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Nuove ipotesi per gli Ipogei di Loiano: un unicum nel centro Italia?

21 Feb

Su una parete tufacea in località Loiano, nel comune di Gallese (Viterbo), si aprono tre ipogei dalle caratteristiche originali e, per quanto a noi noto, probabilmente unici nel centro-Italia. Già  oggetto di studio da parte di Barbara Bottacchiari, che ne ha realizzato il rilievo topografico e la dettagliata descrizione  morfologica avanzando varie proposte di interpretazione storica e di utilizzo. Non esistono altre fonti scritte, o tradizionali, che trattino in precedenza queste notevoli strutture. Per una descrizione dettagliata degli ambienti e del loro inquadramento storico e geografico si rimanda al citato lavoro di Bottacchiari (2013), mentre in questa sede esponiamo un nostro approfondimento su quella che ci sembra, tra le varie interpretazioni avanzate in ordine all’uso di queste affascinanti ed inquietanti cavità, la più plausibile.

Dalla pianta generale del complesso, come dalle successive immagini, si nota che due dei tre grandi ambienti sono caratterizzati dalla presenza di nicchie, semichiuse nella parte inferiore, con le pareti ben levigate in ogni dettaglio. Nel terzo ambiente si nota invece una sorta di mangiatoia con scanalature dirette verso l’uscita. Notiamo, come osservato nell’articolo citato, che tutte le cavità sono state ampiamente rimaneggiate sino a tempi recenti. L’uso di tutti e tre gli ipogei come stalla, in tempi recenti, è indubbio stante la vicinanza di un ricovero pastorale, la presenza di anelli per legare gli animali, tamponature in muratura, sfondamenti e ampliamenti per riadattare le antiche strutture ai nuovi utilizzi. Tuttavia siamo portati ad ipotizzare che le porzioni più interne degli ipogei siano state destinate ad altro, data l’impossibilità di ricoverare esseri viventi (animali compresi) in condizione di oscurità e mancanza d’aria delle zone più profonde. La stessa considerazione porta a escludere l’uso degli ambienti come sede di riunione di una qualche comunità (le nicchie, tra esistenti e distrutte, sono più di quaranta). Escludendo anche l’ipotesi che possa essersi trattato di luogo di prigionia, riteniamo che l’unico reale utilizzo originario possa essere stato quello cultuale per alloggiare sepolture (Bottacchiari 2013).

La “doppia sepoltura”

La similitudine degli ambienti di Loiano con quelli destinati al rito della “doppia sepoltura” esistenti in molte chiese dell’Italia meridionale, salta subito agli occhi. Questa consuetudine funeraria, attestata in varie culture ed in varie epoche, consiste nell’attendere la disgregazione del corpo per ottenere la relativa liberazione/rilascio delle ossa che vengono successivamente deposte in un ossario, o rivestite ed esposte in cripte e sotterranei contigui alle chiese.

In Italia la pratica risulta molto diffusa nel Meridione, con sporadiche presenze al Nord (Milano, Valtellina, Valenza Po, Novara).  Come descritto da Fornaciari, Giuffra e Pezzini (2008), la decomposizione del cadavere poteva avvenire in terra (le cosiddette “terresante” a Napoli), in colatoi a sedile, o in colatoi orizzontali; in quest’ultimo caso lo scopo della pratica era indirizzato ad ottenere la mummificazione più che la “liberazione” delle ossa. Nel caso dei colatoi a sedile, la rimozione dei liquidi organici era assicurata dalla presenza di fori nel sedile e da canalette di scolo, che potevano anche essere in embrici di terracotta (Fornaciari et al. op. cit.). Altro dato caratteristico, che potrebbe supportare l’ipotesi, è l’inclinazione del pavimento verso l’esterno per favorire il deflusso dei liquidi.

La mummificazione è stata praticata quasi esclusivamente in Sicilia, raramente a Napoli e altre località meridionali; risulta iniziata dall’ordine dei Cappuccini, con tarde estensioni ad altre comunità. Il cadavere veniva posto su un colatoio orizzontale dotato di una griglia in legno o in tubuli di ceramica. Erano necessarie ventilazione e temperatura costante: qui la seconda poteva essere certamente garantita dal fatto che il colatoio era ricavato nel sottosuolo (dove, come noto, la temperatura si mantiene costante nel coso dell’anno) dell’edificio religioso della comunità monastica. Una volta mummificato, il corpo veniva rivestito ed esposto in cripte o cappelle apposite (Fornaciari et al. op. cit.).

Queste pratiche funerarie sono rimaste in uso fino alla fine del secolo XIX, dopo l’unità d’Italia. Quanto all’epoca del loro inizio la valutazione è difficile: l’atteggiamento ostile delle autorità religiose crebbe dopo il Concilio di Trento (1563) ed infatti sono citate in un sinodo diocesano messinese del 1588 che le proibisce. Dunque alla fine del XVI secolo la pratica della doppia  sepoltura doveva essere nota e diffusa (Fornaciari et al. 2008).

