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Archivi tag: speleologia

Su Opera Ipogea 1/2015 Acquedotto Traiano: la scoperta del dimenticato ramo di Santa Fiora

Copertina della rivista Opera Ipogea 1/2015. Un particolare dell’acquedotto Traiano, ramo di Santa Fiora, foto Carlo Germani archivio EGERIA CRS

Abstract dell’articolo

L’acquedotto Traiano, realizzato per volere dell’imperatore Traiano nel 109 d.C., è il decimo degli undici ac­quedotti di Roma antica. Raccoglieva le acque di molte sorgenti attorno al lago di Bracciano, sui monti Sa­batini, e raggiungeva Roma con un percorso in gran parte sotterraneo. Uno dei caput aquae dell’acquedotto era situato a SE di Oriolo Romano, in una zona nota oggi come Santa Fiora. Da qui un condotto scendeva verso il lago per ricongiungersi con il collettore circumlacuale. Il ramo proveniente da Santa Fiora fu taglia­to in un’epoca imprecisata tra il VI e il IX secolo e mai più ripristinato, tanto da essere del tutto dimenticato. Gli speleologi del CRS Egeria e di Roma Sotterranea, effettuando una accurata indagine sul territorio, lo hanno riscoperto ed esplorato e ne hanno ricostruito dettagliatamente il percorso. Vengono illustrate le ca­ratteristiche costruttive del condotto e dei pozzi. Viene infine discusso il modo con cui le acque superavano il notevole dislivello esistente tra le sorgenti e il lago.

Parole chiave: Cavità artificiali, antichi acquedotti sotterranei, acquedotti romani, Roma, Traiano, Aqua Traiana.

 

 

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HYPOGEA2015

Apertura congresso Hypogea2015. Foto Antonio De Paolis (Archivio Egeria CRS).

Si è svolto a Roma dall’11 al 17 marzo 2015 il Congresso Internazionale di speleologia in cavità artificiali Hypogea 2015. L’evento è stato organizzato da Hypogea, Federazione dei Gruppi speleologici del Lazio per la ricerca e la valorizzazione delle cavità artificiali fondata da tre importanti realtà nel settore dell’esplorazione e documentazione di cavità artificiali: ASSO, Egeria e Roma Sotterranea.  Tenuto sotto l’egida della International Union of Speleology e della Società Speleologica Italiana, ha ottenuto il patrocinio del Consiglio Nazionale delle Ricerche – Dipartimento Scienze del Sistema Terra e Tecnologie per l’Ambiente, Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica, del Parco Regionale dei Castelli Romani e della Società Italiana di Geologia Ambientale.

Sessioni congressuali presso la Sala Marconi del CNR. Foto Antonio De Paolis (Archivio Egeria CRS).

Hanno preso parte al congresso circa 150 studiosi provenienti da: Austria, Armenia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Francia, Georgia, Germania, Inghilterra, Italia, Israele, Svizzera, Stati Uniti e Turchia che si sono confrontati su molteplici tematiche ed esposto i risultati di importanti ricerche multidisciplinari. Oltre a relazioni su specifiche aree sotterranee, è stato possibile condividere e discutere temi trasversali all’attività come lo studio e censimento delle antiche opere idrauliche e di culto, le nuove tecnologie impiegate nell’esplorazione e nel rilievo topografico delle cavità artificiali, l’analisi di particolari speleotemi presenti nelle strutture sotterranee di origine antropica, le opere minerarie e il relativo rischio esplorativo, le esplorazioni speleo subacquee in cavità artificiali e il confronto tra le diverse tipologie si cavità artificiali presenti nei vari paesi, la loro schedatura e codifica.

La segreteria del Congresso Hypogea2015. Foto Antonio De Paolis (Archivio Egeria CRS).

Coerentemente agli standard scientifici internazionali, il Congresso si è tenuto in lingua inglese ed in inglese sono stati prodotti gli atti ed i poster.

Proceedings of International Congress of Speleology in Artificial Cavities HYpogea2015.     Proceedings of International Congress Hypogea2015

Ad integrazione delle attività di studio si sono svolte visite e tre tour post congressuali in ipogei particolarmente significativi di Roma e del Lazio. Condotte in italiano, inglese, tedesco e russo le visite hanno permesso ai partecipanti di “viaggiare” in un arco temporale di 23 secoli (dal VI secolo a.C. al XVII d.C.) ripercorrendo emissari arcaici, mitrei, antichi acquedotti, cave e domus di epoca romana, ninfei e celle dell’inquisizione.

