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Archivi tag: Vittoria Caloi

Un tempio ipogeo lungo la Via Amerina.

Sin dalla preistoria le grotte sono state intensamente frequentate dall’uomo con svariate finalità che vanno dal trovarvi un comodo rifugio a cercarvi una via privilegiata per un contatto con le divinità ctonie. La nostra cultura ha in proposito una casistica vastissima: dagli oracoli greci, all’antro nel quale nasce Mitra, alle grotte delle sibille, alle innumerevoli sorgenti sacre dimora di entità superiori. Questa premessa per dire che non dovrebbe stupire il trovare una grotta destinata a culto; imbattersi però in una cavità con chiari segni di un culto indù ci ha procurato sorpresa e un leggero senso di straniamento.

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La località (Ponte di Valle Romana) ha una sua umile grazia: seguendo un sentiero lungo uno dei tanti fossi della campagna laziale (Fosso del Fontanile) si giunge ad un piccolo specchio d’acqua – chiamarlo laghetto risulterebbe fuorviante – prodotto da una svolta nel letto del ruscello; il luogo è abbellito da una cascata di 4-5 metri, che scende da rocce tufacee. Qui il sentiero, alto qualche metro sopra l’acqua, è protetto da un corrimano di corda; si può scendere fino all’acqua grazie ad alcuni scalini scavati nella roccia.

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La grotta è ampia e ben rifinita (circa 18 metri di lunghezza per 4 di larghezza); verso il fondo, in mezzo alla sala, trova posto un altare ornato da due candelabri di legno intagliato. Al centro dell’altare un quadro con figure femminili e maschili: difficile per noi definirne il ruolo.

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Tutt’intorno sulle pareti, lumi ad olio ricavati da comuni vasetti di vetro. All’entrata, in una nicchia sulla destra le immagini di due personaggi, evidentemente figure di riferimento o comunque di importanza per la comunità che ha allestito l’insieme. Il corrimano, gli scalini, la pulizia della grotta testimoniano la cura e la frequentazione dei fedeli.

Rilievo topografico copyright Archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee. Riproduzione ed uso vietati.

Accanto alla grotta-santuario se ne apre una seconda di dimensioni minori, quasi del tutto crollata e priva di segni di utilizzo recente. Entrambe sono state censite nel catasto cavità artificiali del Lazio (data base speleologico) con la sigla CA560LaVT.

Non siamo certi della associazione religiosa di riferimento, ma molto probabilmente si tratta della vicina comunità Hare Krishna Gauramandala che probabilmente utilizza la grotta come luogo di meditazione e svago durante il periodo caldo. In tutti i modi l’insieme merita il rispetto dovuto ad ogni attività di devozione e la possibilità di poter funzionare senza ingerenze malevole: Namaste!

Di Vittoria Caloi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee. Riproduzione di immagini e testi vietata in assenza di autorizzazione espressamente richiesta ed espressamente concessa.

 

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Nuove ipotesi per gli Ipogei di Loiano: un unicum nel centro Italia?

Su una parete tufacea in località Loiano, nel comune di Gallese (Viterbo), si aprono tre ipogei dalle caratteristiche originali e, per quanto a noi noto, probabilmente unici nel centro-Italia. Già  oggetto di studio da parte di Barbara Bottacchiari, che ne ha realizzato il rilievo topografico e la dettagliata descrizione  morfologica avanzando varie proposte di interpretazione storica e di utilizzo. Non esistono altre fonti scritte, o tradizionali, che trattino in precedenza queste notevoli strutture. Per una descrizione dettagliata degli ambienti e del loro inquadramento storico e geografico si rimanda al citato lavoro di Bottacchiari (2013), mentre in questa sede esponiamo un nostro approfondimento su quella che ci sembra, tra le varie interpretazioni avanzate in ordine all’uso di queste affascinanti ed inquietanti cavità, la più plausibile.

