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Ponte di Mele (Velletri, Roma)

Parlando di “declino culturale” di una nazione, o di un popolo, si pensa a monumenti abbandonati, a recinzioni che celano per anni qualcosa in perenne restauro, a monumenti resi inaccessibili dal pericolo di crolli che prima o poi si verificano, a rovi che infestano antiche vie, fori e basiliche. In realtà il vero declino si annida, come un demone, ancor più nei dettagli.

L’Italia possiede una parte considerevole del patrimonio artistico e culturale dell’umanità e forse per questo l’attenzione si è da sempre concentrata sulle opere più note e rilevanti, trascurando opere “minori” che, a ben vedere, tali non sono.

Il Ponte di Mele, a Velletri, è una delle tante vittime dell’incuria, ma soprattutto dell’inciviltà di chi lo ha trasformato in discarica. Le sponde del canale, il greto e le parti ipogee sono completamente sommerse da rifiuti: lavatoi, cassonetti, copertoni, cassette, damigiane, reti… oltre alle immancabili bottiglie di plastica.

Invitati ad effettuare un sopralluogo speleologico al canale ipogeo addossato al Ponte di Mele dalla direttrice del Gruppo Archeologico Veliterno, da sempre impegnato nella segnalazione e nel recupero delle testimonianze e delle tracce archeologiche e storiche del territorio, con stupore ci siamo trovati di fronte ad una struttura ancora intatta, che ben testimonia le capacità progettuali dei nostri avi. Nonostante alcune fonti (Severini F., 2001) dessero il ponte per scomparso. L’equivoco potrebbe essere sorto perché effettivamente non è possibile accedere alla struttura senza il consenso esplicito dei proprietari dei fondi privati che insistono fra la provinciale e il fossato, oppure percorrendo il greto del torrente per un lungo tratto e in condizioni molto disagevoli.

Nel IV secolo a.C., durante la costruzione della Via Appia, i Romani dovettero affrontare anche il superamento del Fosso di Mele, situato pochi Km a sud-ovest di Velletri, ai piedi dei Colli Albani. Lo fecero utilizzando la tecnica del “ponte sodo”, ampiamente attestata in Etruria, nel Lazio settentrionale e in Campania, che consiste nello scavo di un cunicolo atto ad incanalare le acque del torrente in modo tale da non dover deviare il tracciato viario. Contestualmente, si rese evidentemente necessario realizzare anche un arco in grandi blocchi di tufo allo scopo di prolungare il cunicolo per non modificare il perfetto rettilineo dell’Appia. Questo forse a causa della scarsa tenuta di una parte dei terreni, poiché il condotto vero e proprio appare scavato in un blocco di lave compatte.

Da osservare che la zona ai piedi dei Colli Albani, fino al margine delle paludi Pontine, fu interessata da una vasta opera di bonifica realizzata anche con lo scavo di cunicoli di drenaggio (vedi p.es. Quilici Gigli, 1983). E’ possibile, quindi, che la lingua lavica sia stata sottoscavata e il fosso a valle approfondito per evitare l’impaludamento dei terreni a monte prima della realizzazione dell’Appia, quando Roma inviò i primi coloni nell’area. Le dimensioni dello scavo, decisamente superiori a quelle degli altri cunicoli della zona, potrebbero essere funzionali allo smaltimento delle piene del fosso.  L’arcata in blocchi di tufo fu invece realizzata per il corretto allineamento del ponte alla via consolare.

Seguendo il flusso orografico del torrente si incontra dapprima l’arco a tutto sesto, realizzato in blocchi di tufo, alto oltre 3 metri e largo 3,5 metri. Dopo 3-4 metri la struttura in muratura si innesta nel cunicolo scavato, che prosegue ancora per 12-13 metri. Questa parte risulta evidentemente modificata dal millenario passaggio del torrente e si presenta con 4-5 metri di larghezza per oltre due di altezza nel punto più alto. Non sono più visibili tracce della originaria sezione del cunicolo, né i segni di scavo. Tornato all’aperto il torrente prosegue rettilineo per altri 16 metri fino ad un salto di un paio di metri che forma una piccola cascata.