Visite agli ipogei di Roma Congresso Hypogea2015. Foto Antonio De Paolis (Archivio Egeria CRS).

Per Roma si è trattato di una prima volta. Non era mai successo che la città ospitasse un appuntamento scientifico di tale rilevanza su un tema che dovrebbe vederla particolarmente impegnata per le molteplici ricadute di carattere scientifico, divulgativo, speleologico, archeologico, di rischio e di sviluppo. Le sessioni congressuali si sono svolte presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, sede ideale per sottolineare la valenza multidisciplinare che la speleologia in cavità artificiali riveste e le peculiari competenze che l’esplorazione e lo studio di tali strutture richiedono.

Il Comitato Organizzativo del Congresso HYPOGEA2015. Foto Boaz Zissu, per gentile concessione.

La tavola rotonda conclusiva si è tenuta nella sala Pietro da Cortona dei Musei Capitolini, accogliendo diverse personalità che hanno accettato di confrontarsi sulle tematiche della ricerca, tutela, protezione, rischio, valorizzazione e documentazione delle cavità artificiali.

Tavola rotonda Mundus Subterraneus in conclusione del Congresso presso la Sala Pietro da Cortona dei Musei Capitolini. Foto Antonio De Paolis (Archivio Egeria CRS).

Il Congresso Hypogea 2015 ha anche segnato un punto decisivo nella condivisione delle esperienze di ricerca e studio in campo internazionale e le 550 pagine del volume degli atti – curati da Mario Parise, Carla Galeazzi, Roberto Bixio e Carlo Germani e resi disponibili sin dal primo giorno sia in forma cartacea che elettronica – sono rappresentativi del valore dell’evento con i suoi 37 poster esposti e discussi e le 36 relazioni presentate.

Tavola rotonda Mundus Subterraneus. Congresso Hypogea2015. Foto Antonio De Paolis (Archivio Egeria CRS).

Il prossimo Congresso Internazionale sul tema si svolgerà in Turchia nel 2017 e, con nostro grande piacere, il Comitato Organizzatore ha manifestato l’apprezzamento per l’evento romano chiedendo la possibilità di utilizzo del brand. A presto quindi con “Hypogea 2017” http://www.hypogea2017.com

Il Comitato Organizzativo di Hypogea 2015                                        

Roma, 18 marzo 2015

La torta di festeggiamento. Foto Boaz Zissu, per gentile concessione.

 

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Gallicano: valorizzare l’Agro Romano Antico

Sabato 4 ottobre la Tenuta di Passerano ha ospitato il concorso fotografico “Gallus Canit”, evento che si inserisce in una serie di azioni  tese a conservare e valorizzare l’Agro Romano Antico. L’evento è stato promosso dal Consigliere Comunale di Gallicano dott. Mario Galli. Ha ottenuto il patrocinio del Dipartimento di Lettere dell’Università Tor Vergata di Roma e della nostra Associazione. Sono intervenuti Urbano Barberini e Marina Pennini (Ass. Salviamo Ponte di Lupo), il dott. Zaccaria Mari (Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio), Carla Galeazzi (Egeria CRS) e molti cittadini interessati alla tutela di una delle aree del Lazio più interessanti dal punto di vista archeologico, storico e culturale. Presente la blogger e critica teatrale Alice Palombarani, (http://www.occhiapertiblog.it) in veste di spettatrice interessata anche alla salvaguardia del patrimonio paesaggistico dell’area.

I nostri precedenti articoli sulla zona: https://speleology.wordpress.com/2012/04/22/ponte-sodo-gabii-palestrina/ e le precedenti azioni di richiesta di tutela dell’area https://speleology.wordpress.com/tag/indagini-speleologiche-ponte-terra/

http://www.osservatorelaziale.it/source/articolo/stampa.asp?arthttp://www.osservatorelaziale.it/source/articolo/stampa.asp?art

 

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Cappadocia (Turchia): l’insediamento rupestre di Karlik

Di Carla Galeazzi1,2 e Carlo Germani1,2

1Egeria Centro Ricerche Sotterranee; 2Commissione Nazionale Cavità Artificiali SSI

La regione della Cappadocia, nella Turchia centrale, offre paesaggi spettacolari noti in tutto il mondo, caratterizzati da particolari conformazioni geologiche scavate nel corso dei millenni per ricavare singole abitazioni o intere città sotterranee, colombaie, sistemi difensivi e opere di culto fra le quali innumerevoli chiese affrescate. Nel tempo Ittiti, Persiani, Romani, Bizantini, Ottomani e Turchi hanno governato questa regione dell’Anatolia centrale.