Doppia sepoltura, mummificazione e gli ipogei di Loiano

Nel descrivere il caso del convento carmelitano di Pucara (Campania), Fornaciari et al. osservano che “la struttura del complesso funebre richiama quella di un coro”: è l’impressione che si riceve entrando nell’ipogeo C (Bottacchiari 2013; cfr. Fornaciari et al 2008). Due file contrapposte di grandi nicchie accuratamente scolpite sembrano attendere una congregazione per un rito o un’assemblea ma, come osservato in precedenza, il luogo non è adatto ad una presenza umana abituale. Un altro elemento significativo è dato, peraltro, dalla forte inclinazione del pavimento verso l’esterno, con un dislivello di circa un metro e mezzo: inclinazione facilmente giustificabile con la necessità di convogliare liquidi fuori dall’ambiente.

In apparente contrasto a queste evidenze, che supporterebbero un’interpretazione in linea con ben attestate tradizioni di doppia sepoltura, si nota però l’assenza di sedili e di un altare, spesso presente nelle cripte con colatoi. Tale assenza potrebbe essere spiegata con l’uso di sedili di legno ed un altare dello stesso materiale, facilmente deteriorabili e per questo non più in situ. Mentre lascia più ampi margini di dubbio l’assenza di canaline di scolo che sarebbero state essenziali per l’uso ipotizzato.

Nell’ambiente B (Bottacchiari 2013) è presente un sistema di drenaggio, ma apparentemente destinato a convogliare all’esterno le acque di percolazione, mentre in C non si nota nulla di simile, né in prossimità delle nicchie, né al centro della cavità. è altresì verosimile che possano essere state utilizzate canaline in terracotta, analogamente a quanto avveniva in altre strutture Fornaciari et al. (2008), anche se ciò contrasterebbe con la evidente facilità di scavo della roccia. Perché ricorrere a canaline in terracotta? Come si nota dalla foto che segue, sono state individuate tracce residuali di canaline in terracotta, probabilmente molto recenti, ma che potrebbero indicare che l’incoerenza della roccia ne ha consigliato, oggi come ieri, l’utilizzo.

Nella foto si noti anche la scanalatura nella paretina antistante la nicchia, che avrebbe potuto alloggiare una paratia in legno.

Vi è in realtà un’altra possibile risposta. Ovvero che la vasca presente nel locale A sia stata utilizzata come iniziale scolatoio orizzontale (vedi prima e fig. 15 in Fornaciari et al.). Una volta mummificati i corpi, rivestiti, sarebbero stati esposti nei sedili degli ambienti B e C. A supporto dell’ipotesi vi è la presenza nell’ambiente A di canaline di scolo. Certamente indispensabili per un processo controllato della mummificazione ma altrettanto necessarie al successivo uso dell’ambiente come stalla. Va del resto evidenziato come gli interventi di scavo in terreni facilmente aggredibili, come i tufi o le arenarie, siano rimasti sostanzialmente immutati nel tempo rendendo molto difficile, se non impossibile, assegnare una datazione certa all’opera di scavo quando non altrimenti caratterizzata.

Strutture ipogee non dissimili sono state individuate nel 2002 in Turchia, sull’altopiano di Karlik, nel corso di una campagna di studi condotta dalla nostra associazione con altri ricercatori (Redi F., Burri E.).

Altopiano di Karkik, 2002, probabili sepolture monastiche a mummificazione. Foto Carlo Germani Archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee.

In conclusione, gli ipogei di Gallese mostrano forti similitudini con gli ambienti destinati a riti di doppia sepoltura e mummificazione, molto comuni nel meridione d’Italia sino a poco più di un secolo fa. Le notizie su tali usanze funebri sono scarse per le regioni del nord, scarsissime per il centro Italia e pressoché inesistenti, fino ad oggi, nelle nostre zone. Lasciamo la parola e le valutazioni conclusive agli esperti, nella speranza che questa nostra “analisi critica” dello studio di Barbara Bottacchiari possa essere di stimolo in tal senso.

Vittoria Caloi e Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

Bibliografia

Bottacchiari B., 2013, “Gli ipogei di Loiano”, I Quaderni di Gallese, Museo di Gallese e Centro Culturale “Marco Scacchi”.

Fornaciari A., Giuffra V. e Pezzini F., 2008, “Processi di tanatometamorfosi: pratiche di scolatura dei corpi e mummificazione nel Regno delle Due Sicilie”, Borgo San Lorenzo, ed. all’insegna del Giglio (consultabile anche sul web).

 
 

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