Dalla pianta generale del complesso, come dalle successive immagini, si nota che due dei tre grandi ambienti sono caratterizzati dalla presenza di nicchie, semichiuse nella parte inferiore, con le pareti ben levigate in ogni dettaglio. Nel terzo ambiente si nota invece una sorta di mangiatoia con scanalature dirette verso l’uscita. Notiamo, come osservato nell’articolo citato, che tutte le cavità sono state ampiamente rimaneggiate sino a tempi recenti. L’uso di tutti e tre gli ipogei come stalla, in tempi recenti, è indubbio stante la vicinanza di un ricovero pastorale, la presenza di anelli per legare gli animali, tamponature in muratura, sfondamenti e ampliamenti per riadattare le antiche strutture ai nuovi utilizzi. Tuttavia siamo portati ad ipotizzare che le porzioni più interne degli ipogei siano state destinate ad altro, data l’impossibilità di ricoverare esseri viventi (animali compresi) in condizione di oscurità e mancanza d’aria delle zone più profonde. La stessa considerazione porta a escludere l’uso degli ambienti come sede di riunione di una qualche comunità (le nicchie, tra esistenti e distrutte, sono più di quaranta). Escludendo anche l’ipotesi che possa essersi trattato di luogo di prigionia, riteniamo che l’unico reale utilizzo originario possa essere stato quello cultuale per alloggiare sepolture (Bottacchiari 2013).

La “doppia sepoltura”

La similitudine degli ambienti di Loiano con quelli destinati al rito della “doppia sepoltura” esistenti in molte chiese dell’Italia meridionale, salta subito agli occhi. Questa consuetudine funeraria, attestata in varie culture ed in varie epoche, consiste nell’attendere la disgregazione del corpo per ottenere la relativa liberazione/rilascio delle ossa che vengono successivamente deposte in un ossario, o rivestite ed esposte in cripte e sotterranei contigui alle chiese.

In Italia la pratica risulta molto diffusa nel Meridione, con sporadiche presenze al Nord (Milano, Valtellina, Valenza Po, Novara).  Come descritto da Fornaciari, Giuffra e Pezzini (2008), la decomposizione del cadavere poteva avvenire in terra (le cosiddette “terresante” a Napoli), in colatoi a sedile, o in colatoi orizzontali; in quest’ultimo caso lo scopo della pratica era indirizzato ad ottenere la mummificazione più che la “liberazione” delle ossa. Nel caso dei colatoi a sedile, la rimozione dei liquidi organici era assicurata dalla presenza di fori nel sedile e da canalette di scolo, che potevano anche essere in embrici di terracotta (Fornaciari et al. op. cit.). Altro dato caratteristico, che potrebbe supportare l’ipotesi, è l’inclinazione del pavimento verso l’esterno per favorire il deflusso dei liquidi.

La mummificazione è stata praticata quasi esclusivamente in Sicilia, raramente a Napoli e altre località meridionali; risulta iniziata dall’ordine dei Cappuccini, con tarde estensioni ad altre comunità. Il cadavere veniva posto su un colatoio orizzontale dotato di una griglia in legno o in tubuli di ceramica. Erano necessarie ventilazione e temperatura costante: qui la seconda poteva essere certamente garantita dal fatto che il colatoio era ricavato nel sottosuolo (dove, come noto, la temperatura si mantiene costante nel coso dell’anno) dell’edificio religioso della comunità monastica. Una volta mummificato, il corpo veniva rivestito ed esposto in cripte o cappelle apposite (Fornaciari et al. op. cit.).

Queste pratiche funerarie sono rimaste in uso fino alla fine del secolo XIX, dopo l’unità d’Italia. Quanto all’epoca del loro inizio la valutazione è difficile: l’atteggiamento ostile delle autorità religiose crebbe dopo il Concilio di Trento (1563) ed infatti sono citate in un sinodo diocesano messinese del 1588 che le proibisce. Dunque alla fine del XVI secolo la pratica della doppia  sepoltura doveva essere nota e diffusa (Fornaciari et al. 2008).