La Cappadocia comprende le città di Nevşehir, Ürgüp, Avanos, le valli di Zelve ed Ihlara (Peristrema), i siti di Uçhisar, Karain, Karlik, Yesiloz, Soganli e le città sotterranee di Kaymaklı e Derinkuyu. Karlik, nel distretto di Ürgüp, è situato sulla riva sinistra del fiume Derebag, affluente del  Kizilirmak, fra gli abitati di Karain e Yesiloz, 25 km a SE di Nevşehir.

Il piccolo abitato è sovrastato da una imponente falesia tufacea che, anche da lontano, appare intensamente antropizzata. Innumerevoli sono le aperture nella roccia che evidenziano gli accessi ad ipogei che hanno ospitato nel lontano passato gli abitanti della zona, le loro case, le loro chiese e, ancora oggi, le greggi. Una strada sterrata, la cui realizzazione ha comportato l’obliterazione di molte strutture ipogee, parte dal piccolo cimitero di Karlik e con un percorso sinuoso porta dall’abitato odierno alla sommità dell’altopiano, dove sono ancora concentrate molte attività pastorali ed agricole.

Lo studio interdisciplinare condotto nel 2002 da Carlo Germani e Carla Galeazzi (Centro Ricerche Sotterranee EGERIA), Fabio Redi (Università di Pisa), Ezio Burri (Università dell’Aquila), Elena Di Labio e Nerio Leonori (Ass. La Stalattite Eccentrica) ha evidenziato come le strutture ipogee di Karlik siano pienamente in linea con le tante indagate in altre aree della regione da speleologi nel corso degli ultimi trenta anni.

Anche nella zona di Karlik si è riscontrata l’esistenza di accorgimenti difensivi a protezione delle abitazioni e delle strutture produttive, diffusamente riscontrati in tutta la regione cappadoce. Ciò che invece rende del tutto particolare questo abitato è la sua posizione esposta e relativamente difficile da proteggere da attacchi provenienti dall’esterno. Per questo gli antichi abitanti altomedievali adottarono una configurazione difensiva diversa dal consueto, con una sorta di inversione della struttura.

L’antica Karlik rappresenta infatti un raro esempio di villaggio “all’inverso”, con le zone produttive situate alla sommità e non alla base dell’insediamento, seguite – a scendere – dalla zona abitativa, di culto e stoccaggio delle riserve alimentari e, infine, da quella commerciale, adibita allo scambio di prodotti con gli abitanti delle zone vicine. Gli ingressi alle strutture abitative erano in gran parte localizzati alla sommità del pianoro da dove, probabilmente con scale in legno, si scendeva nel cuore della montagna verso gli ambienti di conservazione delle derrate alimentari, le abitazioni, i luoghi di culto. Le finestre verso valle erano protette dalla loro stessa altezza o da grosse pietre – macina, i passaggi attraverso la falesia più alta erano poco visibili e protetti da “posti di guardia” scavati nella roccia.

Per semplificare l’individuazione degli ipogei, abbiamo a suo tempo suddiviso l’area in quattro fasce, dal basso salendo verso l’altopiano.

Fascia bassa. Corrisponde all’attuale abitato della città di Karlik. Le strutture ipogee presenti sono ancora in gran parte utilizzate dagli abitanti del villaggio e pertanto di difficile accesso. Abbiamo notato vari ovili (uno dei quali ricavato in una chiesa rupestre) e una cisterna ancora collegata, all’epoca dello studio, ad una serie di canali di irrigazione.

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Fascia intermedia. Nel 2002 presentava traccia di recenti coltivazioni a terrazza. Si sviluppa da SW a NE a partire dal tornante della strada sterrata, fino ad un ampio ghiaione. È caratterizzata da numerosi ipogei molto danneggiati e da due complesse ed interessanti strutture rupestri.

Fascia alta.  Lungo questa bellissima e lunghissima falesia alta dai 15 ai 25 metri si sviluppava la città sotterranea vera e propria, come testimoniano le tante finestre che si affacciano sulla vallata. Purtroppo l’accesso ai vari ambienti (che avveniva dal pianoro sommitale) è in larga parte impedito dai crolli che ne hanno obliterato gli ingressi rendendo molto difficoltosa l’esplorazione.

L’accesso al pianoro sommitale era assicurato da scale intagliate nella roccia, poco visibili dal basso, che consentivano il passaggio di una sola persona per volta e fiancheggiate da ipogei (ora diruti) realizzati in modo tale da poterne controllarne l’accesso.