Vari autori hanno descritto il Ponte di Mele, ma mentre sui trattati del ‘900 non si trova cenno al degrado dell’area, evidentemente ancora assente, ne parlano tutte le relazioni che dalla fine del XX secolo arrivano sino ai nostri giorni. Nel ‘700 il pittore Labruzzi immortalò il viadotto in un famoso acquerello che mostra un Ponte di Mele ben visibile, facilmente percorribile e soprattutto non sommerso dai rifiuti. Un sogno lontano…

Purtroppo la scarsa valutazione delle possibili conseguenze, la limitata conoscenza del (proprio) territorio,  hanno reso lo smaltimento dei rifiuti nei fossi pratica molto diffusa un po’ ovunque. Ne consegue che la bonifica dell’area comporterà interventi non trascurabili, che tuttavia vivamente auspichiamo, in linea con le speranze del Gruppo Archeologico Veliterno che da tempo svolge una attiva campagna di sensibilizzazione per la riqualificazione dell’area.

Perché la speleologia si occupa anche di riqualificazione ambientale? Lo smaltimento dei rifiuti nel sottosuolo, quando non nasce da fatti criminosi, è dovuto in buona parte all’ignoranza delle possibili conseguenze degli sversamenti sugli acquiferi carsici e sulle acque superficiali. Per questi motivi l’impegno della speleologia organizzata in Italia non si limita alla semplice constatazione della presenza di inquinanti ma, ove possibile, elabora di concerto con le strutture locali strategie per arginare il fenomeno e recuperare gli ambienti ipogei danneggiati.

La Società Speleologica Italiana, associazione di protezione ambientale riconosciuta dal competente ministero della quale siamo soci, dal 2005 organizza e coordina la manifestazione “Puliamo il Buio”, giornate dedicate alla pulizia degli ambienti sotterranei (http://www.puliamoilbuio.it) ed alla sensibilizzazione delle comunità locali tramite mostre e convegni tematici, attività didattiche nelle scuole e pubblicazioni. Gli speleologi, infatti, possiedono le adeguate conoscenze tecniche e l’esperienza per muoversi in sicurezza nel mondo sotterraneo e possono segnalare e in parte risolvere casi di inquinamento e di degrado di grotte e ambienti ipogei che altrimenti resterebbero sconosciuti (Germani et alii, 2008).

Nel periodo 2005-2013 gli speleologi, contando prevalentemente sul volontariato ed attraverso una serie di operazioni sotterranee talvolta molto complesse, ha riportato all’esterno ed avviato a discarica autorizzata circa 140 tonnellate di rifiuti solidi, sottraendoli così al ciclo delle acque. Si tratta purtroppo solo di una piccola porzione dei rifiuti giacenti nel sottosuolo, che è stato possibile estrarre grazie all’opera di individuazione e segnalazione degli speleologi.

Ipotesi di valorizzazione del Fosso e del Ponte di Mele

Il Ponte appare ancora integro e la riqualificazione dell’area potrebbe essere attuata anche grazie ad interventi privati che mettano a disposizione risorse, o mezzi, per la rimozione dei rifiuti. La successiva valorizzazione potrebbe essere conseguita con investimenti economici di minima entità, creando un breve percorso naturalistico che consenta l’affaccio sul tratto a monte e, con diverso livello di fruibilità, l’attraversamento del condotto sotterraneo fino all’affaccio sulla cascata posta una ventina di metri più a valle. Una adeguata cartellonistica didattica/ambientale completerebbe il progetto riconsegnando ai cittadini veliterni, e non solo, un’opera bella ed importante posta sulla “regina viarum” lungo il territorio pedemontano di Velletri.

Per quanto è stato possibile riscontrare nel corso del sopralluogo effettuato il 26 gennaio 2014, i rifiuti visibili sembrano riconducibili al tipo “urbano” (art. 184 del D.Lvo. n.152/2006) e, allo stato, non è stata fortunatamente notata presenza di rifiuti tossici o nocivi. La disponibilità della nostra associazione è mirata alla riqualificazione della porzione ipogea e di quella immediatamente a ridosso della struttura archeologica, con rimozione manuale dei rifiuti presenti e trasferimento degli stessi all’esterno per consentirne il recupero dall’alto con mezzi meccanici..