Doppia sepoltura, mummificazione e gli ipogei di Loiano

Nel descrivere il caso del convento carmelitano di Pucara (Campania), Fornaciari et al. osservano che “la struttura del complesso funebre richiama quella di un coro”: è l’impressione che si riceve entrando nell’ipogeo C (Bottacchiari 2013; cfr. Fornaciari et al 2008). Due file contrapposte di grandi nicchie accuratamente scolpite sembrano attendere una congregazione per un rito o un’assemblea ma, come osservato in precedenza, il luogo non è adatto ad una presenza umana abituale. Un altro elemento significativo è dato, peraltro, dalla forte inclinazione del pavimento verso l’esterno, con un dislivello di circa un metro e mezzo: inclinazione facilmente giustificabile con la necessità di convogliare liquidi fuori dall’ambiente.

In apparente contrasto a queste evidenze, che supporterebbero un’interpretazione in linea con ben attestate tradizioni di doppia sepoltura, si nota però l’assenza di sedili e di un altare, spesso presente nelle cripte con colatoi. Tale assenza potrebbe essere spiegata con l’uso di sedili di legno ed un altare dello stesso materiale, facilmente deteriorabili e per questo non più in situ. Mentre lascia più ampi margini di dubbio l’assenza di canaline di scolo che sarebbero state essenziali per l’uso ipotizzato.

Nell’ambiente B (Bottacchiari 2013) è presente un sistema di drenaggio, ma apparentemente destinato a convogliare all’esterno le acque di percolazione, mentre in C non si nota nulla di simile, né in prossimità delle nicchie, né al centro della cavità. è altresì verosimile che possano essere state utilizzate canaline in terracotta, analogamente a quanto avveniva in altre strutture Fornaciari et al. (2008), anche se ciò contrasterebbe con la evidente facilità di scavo della roccia. Perché ricorrere a canaline in terracotta? Come si nota dalla foto che segue, sono state individuate tracce residuali di canaline in terracotta, probabilmente molto recenti, ma che potrebbero indicare che l’incoerenza della roccia ne ha consigliato, oggi come ieri, l’utilizzo.

Nella foto si noti anche la scanalatura nella paretina antistante la nicchia, che avrebbe potuto alloggiare una paratia in legno.

Vi è in realtà un’altra possibile risposta. Ovvero che la vasca presente nel locale A sia stata utilizzata come iniziale scolatoio orizzontale (vedi prima e fig. 15 in Fornaciari et al.). Una volta mummificati i corpi, rivestiti, sarebbero stati esposti nei sedili degli ambienti B e C. A supporto dell’ipotesi vi è la presenza nell’ambiente A di canaline di scolo. Certamente indispensabili per un processo controllato della mummificazione ma altrettanto necessarie al successivo uso dell’ambiente come stalla. Va del resto evidenziato come gli interventi di scavo in terreni facilmente aggredibili, come i tufi o le arenarie, siano rimasti sostanzialmente immutati nel tempo rendendo molto difficile, se non impossibile, assegnare una datazione certa all’opera di scavo quando non altrimenti caratterizzata.

Strutture ipogee non dissimili sono state individuate nel 2002 in Turchia, sull’altopiano di Karlik, nel corso di una campagna di studi condotta dalla nostra associazione con altri ricercatori (Redi F., Burri E.).

Altopiano di Karkik, 2002, probabili sepolture monastiche a mummificazione. Foto Carlo Germani Archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee.

In conclusione, gli ipogei di Gallese mostrano forti similitudini con gli ambienti destinati a riti di doppia sepoltura e mummificazione, molto comuni nel meridione d’Italia sino a poco più di un secolo fa. Le notizie su tali usanze funebri sono scarse per le regioni del nord, scarsissime per il centro Italia e pressoché inesistenti, fino ad oggi, nelle nostre zone. Lasciamo la parola e le valutazioni conclusive agli esperti, nella speranza che questa nostra “analisi critica” dello studio di Barbara Bottacchiari possa essere di stimolo in tal senso.

Vittoria Caloi e Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

Bibliografia

Bottacchiari B., 2013, “Gli ipogei di Loiano”, I Quaderni di Gallese, Museo di Gallese e Centro Culturale “Marco Scacchi”.

Fornaciari A., Giuffra V. e Pezzini F., 2008, “Processi di tanatometamorfosi: pratiche di scolatura dei corpi e mummificazione nel Regno delle Due Sicilie”, Borgo San Lorenzo, ed. all’insegna del Giglio (consultabile anche sul web).

