interesse. La “grotta” è quanto rimane di cenobio benedettino che si sviluppava su almeno due livelli.

San Salvatore a Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

San Salvatore a Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Anche in questo caso non abbiamo notato ipogei nelle immediate vicinanze, ma potrebbero essere stati obliterati dai crolli della parete rocciosa. Per raggiungere la Grotta di San Salvatore, partendo da Vallerano, si attraversa il profondo vallone a nord dell’abitato sul cui fondo scorre il Rio Ferriera. Questo è delimitato da alte falesie tufacee traforate da strutture rupestri in gran parte abbandonate e spesso nascoste dalla vegetazione.

Il toponimo “ferriera” ricorda la presenza di antichi opifici lungo il corso del torrente: sono ancora visibili strutture ormai dirute in corrispondenza di due piccole cascate e alcuni resti di canalizzazioni. La maggior parte delle “grotte” sono note localmente con nomi che ne richiamano la forma o la funzione: i “quadratini” sono le file di nicchie sulle pareti delle colombaie, le “finestre” grandi aperture che si affacciano sulla vallata.

Gli ipogei iniziano già dall’abitato di Vallerano e molte di questi sono tutt’ora in uso come magazzino, cantine e depositi. Man mano che ci si allontana dal borgo, lungo il versante sud del vallone, gli ipogei appaiono progressivamente più trascurati, fino a che una serie di crolli della falesia ne interrompono la continuità. Abbiamo visitato e rilevato una dozzina di strutture, ma molte sono state tralasciate perché scarsamente rilevanti o irraggiungibili senza un adeguato intervento di ridimensionamento della vegetazione spontanea. Su questo lato della valle non sono presenti terrazzamenti agricoli e tutte le cavità sembrano destinate alla conservazione di beni. Spesso appare anche evidente una continuità d’uso fino a tempi molto recenti, cosa che rende estremamente difficoltosa la datazione.

Una delle cavità più grandi presenta, oltre ad alcune strutture murarie di protezione verso l’esterno, un’ampia cisterna sottostante alimentata da cunicoli. La conserva d’acqua è raggiungibile anche dall’interno dell’ipogeo tramite un pozzetto. Difficile ipotizzare la destinazione d’uso della struttura: probabilmente si tratta di un ricovero per animali ma non si può escludere un utilizzo antropico o perfino cultuale.

La cisterna Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

La serie delle cavità termina nella grande struttura nota localmente come “I finestroni”, ampie ed irraggiungibili aperture affacciate sulla vallata. Costituita da vari ipogei raccordati fra loro da un lungo corridoio, presenta un unico (e ben difendibile) ingresso dal lato E.

“I finestroni” Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

“I finestroni” Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

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Rilievo topografico “I finestroni” Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Sul lato nord del vallone, peraltro strutturalmente molto vicino al cenobio di San Salvatore prima descritto, si trovano altri ipogei tra cui una cisterna. Tutti sono chiaramente legati ai terrazzamenti agricoli. Su entrambi i versanti sono presenti colombaie (per i locali noti come “I quadratini”) in posizione decentrata rispetto ai nuclei abitativi e alle terrazze coltivabili.

“I quadratini” vicini al Cenobio di San Salvatore©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Rilievo topografico “I quadratini” vicini al Cenobio di San Salvatore©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Rilievo topografico “I quadratini” (versante opposto a precedente) Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Allo stato delle ricognizioni, nella Tuscia non sono emerse opere idrauliche di drenaggio a difesa delle zone agricole, molto comuni invece in Cappadocia, mentre i raggruppamenti di chiese, magazzini, cisterne e piccionaie risultano comuni ad entrambi i siti. A titolo di esempio riportiamo lo schema di un piccolo insediamento da noi rilevato nel 2001 nella Valle dell’Arco Oscuro (Cappadocia), circa due km a NE di Uchisar. Anche qui, attorno ad alcuni terrazzi agricoli ormai abbandonati, sono raggruppate una cappella con tracce di pitture, un magazzino, un ricovero e, appena più decentrata, una piccionaia ricavata in un “camino delle fate”.

Cappadocia Valle dell’Arco Oscuro. Foto Archivio Egeria CRS

Cappadocia, insediamento Valle dell’Arco Oscuro©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Cappadocia, insediamento Valle dell’Arco Oscuro

Copyright: contributo di Carlo Germani; testi, immagini ed elaborati grafici ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee. La riproduzione di testi, immagini ed elaborati grafici è vietata in assenza di autorizzazione espressamente richiesta ed esplicitamente concessa.

Bibliografia di riferimento

Andaloro M., a cura di, 2009, Terra di roccia e pittura. La Cappadocia e il Lazio rupestre. Gangemi Ed., Roma.

Calosso Bertini A., 1907, Gli affreschi della Grotta del Salvatore presso Vallerano. In Arch. Società Romana di Storia Patria, XXX, 1907, pp. 184-241.