Al termine della bonifica ambientale sarà probabilmente necessario procedere alla regolazione delle sponde ed alla realizzazione di opportune canalizzazioni per le acque piovane. Ci auguriamo che questo aspetto possa essere valutato e posto in essere dal Consorzio di Bonifica di Pratica di Mare nell’area del quale ricade il Ponte di Mele.

Carlo Germani e Carla Galeazzi ©Centro Ricerche Sotterranee Egeria

Bibliografia essenziale

Ponte di Mele:

Lilli M., 2008, Velletri – carta archeologica. L’Erma di Bretschneider, Roma, 2008, pp. 831-832.

Quilici L., 1991, Il Ponte di Mele sulla via Appia. In Arch. Cl. XLIII, 1991, pp. 317-327.

Quilici Gigli S., 1983, Sistemi di cunicoli nel territorio tra Velletri e Cisterna, In: Quaderni del centro di studio per l’archeologia Etrusco-Italica, Atti V Incontro di studi del Comitato per l’Archeologia Laziale, Ed. C.N.R., Roma, 1983.

Quilici Gigli S., 1996, Sui cosiddetti Ponti Sodi e Ponti Terra. In Atl. tematico di topografia antica n.5-1996, Strade Romane, Ponti e Viadotti, L’Erma di Bretschneider, Roma, 1996, pp. 11-12.

Severini F., 2001, Via Appia II da Boviallae a Cisterna di Latina. In Antiche Strade Lazio, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, p. 81.

Riqualificazione delle aree ipogee:

Germani C., Perissinotto ML., Martini M. (2008) – Grotte e discariche: l’esperienza di “Puliamo il Buio” 2005-2007. In: Atti convegno: Acque interne in Italia: uomo e natura. Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 2009.

 
 

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Nuove ipotesi per gli Ipogei di Loiano: un unicum nel centro Italia?

Su una parete tufacea in località Loiano, nel comune di Gallese (Viterbo), si aprono tre ipogei dalle caratteristiche originali e, per quanto a noi noto, probabilmente unici nel centro-Italia. Già  oggetto di studio da parte di Barbara Bottacchiari, che ne ha realizzato il rilievo topografico e la dettagliata descrizione  morfologica avanzando varie proposte di interpretazione storica e di utilizzo. Non esistono altre fonti scritte, o tradizionali, che trattino in precedenza queste notevoli strutture. Per una descrizione dettagliata degli ambienti e del loro inquadramento storico e geografico si rimanda al citato lavoro di Bottacchiari (2013), mentre in questa sede esponiamo un nostro approfondimento su quella che ci sembra, tra le varie interpretazioni avanzate in ordine all’uso di queste affascinanti ed inquietanti cavità, la più plausibile.

Dalla pianta generale del complesso, come dalle successive immagini, si nota che due dei tre grandi ambienti sono caratterizzati dalla presenza di nicchie, semichiuse nella parte inferiore, con le pareti ben levigate in ogni dettaglio. Nel terzo ambiente si nota invece una sorta di mangiatoia con scanalature dirette verso l’uscita. Notiamo, come osservato nell’articolo citato, che tutte le cavità sono state ampiamente rimaneggiate sino a tempi recenti. L’uso di tutti e tre gli ipogei come stalla, in tempi recenti, è indubbio stante la vicinanza di un ricovero pastorale, la presenza di anelli per legare gli animali, tamponature in muratura, sfondamenti e ampliamenti per riadattare le antiche strutture ai nuovi utilizzi. Tuttavia siamo portati ad ipotizzare che le porzioni più interne degli ipogei siano state destinate ad altro, data l’impossibilità di ricoverare esseri viventi (animali compresi) in condizione di oscurità e mancanza d’aria delle zone più profonde. La stessa considerazione porta a escludere l’uso degli ambienti come sede di riunione di una qualche comunità (le nicchie, tra esistenti e distrutte, sono più di quaranta). Escludendo anche l’ipotesi che possa essersi trattato di luogo di prigionia, riteniamo che l’unico reale utilizzo originario possa essere stato quello cultuale per alloggiare sepolture (Bottacchiari 2013).