 
 

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La Sabina Sotterranea – Casperia 11 Maggio

Sabato 11 Maggio 2013 si è svolto presso la Sala Polivalente del Comune di Casperia (Rieti), il Secondo Incontro di Studi speleo-archeologici “La Sabina Sotterranea”, organizzato dal Gruppo Speleo-Archeologico Vespertilio in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Casperia.  Hanno preso parte al convegno: 

Il Dott. Alessandro Betori in rappresentanza della Soprintendenza per i Beni archeologici del Lazio.

Cristiano Ranieri (Presidente del Gruppo Speleo-Archeologico Vespertilio): “I culti di epoca romana nelle grotte sabine: Grotta Grande a Monteleone Sabino (o grotta di Muro Pizzo)”.

C. Germani, V. Caloi, T. Dobosz, C. Galeazzi (CRS Egeria – Hypogea Federazione Gruppi Spel. del Lazio per le CA): “Ricerche speleologiche lungo l’acquedotto di Catino – Poggio Catino” .
 
 
 
Gabriele D’uffizi (Gruppo speleo-archeologico Vespertilio): “L’antico acquedotto della Fonte del Pozzo a Casperia”.
Riccardo Bertoldi (Gruppo speleo-archeologico Vespertilio): “Biodiversità in ambiente artificiale: ipogei sabini”.
 
Cesare Silvi (Organizzazione di volontariato Valledelsalto.it): “Riscoperta di monumenti sotterranei e antichi paesaggi lungo il tratto del sentiero europeo E1 che attraversa la Valle del Salto”.
 
 
 

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Il “Viaggio in Italia” di J.W. Goethe e il paesaggio della geologia: i luoghi ipogei

Il viaggio di Goethe in Italia dura quasi due anni, dal 3 settembre 1786 al 18 giugno 1788, gran parte dei quali li trascorre a Roma, nella dimora di Via del Corso oggi Museo. E’ un visitatore attento e curioso che riflette sul paesaggio e sull’origine dei territori che attraversa, fornendo descrizioni dettagliate che ci aiutano a comprendere, ad oltre due secoli di distanza, le trasformazioni subite dal nostro Paese.

Copertina del volume

Il volume, fresco di stampa (settembre 2012), è frutto del progetto scientifico coordinato da Mario Panizza e Paola Coratza, Nato dalla sinergia fra G&T Geologia e Turismo, IYPE Commissione Italiana coordinamento Anno Internazionale Pianeta Terra (Settore divulgazione scientifica Outrach),  ISPRA Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale e il Museo Casa di Goethe di Roma, unico museo tedesco all’estero. Il volume rappresenta un’opera importante per la conoscenza del nostro Paese e a tale scopo il Servizio Geologico Nazionale Dipartimento Difesa Suolo dell’ISPRA si è impegnato per far si che l’opera venisse stampata.

Un progetto originale e di grande interesse voluto da G&T e realizzato grazie alla capillarità dei suoi associati ed estimatori su tutto il territorio nazionale nonché di geologi facenti capo ad Istituti Universitari, Enti di Ricerca, Pubbliche Amministrazioni, Musei Naturali ed altre Associazioni, fra le quali la Società Speleologica Italiana che ha curato, grazie a Carlo Germani e Vittoria Caloi (Egeria CRS) le quattro schede a tema speleologico – archeologico relative agli ipogei visitati dal celebre scrittore.

Pochi i luoghi sotterranei visitati da Goethe, con racconti che manifestano il disagio di trovarsi al buio, come nelle catacombe dalle quali esce immediatamente: “Fin dai primi passi in quei tristi sotterranei, mi si ridestò un tale insofferenza, che risalii immediatamente a rivedere il sole, e ad aspettare, in quel rione del resto ignorato e appartato, i miei compagni d’escursione che, meno impressionabili di me, avevano potuto visitare tranquillamente anche quei luoghi”. Forse anche per questa ragione apprezza tanto la pietra fosforica di Bologna: “… che, si racconta, se la si lascia al sole, ne assorbe i raggi e per un certo tempo splende nell’oscurità”.