Pianoro sommitale. L’altopiano che sovrasta Karlik era ancora utilizzato, nel 2002, per coltivare grano ed altri prodotti. Sull’area sommitale erano ancora visibili ampie aree di cattura delle acque piovane, cisterne e canalizzazioni per il trasporto dell’acqua.  In prossimità di una grande cisterna erano ben visibili le tracce lasciate dal passaggio di carri. Nel corso dei secoli le cisterne e le aree di raccolta acqua sono state abbandonate e quindi riutilizzate come stalle ed ovili, come testimoniano vari muretti a secco. Sullo stesso pianoro sono state notate tombe a fossa.

L’esplorazione speleologica, pur analizzando ogni evidenza sul territorio, si è concentrata prevalentemente nelle due falesie corrispondenti alle fasce intermedia e alta, mentre all’altopiano è stata dedicata solo una giornata di ricognizione. L’indagine, sia pur parziale, ci ha permesso di acquisire la documentazione fotografica e topografica di molti ipogei, che sono stati codificati e censiti per ricostruire le diverse fasi di utilizzo dell’insediamento rupestre. Nella zona sono in programma nuove esplorazioni da parte della nostra associazione in collaborazione con colleghi della Commissione Nazionale Cavità Artificiali SSI, che consentiranno di acquisire dati completi sull’insediamento.

Bibliografia Burri E., Germani C., Malandra C., Redi F., 2002, L’insediamento sotterraneo di Karlik in Cappadocia (Distretto di Urgup – Provincia di Nevsehir – Turchia). In Archeologia medievale, XXIX – 2002, pp. 355-369.

 
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Pubblicato da su 31 agosto 2014 in Cavità artificiali, Insediamenti

 

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Grotta Rottezia, il Beato Lupo e la Sedia del Papa (Soriano, Viterbo, Lazio).

È una bella giornata di dicembre. Fa freddo ma il sole promette di fare il suo, almeno nelle ore centrali della giornata. È molto presto, come sempre in inverno quando le ore di luce sono troppo poche rispetto alla nostra voglia di vedere e di scoprire. Superato l’abitato di Soriano lasciamo le macchine e ci incamminiamo in direzione sud-ovest nella selva cimina.

Luogo tetro, impenetrabile ed invalicabile per i Romani, che a noi sembra bellissimo. È bellissimo. Le foglie secche, gelate nella notte, frusciano sotto i piedi. È il solo rumore che si sente. Seguiamo il viale per due chilometri fino a un’altitudine di circa seicento metri, alla nostra destra compare la chiesetta dell’eremo della S.S. Trinità recentemente oggetto di restauro di consolidamento.

Foto sopra: la Chiesa nei primi anni del ‘900. Da Giannini P. (op. cit.). Foto Archivio Valentino D’Arcangeli.

A sinistra una parete tufacea, alta circa 30 metri, fratturata in più punti e con distacchi che hanno creato anfratti, piccole cavità e rifugi. Dalla parete rocciosa sgorga una piccola sorgente che alimenta un fontanile di campagna.Il bisogno di acqua è evidente anche nella canalina scavata nella roccia, che permetteva di catturare e convogliare verso il fontanile persino il liquido di percolazione. Un escamotage, questo, utilizzato in molte strutture insediative.

Proseguiamo in cerca della Grotta Rottezia (grottaccia) nella quale, narra la leggenda, sarebbe nascosta una chioccia con dodici pulcini d’oro. Chi entra per scoprire e asportare il tesoro muore di spavento in seguito al misterioso spegnimento delle torce… fortunatamente non usiamo più le lampade a carburo già da un po’.

La base della parete di tufo è completamente ricoperta dalle foglie, e sono tante le fratture “promettenti”  ma nessuna è l’ingresso alla grotta che stiamo cercando. Le battiamo avanti e indietro fino a notare un po’ di verde spiccare nel giallo. Sono edera e capelvenere. Segni inconfondibili che c’è dell’umidità da condensazione a sostenerle anche nei mesi di siccità. Smuoviamo le foglie e si apre l’imbocco della grotticella.

Scivoliamo dentro uno alla volta. Entro per ultima. Mentre striscio giù il piede tocca qualcosa di metallico. Lo aggancio con la caviglia e tiro: è un passeggino, anche abbastanza nuovo. Sandro si ricorda di aver notato un foglietto attaccato ad un sedile in pietra non lontano dalla chiesa. Sulla via del ritorno ce ne occuperemo.