La “doppia sepoltura”

La similitudine degli ambienti di Loiano con quelli destinati al rito della “doppia sepoltura” esistenti in molte chiese dell’Italia meridionale, salta subito agli occhi. Questa consuetudine funeraria, attestata in varie culture ed in varie epoche, consiste nell’attendere la disgregazione del corpo per ottenere la relativa liberazione/rilascio delle ossa che vengono successivamente deposte in un ossario, o rivestite ed esposte in cripte e sotterranei contigui alle chiese.

In Italia la pratica risulta molto diffusa nel Meridione, con sporadiche presenze al Nord (Milano, Valtellina, Valenza Po, Novara).  Come descritto da Fornaciari, Giuffra e Pezzini (2008), la decomposizione del cadavere poteva avvenire in terra (le cosiddette “terresante” a Napoli), in colatoi a sedile, o in colatoi orizzontali; in quest’ultimo caso lo scopo della pratica era indirizzato ad ottenere la mummificazione più che la “liberazione” delle ossa. Nel caso dei colatoi a sedile, la rimozione dei liquidi organici era assicurata dalla presenza di fori nel sedile e da canalette di scolo, che potevano anche essere in embrici di terracotta (Fornaciari et al. op. cit.). Altro dato caratteristico, che potrebbe supportare l’ipotesi, è l’inclinazione del pavimento verso l’esterno per favorire il deflusso dei liquidi.

La mummificazione è stata praticata quasi esclusivamente in Sicilia, raramente a Napoli e altre località meridionali; risulta iniziata dall’ordine dei Cappuccini, con tarde estensioni ad altre comunità. Il cadavere veniva posto su un colatoio orizzontale dotato di una griglia in legno o in tubuli di ceramica. Erano necessarie ventilazione e temperatura costante: qui la seconda poteva essere certamente garantita dal fatto che il colatoio era ricavato nel sottosuolo (dove, come noto, la temperatura si mantiene costante nel coso dell’anno) dell’edificio religioso della comunità monastica. Una volta mummificato, il corpo veniva rivestito ed esposto in cripte o cappelle apposite (Fornaciari et al. op. cit.).

Queste pratiche funerarie sono rimaste in uso fino alla fine del secolo XIX, dopo l’unità d’Italia. Quanto all’epoca del loro inizio la valutazione è difficile: l’atteggiamento ostile delle autorità religiose crebbe dopo il Concilio di Trento (1563) ed infatti sono citate in un sinodo diocesano messinese del 1588 che le proibisce. Dunque alla fine del XVI secolo la pratica della doppia  sepoltura doveva essere nota e diffusa (Fornaciari et al. 2008).

Doppia sepoltura, mummificazione e gli ipogei di Loiano

Nel descrivere il caso del convento carmelitano di Pucara (Campania), Fornaciari et al. osservano che “la struttura del complesso funebre richiama quella di un coro”: è l’impressione che si riceve entrando nell’ipogeo C (Bottacchiari 2013; cfr. Fornaciari et al 2008). Due file contrapposte di grandi nicchie accuratamente scolpite sembrano attendere una congregazione per un rito o un’assemblea ma, come osservato in precedenza, il luogo non è adatto ad una presenza umana abituale. Un altro elemento significativo è dato, peraltro, dalla forte inclinazione del pavimento verso l’esterno, con un dislivello di circa un metro e mezzo: inclinazione facilmente giustificabile con la necessità di convogliare liquidi fuori dall’ambiente.