 Scheda Ninfeo di Egeria

L’11 Novembre 1786 fa visita al Ninfeo di Egeria, (o Ninfeo di Erode Attico) nella Valle Caffarella, zona rimasta pressoché intatta fino a qualche anno fa. Nel suo ritorno a Roma dopo il viaggio che lo porta a percorrere l’Italia, ovvero nell’Aprile 1788, visita sia la Cloaca Massima trovandola addirittura più imponente rispetto a quanto raffigurata dal Piranesi. Le catacombe di San Sebastiano invece, come già detto, lo deludono profondamente pur trattandosi di un complesso cimiteriale di grandissimo interesse.

Scheda Ninfeo di Egeria

Durante le tappe non romane scende a Napoli e approfitta per visitare la Crypta Neapolitana (o Grotta di Posillipo, vedi anche il contributo di Pio Bersani https://speleology.wordpress.com/2012/11/27/la-crypta-neapolitana/) e resta talmente affascinato dai raggi del sole che attraversano la galleria, al tramonto, da ben comprendere chi si innamora della città di Napoli.  

La scheda sulla Grotta di Santa Rosalia a Palermo è stata curata da Dario Nicchitta e Antonia Messina (Università degli Studi di Messina). Anche in questo caso Goethe non descrive in modo suggestivo l’ambiente ipogeo ma ha tuttavia difficoltà ad allontanarsene perché  rimane molto colpito dalla devozione dei fedeli che attingono l’acqua nella speranza di ottenere la guarigione.

Fra gli scenari più amati dal Viaggiatore, incline ai luoghi caldi ed assolati, i vigneti: l’analisi geologica si è estesa quindi anche ai “paesaggi enologici”  e ai vini che maggiormente apprezzò, ponendo in risalto il rapporto fra prodotto e caratteristiche del terreno, in un bellissimo contributo di Francesco Torre e della compianta Lucilla Gregori.

 

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Le gallerie filtranti del Lago di Nemi. Scarica i pdf dello studio.

Le captazioni Copyright EGERIA CRS

Due conferenze di questa settimana, una al Palazzo Chigi di Ariccia, relatori Franco Medici e Carlo Testana, l’altra a Genzano con la partecipazione della Dottoressa Giuseppina Ghini e Nicoletta Giannini, tornano a porre l’accento sullo stretto legame esistente fra i laghi Albani e la storia del territorio circostante, ma soprattutto sull’importanza di conoscere le emergenze ipogee  di origine antropica ed interesse storico: le cavità artificiali.

Franco Medici e Carlo Testana, in particolare, hanno fatto riferimento agli innumerevoli studi da noi condotti nei Colli Albani. In effetti potremmo affermare di aver percorso tutto il Lazio, in particolare i Castelli Romani, camminando sempre sotto terra.

Le captazioni Copyright EGERIA CRS

Dal 1999 al 2003 nel territorio compreso fra Ariccia, Genzano, Nemi e Albano, nel 2004 nei sotterranei dell’Abbazia di San Nilo e nelle strutture della Valle Marciana a Grottaferrata. Negli anni successivi a Palestrina, Castel San Pietro Romano, San Vittorino (Cunicoli di Ponte Terra), San Gregorio da Sassola e Colle San Pietro, Pavona, Corcolle, Lanuvio, Cisterna di Latina e di nuovo al Tuscolo, con la recente riscoperta di due acquedotti: quello ottocentesco di  Monteporzio e quello arcaico ristrutturato alla metà del 1600 dell’Eremo di Camaldoli.

I risultati dei nostri studi sono noti, essendo stati presentati a convegni e congressi con relativa pubblicazione in atti e su riviste specializzate. Trovate una sintesi degli ultimi sei anni nella pagina “convegni”.

Per rimanere sul tema “clou” della settimana abbiamo pensato di fare cosa gradita a chi desidera approfondire l’argomento, inserendo i link per scaricare due nostri contributi sulle antiche opere idrauliche dei Colli Albani.

Buona lettura.

Opere Idrauliche Nemi_CRS Egeria

Opere idrauliche Ariccia Albano_CRS Egeria

Le Captazioni Copyright EGERIA CRS

 

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