Falconi L., Spizzichino D., Margottini C., Delmonaco G., Corradini A., 2005, La stabilità geologica della parete rocciosa contenente l’insediamento rupestre e gli affreschi romanici del S.S. Salvatore (Vallerano-VT). ENEA, in rete, http://www.afs.enea.it/protprev/www/index.htm (marzo 2016).

Felici A., Cappa G., 1992, Santuari rupestri in provincia di Viterbo. Informazioni, semestrale del ccbc della Provincia di Viterbo, Nuova serie – Anno I, n. 7, Luglio – Dicembre 1992, pp. 120-127.

Raspi Serra J., 1976, Insediamenti rupestri religiosi nella Tuscia. In Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes, tome 88, n°1, 1976, pp. 27-156.

Zucconi L. et alii, 2012, Biodeterioration agents dwelling in or on the wall paintings of the Holy Saviour’s cave (Vallerano, Italy). International Biodeterioration & Biodegradation, Volume 70, May 2012, Pages 40-46.

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Cisterna vicina al Cenobio di San Salvatore©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

 

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Antico sbarramento sul Rio della Tenuta vicino Ponte di Ponte (Corchiano, Viterbo)

Dopo l’imponente sbarramento sul Fosso delle Pastine, simile ad una diga ad arco che manteneva stabili i terreni agricoli a monte, (vedi https://speleology.wordpress.com/2015/10/01/antico-sbarramento-corchiano-gallese/), abbiamo rintracciato una struttura analoga, già nota in letteratura e situata circa 800 metri a NNO, su un fosso diverso e parallelo: il Rio della Tenuta. Anche in questo caso siamo di fronte ad uno sbarramento alto circa 9 metri destinato al contenimento dei terreni soprastanti e formato da blocchi tufacei di circa 1,5×0,5×0,5 metri posti sia di fianco che di testa.

A differenza del primo sbarramento non vi è traccia di cunicoli di alleggerimento e il muro si presenta angolato di alcuni gradi verso monte. L’inclinazione è ottenuta con un leggero sfalsamento dei grandi blocchi, che non si sovrappongono perfettamente ma risultano disassati di una decina di centimetri a partire dalla base. Lo sfalsamento si riduce progressivamente in altezza, fino a raggiungere la perfetta sovrapposizione nelle ultime file al coronamento. Il grande muro interrompe e si sovrappone ad una precedente via a gradini che dal fosso saliva al pianoro soprastante.

A differenza dello sbarramento di Fosso Pastine, nelle cui immediate vicinanze non sono note altre strutture complesse, in questo caso ci troviamo a breve distanza da un grande insediamento rupestre, da alcune tombe e dalla struttura nota come Ponte di Ponte, dove un ponte-acquedotto protetto da un imponente cunicolo portava l’acqua da un lato all’altro della stessa profonda forra.

L’insediamento si trova esattamente a margine del terreno agricolo controllato dallo sbarramento prima descritto, su un crinale che presenta ipogei sia sul lato verso il pianoro che sul lato a strapiombo sul Rio della Tenuta. Dall’estremità dell’insediamento si può scendere nella forra attraverso un’ampia strada tagliata nella roccia e ancora praticabile, pur se interessata da alcuni crolli. La struttura dell’acquedotto di Ponte di Ponte è del tutto compatibile con lo sbarramento sul Rio tenuta ed è molto probabile che galleria, muraglione, tombe ed insediamento fossero fra loro correlati.

Poco più a valle abbiamo scoperto un’ampia cavità di origine naturale (prodotta probabilmente dalle anse del torrente) che reca molteplici ed evidenti tracce di scavi e riadattamenti antropici.

Testo e immagini  ©Carlo Germani – Archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee

 

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Un tempio ipogeo lungo la Via Amerina.

Sin dalla preistoria le grotte sono state intensamente frequentate dall’uomo con svariate finalità che vanno dal trovarvi un comodo rifugio a cercarvi una via privilegiata per un contatto con le divinità ctonie. La nostra cultura ha in proposito una casistica vastissima: dagli oracoli greci, all’antro nel quale nasce Mitra, alle grotte delle sibille, alle innumerevoli sorgenti sacre dimora di entità superiori. Questa premessa per dire che non dovrebbe stupire il trovare una grotta destinata a culto; imbattersi però in una cavità con chiari segni di un culto indù ci ha procurato sorpresa e un leggero senso di straniamento.

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La località (Ponte di Valle Romana) ha una sua umile grazia: seguendo un sentiero lungo uno dei tanti fossi della campagna laziale (Fosso del Fontanile) si giunge ad un piccolo specchio d’acqua – chiamarlo laghetto risulterebbe fuorviante – prodotto da una svolta nel letto del ruscello; il luogo è abbellito da una cascata di 4-5 metri, che scende da rocce tufacee. Qui il sentiero, alto qualche metro sopra l’acqua, è protetto da un corrimano di corda; si può scendere fino all’acqua grazie ad alcuni scalini scavati nella roccia.