In apparente contrasto a queste evidenze, che supporterebbero un’interpretazione in linea con ben attestate tradizioni di doppia sepoltura, si nota però l’assenza di sedili e di un altare, spesso presente nelle cripte con colatoi. Tale assenza potrebbe essere spiegata con l’uso di sedili di legno ed un altare dello stesso materiale, facilmente deteriorabili e per questo non più in situ. Mentre lascia più ampi margini di dubbio l’assenza di canaline di scolo che sarebbero state essenziali per l’uso ipotizzato.

Nell’ambiente B (Bottacchiari 2013) è presente un sistema di drenaggio, ma apparentemente destinato a convogliare all’esterno le acque di percolazione, mentre in C non si nota nulla di simile, né in prossimità delle nicchie, né al centro della cavità. è altresì verosimile che possano essere state utilizzate canaline in terracotta, analogamente a quanto avveniva in altre strutture Fornaciari et al. (2008), anche se ciò contrasterebbe con la evidente facilità di scavo della roccia. Perché ricorrere a canaline in terracotta? Come si nota dalla foto che segue, sono state individuate tracce residuali di canaline in terracotta, probabilmente molto recenti, ma che potrebbero indicare che l’incoerenza della roccia ne ha consigliato, oggi come ieri, l’utilizzo.

Nella foto si noti anche la scanalatura nella paretina antistante la nicchia, che avrebbe potuto alloggiare una paratia in legno.

Vi è in realtà un’altra possibile risposta. Ovvero che la vasca presente nel locale A sia stata utilizzata come iniziale scolatoio orizzontale (vedi prima e fig. 15 in Fornaciari et al.). Una volta mummificati i corpi, rivestiti, sarebbero stati esposti nei sedili degli ambienti B e C. A supporto dell’ipotesi vi è la presenza nell’ambiente A di canaline di scolo. Certamente indispensabili per un processo controllato della mummificazione ma altrettanto necessarie al successivo uso dell’ambiente come stalla. Va del resto evidenziato come gli interventi di scavo in terreni facilmente aggredibili, come i tufi o le arenarie, siano rimasti sostanzialmente immutati nel tempo rendendo molto difficile, se non impossibile, assegnare una datazione certa all’opera di scavo quando non altrimenti caratterizzata.

Strutture ipogee non dissimili sono state individuate nel 2002 in Turchia, sull’altopiano di Karlik, nel corso di una campagna di studi condotta dalla nostra associazione con altri ricercatori (Redi F., Burri E.).

Altopiano di Karkik, 2002, probabili sepolture monastiche a mummificazione. Foto Carlo Germani Archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee.

In conclusione, gli ipogei di Gallese mostrano forti similitudini con gli ambienti destinati a riti di doppia sepoltura e mummificazione, molto comuni nel meridione d’Italia sino a poco più di un secolo fa. Le notizie su tali usanze funebri sono scarse per le regioni del nord, scarsissime per il centro Italia e pressoché inesistenti, fino ad oggi, nelle nostre zone. Lasciamo la parola e le valutazioni conclusive agli esperti, nella speranza che questa nostra “analisi critica” dello studio di Barbara Bottacchiari possa essere di stimolo in tal senso.

Vittoria Caloi e Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

Bibliografia

Bottacchiari B., 2013, “Gli ipogei di Loiano”, I Quaderni di Gallese, Museo di Gallese e Centro Culturale “Marco Scacchi”.

Fornaciari A., Giuffra V. e Pezzini F., 2008, “Processi di tanatometamorfosi: pratiche di scolatura dei corpi e mummificazione nel Regno delle Due Sicilie”, Borgo San Lorenzo, ed. all’insegna del Giglio (consultabile anche sul web).

 
 

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Le Spelonche di Dio. Parte terza. L’ Eremo di San Famiano.

San Famiano era un frate cistercense nato a Colonia che fu per molti anni eremita in Spagna. Venne chiamato Quardo e solo successivamente prese il nome di Famiano per la fama acquisita in ragione dei miracoli che gli furono attribuiti. Morì a Gallese (VT) nell’Agosto del 1150. Dopo la morte fu canonizzato da Adriano IV con il nome di “San Famiano” e le sue spoglie furono deposte in una grotta sulla quale, nel 1155, fu eretta la chiesa che porta il suo nome. Nella grotta, che si trova oggi all’interno della chiesa, è custodito il prezioso sarcofago con il corpo del Santo, patrono del paese.