La grotta è piccolina, artificiale, scavata, con un sedile ricavato nel banco roccioso. La rileviamo e la fotografiamo, poi riprendiamo il sentiero.

A poca distanza un gruppo di imponenti blocchi di roccia formano una sorta di piramide naturale nota come il “Sasso del Beato Lupo”.

Proviamo a metterci nei panni dell’eremita. Non doveva essere una vita facile: la tramontana si incanala fra i massi e soffia gelida, il culmine della piramide presenta effettivamente un piccolo incavo naturale, formato probabilmente per erosione, nel quale un uomo può stare a stento in posizione supina, inginocchiato o seduto. Il Beato Lupo Franchini vissuto fra il XIII e XIV secolo, era originario di Corviano e apparteneva all’Ordine Agostiniano. Il luogo, nel corso del tempo, ha effettivamente assunto anche la denominazione di “Grotta di Sant’Agostino”, collegandolo all’Ordine che per certo aveva fatto edificare anche la chiesetta della Trinità, già nota alle fonti come eremitaggio a partire dal 1275.

Ci rimettiamo in cammino per raggiungere la “Sedia del Papa”, dove arriviamo circa quaranta minuti dopo. È un bel picco di roccia, attrezzato con una struttura in legno che permette l’affaccio sulle vallate circostanti. Ringraziamo Tullio Dobosz, profondo conoscitore dei luoghi legati agli insediamenti eremitici del Lazio ed Abruzzo, per averci fatto conoscere anche questo, incantevole. Le ore di luce cominciano a scarseggiare e dobbiamo rientrare, la passeggiata in discesa per arrivare fin qui si presenta ora con una ripida salita.

Rientrando sviluppiamo qualche ipotesi sul luogo e ci convinciamo che tutte le strutture visitate facessero parte di un unico complesso monastico: la piccola chiesa, il fontanile, il luogo di preghiera del Beato Lupo che favoriva l’isolamento e l’ascesi e la “grottaccia”, usata forse come rifugio o per conservare alcune derrate alimentari di prima sussistenza. Le residuali tracce sul terreno non restituiscono evidenze di spazi destinati a coltivativo, dal che è possibile supporre che la piccola comunità monastica rientrasse fra quelle che vivevano in povertà, attraverso la beneficenza che veniva loro elargita. Unico elemento certo è la diffusa religiosità che permea tutto il luogo.

Arrivati in prossimità della chiesa ritroviamo il foglietto. Dice: “abbiamo perso un passeggino, se qualcuno lo trova puo telefonarci a questo numero…”. Mandiamo un sms per segnalare il ritrovamento e ci rispondono dopo due giorni, ringraziandoci. Non scopriremo mai come e perché sia finito dentro alla grotta.

Grotta Rottezia è una cavità artificiale, censita al Catasto Nazionale delle Cavità Artificiali (data base speleologico articolato su base regionale) con il numero CA448LaVT. L’imbocco della cavità è stata recentemente oggetto di importanti distacchi  e pertanto la grotta non è più accessibile. Tutta l’area rientra nella proprietà della Soc. I.M.A. Immobiliare Mura Aurelie Srl Comune di Soriano nel Cimino (VT) e ne è vietato l’accesso in assenza di autorizzazione.

L’area è attualmente oggetto di un interessante progetto didattico SCARICA QUI LA BROCHURE IN PDF Soriano Bosco Didattico brochure
Lo studio della Grotta Rottezia da parte della nostra Associazione risale al Dicembre 2008/Gennaio 2009. Questo articolo è la revisione del precedente, pubblicato nell’aprile 2012.

Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

Fonti bibliografiche

Benedetti E., Soriano nel Cimino, in Campo de’ Fiori, periodico sociale di Arte, Cultura, Attualità edito dall’Associazione Accademia Internazionale d’Italia, n. XXXVII.

D’Arcangeli V., Monumenti archeologici ed artistici del territorio di Soriano nel Cimino e delle zone limitrofe, 1967, “La Commerciale” di Camilli & Sora, Soriano nel Cimino, Viterbo.

D’Arcangeli V., Soriano nel Cimino, nella storia e nell’arte, 1981, a cura dell’Associazione Pro-Soriano.

Giannini P., L’amore per la solitudine del cardinale Egidio Antonini ed il Convento della SS. Trinità in Soriano.

Menichino G., Sensazioni uniche, Alto Lazio, Etruria misteriosa, escursionismo nella Tuscia viterbese. Club Alpino Italiano Sezione di Viterbo.

Torelli L., Secoli Agostiniani, Tomo Sesto, Google Books.

 

 

 

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