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La grotta è ampia e ben rifinita (circa 18 metri di lunghezza per 4 di larghezza); verso il fondo, in mezzo alla sala, trova posto un altare ornato da due candelabri di legno intagliato. Al centro dell’altare un quadro con figure femminili e maschili: difficile per noi definirne il ruolo.

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Tutt’intorno sulle pareti, lumi ad olio ricavati da comuni vasetti di vetro. All’entrata, in una nicchia sulla destra le immagini di due personaggi, evidentemente figure di riferimento o comunque di importanza per la comunità che ha allestito l’insieme. Il corrimano, gli scalini, la pulizia della grotta testimoniano la cura e la frequentazione dei fedeli.

Rilievo topografico copyright Archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee. Riproduzione ed uso vietati.

Accanto alla grotta-santuario se ne apre una seconda di dimensioni minori, quasi del tutto crollata e priva di segni di utilizzo recente. Entrambe sono state censite nel catasto cavità artificiali del Lazio (data base speleologico) con la sigla CA560LaVT.

Non siamo certi della associazione religiosa di riferimento, ma molto probabilmente si tratta della vicina comunità Hare Krishna Gauramandala che probabilmente utilizza la grotta come luogo di meditazione e svago durante il periodo caldo. In tutti i modi l’insieme merita il rispetto dovuto ad ogni attività di devozione e la possibilità di poter funzionare senza ingerenze malevole: Namaste!

Di Vittoria Caloi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee. Riproduzione di immagini e testi vietata in assenza di autorizzazione espressamente richiesta ed espressamente concessa.

 

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Gli emissari artificiali. Un sito web dedicato è ora in rete

La presenza sul territorio italiano di opere idrauliche risalenti ad epoche passate costituisce un elemento di notevole importanza storica, che testimonia la capacità dell’uomo di adattarsi alle caratteristiche naturali dell’ambiente e l’abilità ingegneristica nel costruire opere di controllo del territorio. È un patrimonio culturale diffuso, spesso così rilevante da costituire un segno identificativo del paesaggio antropizzato.

Nell’Italia centrale esistono numerosi contesti geomorfologici (laghi di origine vulcanica, polje carsici) che hanno reso necessaria, nel corso dei secoli, la realizzazione di emissari sotterranei per la regolazione dei livelli idrici di specchi d’acqua permanenti e/o temporanei. Tali interventi sono stati frequentemente progettati ed eseguiti per diverse finalità antropiche, quali l’attività agricola, o per convogliare le risorse idriche verso insediamenti abitativi: gli Etruschi e poi i Romani, tra il VI sec. a.C. e il II d.C., scavarono imponenti gallerie per mezzo delle quali riuscirono a regimare numerosi bacini.

Da qualche anno ci stiamo occupando della classificazione e censimento delle antiche opere idrauliche sotterranee: la Carta degli Antichi Acquedotti della quale si configura come naturale corollario il Censimento delle altre opere idrauliche antiche, quali gli emissari dei laghi vulcanici o dei polje carsici dell’Italia centrale.

Per divulgare gli studi ed i contributi pubblicati sugli emissari artificiali, maggioranza dei quali situati nella zona dei Colli Albani, è stato recentemente messo in rete il sito http://www.emissarialbani.wordpress.com con belle immagini, contributi e video scaricabili gratuitamente. Vi invitiamo a seguirlo e se di vostro gradimento aiutarci a divulgarlo.

Carla Galeazzi

 

 

 
 

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S.P.Q.R. Storia e Speleologia all’evento del Gruppo Storico Romano

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Scambiamo due chiacchiere con il gladiatore che ci aveva fatto visita in marzo al congresso HYPOGEA2015. Foto C. Germani archivio Egeria CRS.

Domenica 18 ottobre abbiamo partecipato con uno stand HYPOGEA  (Asso, Egeria CRS e Roma Sotterranea) alla consueta rievocazione del Gruppo Storico Romano nella bellissima sede di Via Appia Antica dove trovano spazio ricostruzioni tematiche di grande interesse. La manifestazione ha visto la presenza di un pubblico numeroso, soprattutto famiglie con bambini in età scolare che attraverso queste manifestazioni vivono la storia attraverso una “full immersion” didattica.

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Lo spazio espositivo permanente. Foto C. Germani archivio Egeria CRS.

Abbiamo esposto alcuni volumi che, meglio di altri, raccontano a nostro avviso la storia attraverso le campagne di studio speleologiche italiane, prima fra questa la rivista Opera Ipogea.

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Allestimento della sezione arti e mestieri. Foto C. Germani archivio Egeria CRS.

A sorpresa, ci siamo trovati a condividere con piacere lo spazio riservato all’editoria con la casa editoriale Arbor Sapientiae di Roma che ha recentemente pubblicato il volume di Stefano Calò “Paesaggio di pietra”, patrocinato dalla nostre associazioni.

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I colleghi della Casa editrice Arbor Sapiantiae. Foto C. Germani

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Allestimento della sezione arti e mestieri. Foto C. Germani archivio Egeria CRS.

 

 

 

 

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