A tre km dal centro storico di Gallese si trova, in un’altra chiesa dedicata, la cappella di San Famiano a Lungo nella quale si conserva la sorgente che il Santo fece sgorgare il 17 Luglio 1150, poco prima della morte, percuotendo il suolo con il suo bastone viatorio, al termine del pellegrinaggio che lo aveva portato in Spagna (dove è ancora molto venerato), in Terra Santa e a Roma.

Ancora oggi il 17 Luglio di ogni anno il luogo è meta di un lungo pellegrinaggio. Il culto del Santo e la custodia delle due chiese sono affidati all’antica confraternita di San Famiano, ricostituitasi nel 1990.

Le grotte di San Famiano devono la titolazione alla tradizione secondo la quale l’eremita trascorse qui i suoi ultimi  giorni. Si trovano nel territorio di Faleria (VT), all’interno del bosco di Fogliano e sono costituite da una serie di ambienti scavati, di datazione incerta.

All’esterno la fascia tufacea sottostante il Castello presenta chiari segni di intervento antropico di adattamento, soprattutto in corrispondenza dell’ingresso alle grotte. Di particolare interesse una nicchia con affreschi oggi quasi completamente obliterati dagli agenti atmosferici.

Le grotte si presentano con un piccolo ingresso dal quale, con una scala molto ripida, si accede alla camera soprastante, caratterizzata da sedili risparmiati in fase di scavo e una piccola finestra. Tutta la struttura richiama la tipologia più frequente di cella eremitica.

Oltre l’ingresso una clessidra scavata nel fianco tufaceo, molto alta, serviva probabilmente a tenere legato il cavallo. A fianco si trovano un piccolo sedile scavato nella roccia, protetto dal vento che in inverno arriva impetuoso dalla valle sottostante e altri due ambienti ipogei.

Il sentiero indicato da alcune guide locali per arrivare alla grotta sottostima la difficoltà di percorrenza del pendio, che nei mesi invernali si presenta scivoloso e molto esposto.

Carla Galeazzi ©Centro Ricerche Sotterranee Egeria

 

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Le Spelonche di Dio. Parte seconda. L’eremo di Fosso Loppieda.

Il paesaggio della Valnerina è caratterizzato dalla presenza di insediamenti storici lungo i pendii rocciosi che delimitano la valle e da innumerevoli eremi. Il movimento eremitico della zona (A. Lucidi, La Barrozza n. 2, 2001) avvenne in seguito alla migrazione di alcuni religiosi dall’Oriente al seguito di Lorenzo (vescovo di Spoleto). Si trattava di circa trecento monaci che, in prima istanza, si insediarono nelle grotte naturali e solo in un secondo momento contribuirono alla fondazione dei tanti monasteri della regione.

L’ambiente naturale, di grande suggestione, offriva infatti molti ripari naturali: ambienti scavati dall’acqua nel corso dei millenni (grotte) e dagli agenti atmosferici (sgrottamenti di origine eolica). Come indicato nell’introduzione (vedi parte prima) la struttura dell’eremo si arricchirà nel tempo, un po’ ovunque in Italia, di opere murarie o pietre a secco appoggiate alle pareti rocciose, sino a raggiungere una certa complessità nel Medio Evo. Poi si modificherà ancora con la costruzione di cenobi gestiti dai vari ordini monastici.

Fra le strutture più note della zona si annoverano l’Abbazia di San Felice, l’Abbazia di San Pietro in Valle e l’eremo della Madonna della Croce ma è tutta l’area compresa tra Ferentillo e Ancaiano ad avere grande valenza culturale rappresentata dal sistema dell’architettura religiosa. In Valnerina va ricordata  anche la Via di Francesco, un percorso lungo oltre 270 km che attraversa l’Umbria da nord a sud (www.parcodelnera.it) a testimonianza di una precisa vocazione spirituale della zona, protratta per secoli e tutt’ora viva.

L’eremo di Fosso Loppieda, scoperto da Tullio Dobosz, è dunque una delle tante strutture eremitiche della regione ma, per quanto ci è stato possibile sin qui accertare, non ancora nota. Raggiungere l’eremo è tutt’altro che semplice e le indicazioni che seguono, tortuose come le tracce residuali dei sentieri percorsi, ma sono le più chiare che ci è stato possibile descrivere. Ci auguriamo che siano sufficienti ai nostri lettori per individuare questa struttura di incredibile bellezza, soprattutto per il panorama che si gode dal ricovero.

La distanza da luoghi abitati è realmente non trascurabile, sulla grotta sono presenti croci a rilievo sulle pareti davanti all’imbocco e un altare all’interno, che ci confermano trattarsi di un luogo di culto. Non ne è nota la dedicazione e l’ambiente ricavato in uno sgrottamento naturale è di dimensioni abbastanza modeste. Più avanti, oltre l’eremo, si trovano ampi grottoni che vale la pena di raggiungere per completare la visita.

Itinerario.

Prendere la S.S. Valnerina, costruita alla fine del 1800 tenendosi sulla riva destra del Nera (mentre l’antico tracciato ne percorreva la riva sinistra) . Da Ferentillo seguire la strada per Ancaiano, lungo il sentiero montano che va a congiungersi con la Via Flaminia in corrispondenza del valico della Somma, fra Terni e Spoleto.

Superato il fosso di Ancaiano proseguire sino a superare il fosso di Loppieda. Sul crinale successivo, in corrispondenza di un casale situato a sinistra della strada, posteggiare sullo spiazzo che si apre in curva (!) e che aggira verso destra il costone roccioso.

Salire a piedi, seguendo una traccia di sentiero e puntando decisamente verso il culmine del crinale. Quando si è prossimi alle pareti tenersi sul sentiero che piega verso il lato del fosso di Loppieda (mentre finora si manteneva centrale): le tracce sono purtroppo molto labili e a tratti si perdono fra vegetazione e ghiaioni.

Giunti in corrispondenza di un ghiaione noterete le pareti che incombono a sinistra: piegare in direzione di esse con un percorso a ritroso verso SW. Raggiunte le pareti, costeggiarle in direzione NW (non NE !). Il sentiero che segue le pareti alla distanza di pochissimi metri porta proprio all’eremo, che con un po’ di attenzione si può scorgere già dalla base delle rocce.

Carla Galeazzi e Tullio Dobosz©Centro Ricerche Sotterranee Egeria

 

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Le Spelonche di Dio. Parte prima. Introduzione.

La parola eremita deriva da una latinizzazione del termine greco ἐρημίτης (erēmitēs), “del deserto” e per estensione “abitante del deserto” ovvero chi, spesso per motivi religiosi, si isolava materialmente dal mondo per vivere in grotte, luoghi remoti e deserti. La scelta era determinata dalla volontà di dedicarsi alla meditazione, alla contemplazione e alla preghiera lontano dalla società, in castità, senza uniformarsi agli standard imposti dalla vita sociale. Il  monachesimo ha rappresentato una delle più alte forme di vita ascetica in quanto la comunità monastica, solitamente autosufficiente, operava il distacco dal mondo anche in termini pratici.

Nel corso delle attività di indagine proprie della speleologia in cavità artificiali capita frequentemente di imbattersi in strutture monastiche abbandonate. Nella scelta di autosufficienza i monaci scavavano ingegnosi sistemi di raccolta delle acque di percolazione, piccole celle in cui vivere, stalle per gli animali, luoghi dove seppellire i defunti e talvolta riquadrature nel terreno che ospitavano piccoli orti di sussistenza. Rappresentano quindi, dal punto di vista tipologico, strutture articolate di grande interesse presenti non solo nelle zone in cui la particolare formazione delle rocce rendeva agevole l’escavazione (tufo, arenarie del Centro Italia, Cappadocia, ecc.) ma anche in rocce più dure caratteristiche di zone in cui l’impulso devozionale era molto forte (Italia del Sud).

Agli inizi del Cristianesimo (III – IV secolo) l’eremo era costituito da un semplice rifugio nel deserto, grotta o riparo di fortuna. I primi eremiti cristiani vivevano prevalentemente in luoghi isolati ma, essendo molto apprezzati per i consigli spirituali che dispensavano, finivano per tradire involontariamente il proprio desiderio di solitudine circondandosi di molti discepoli.

In alcuni culti, in particolare quello micaelico (Arcangelo Michele), la grotta è il centro stesso del culto. Numerose grotte (turistiche, speleologiche o con chiese rupestri) presenti sul territorio italiano sono dedicate al culto di Michele Arcangelo. Nelle sue tante apparizioni l’Arcangelo Michele si presenta come il custode della sacra grotta, che lui stesso consacra a Dio e per la cui intercessione presso la Santissima Trinità è concesso il perdono di tutti i peccati.

“Io sono l’Arcangelo Michele, e sono sempre alla presenza di Dio.
La grotta è a me sacra ed Io l’ho scelta.
Non ci sarà più spargimento di sangue di animali.
Dove si apre la roccia il peccato dell’uomo potrebbe essere perdonato.
Ciò che è stato richiesto in preghiera sarà concesso.
Perciò risalite la montagna e consacrate la grotta al culto cristiano.”

Si tratta per lo più di grotte naturali, ma la struttura dell’eremo si arricchisce nel tempo di opere murarie o pietre a secco appoggiate alle pareti rocciose, raggiungendo nel Medio Evo una certa complessità. Insieme all’arricchimento degli ordini che col tempo li gestiranno, le strutture cresceranno anche di dimensione e saranno dislocate su più piani. L’eremo sarà quindi diviso in celle per fare in modo che gli eremiti godano, almeno in parte, dell’agognata solitudine. L’appoggio alla roccia, a questo punto, diventerà il semplice sostitutivo di una delle pareti portanti: gli esterni si arricchiranno di muretti di pietre a secco e gli interni di affreschi e decorazioni.

Presso gli eremiti orientali era addirittura in uso la reclusione volontaria in celle murate, nelle quali sopravvivevano di carità, pratica che si diffuse soprattutto nel XII e XIII secolo e riferibile in particolare all’anacoretismo.

Dal Medioevo e fino ai tempi moderni il monachesimo di tipo eremitico è stato praticato anche da ordini religiosi del cristianesimo d’occidente. Per esempio nella Chiesa cattolica i Certosini e i Camaldolesi organizzarono i loro monasteri come “insiemi di eremi” nei quali i monaci trascorrevano la giornata in solitudine, ritrovandosi solo per la preghiera comunitaria ed occasionalmente per i pasti. Cistercensi, Carmelitani e Trappisti permettevano ai membri che avvertivano la vocazione alla vita ascetica di trasferirsi, dopo alcuni anni trascorsi in comunione con i confratelli, in una cella del monastero adattata ad eremo. Molti abbracciarono questa possibilità alternativa alla vita monastica collegiale. In Italia fu soprattutto Papa Celestino V (Pietro da Morrone fondatore dell’ordine Celestiano) a promuovere la pratica dell’ascesi realizzando numerose strutture eremitiche, in particolare sui monti della Majella. In Toscana si diffusero i Guglielmiti, un ordine fondato da Guglielmo di Malavalle, e i già menzionati Camaldolesi che conducendo una vita fortemente caratterizzata dalla componente contemplativa che genererà grandi mistici e teologi.

Altri importanti ordini religiosi di eremiti furono i Basiliani, i Benedettini e i Cistercensi. Va infine sottolineato che la propensione all’ascesi e all’eremitaggio non fu, come spesso erroneamente ritenuto, prerogativa esclusivamente maschile. Si ritrovano infatti strutture legate a nomi di sante o di semplici eremite. Vedi ad esempio https://speleology.wordpress.com/2013/02/21/le-spelonche-di-dio-grotta-rumice-herundine-romola-redenta-e/

 

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