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Archivi tag: speleologia urbana

Opera Ipogea: la sapienza del mondo antico e la cultura degli antichi saperi

A volte mi domando quali vie avrebbe preso la mole degli studi compiuti nei sotterranei di mezzo mondo se non fosse esistita la rivista Opera Ipogea. Nata nel 1995, per volontà della Commissione Nazionale Cavità Artificiali della Società Speleologica Italiana, esce con un primo numero monografico intitolato “Le città sotterranee della Cappadocia” e dal 1999 diventa un periodico acquistabile in abbonamento (www.operaipogea.it)

In 14 anni, dal gennaio 1999 al dicembre 2012, ha pubblicato 228 articoli di 250 diversi autori italiani e stranieri, suddivisi in 20 miscellanee, 6 monografie, 2 atti di convegni nazionali, un numero speciale che sintetizza la storia, gli obiettivi e i progetti della Commissione e un supplemento dedicato all’antico acquedotto delle Cannucceta (Praeneste).

Speleologia urbana, speleologia in cavità artificiali, archeologia del sottosuolo, speleologia per l’archeologia, studio delle opere antropiche ipogee di interesse storico. Modi diversi per descrivere quello che in realtà è stato un unico, lunghissimo, percorso sotterraneo che partendo dal sottosuolo del nostro Paese ha raggiunto la Turchia, la Tunisia, la Giordania, la Libia, Israele, Malta e la Cina.

Opera Ipogea pubblica i risultati delle più importanti campagne di studio condotte nelle cavità artificiali italiane ed estere, atti di convegni nazionali, tavole rotonde, workshop internazionali e censimenti tematici delle strutture ipogee artificiali, configurandosi oggi come il più importante periodico del settore al mondo e annoverando nel comitato scientifico i maggiori esperti internazionali. Anche per questo da qualche anno è stata aggiunta al titolo originale l’estensione Journal of Speleology in Artificial Cavities (vai al sito di Opera Ipogea).

Su Opera Ipogea hanno pubblicato il Prof. Amos Kloner (archeologo e professore emerito presso il Department of the Land of Israel Studies della Bar Ilan University di Ramat Gan, Israele, dove insegna archeologia ellenistica, romana e bizantina), il Prof. Vittorio Castellani († 2006, membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei e professore ordinario di astrofisica all’Università di Pisa), Fabrizio Ardito (giornalista e fotografo, autore di numerosi articoli, reportage, speciali tv e volumi dedicati al turismo, all’escursionismo, alla speleologia e ai monumenti sotterranei delle città d’Italia), il Prof. Carlo Ebanista (professore associato di Archeologia Cristiana e Medievale presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione dell’Università del Molise, membro della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e Ispettore per le Catacombe della Campania), il Generale Guido Amoretti († 2008, appassionato archeologo e studioso di storia patria, ideatore del Museo Pietro Micca di Torino), Giorgio Filippi (archeologo, conservatore della raccolta epigrafica dei Musei Vaticani, ha condotto le ricerche documentali e guidato gli scavi nella Basilica romana di San Paolo fuori le mura), il Prof. Paolo Forti (membro della National Speleological Society, della Società Speleologica Italiana, dal 1997 Presidente Onorario dell’ Unione Internazionale di Speleologia), il Prof. Giovanni Badino (fisico, docente presso l’Università di Torino, dal 1970 svolge attività speleologica esplorativa e scientifica in Italia e al’estero partecipando a numerose spedizioni extraeuropee, soprattutto con l’associazione La Venta di cui è presidente, fra i maggiori esperti al mondo di speleologia glaciale), Carlos Solito (scrittore e fotografo, autore di reportage e servizi foto-giornalistici in tutto il mondo predilige le tematiche antropiche, paesaggistiche e di life style). E molti altri.

L’importanza della rivista, o speleological magazine come viene altrimenti definita grazie all’interesse che va acquisendo anche in campo internazionale, è indubbiamente legata alla capacità di mettere a disposizione di studiosi e ricercatori un archivio documentale di straordinaria importanza: informazioni sui sotterranei realizzati dall’uomo nel corso dei millenni che, in assenza di un canale dedicato come questo, non risulterebbero reperibili. O per lo meno lo sarebbero in modo estremamente frammentario e disorganico.

Si tratta di contributi speleologici e multidisciplinari, tecnici e scientifici. Frutto delle indagini sul territorio (esplorazioni condotte con tecniche di progressione speleologica), cartografiche, bibliografiche e di archivio, a seguito delle quali sono stati acquisiti i dati topografici di ogni ipogeo, specificandone la correlazione con il soprasuolo, effettuando l’analisi degli aspetti strutturali, storico-archeologici, architettonici, climatici, geologici, biologici. Spesso corredati da indicazioni preliminari sull’adozione di opportune misure conservative e di valorizzazione.

Uno straordinario data-base descrittivo, documentale e fotografico dal quale emergono le storie di centinaia di luoghi: non solo quelli più noti al vasto pubblico, come la Roma sotterranea, gli acquedotti di Bologna, le magie e i misteri della Torino underground, la Kleine Berlin di Trieste e gli acquedotti dell’antica Cagliari – Carales, ma anche (direi soprattutto) quelli di tanti comuni più piccoli che potrebbero certamente individuare, nelle pieghe degli studi pubblicati, nuove e fondamentali opportunità di promozione storica e turistica del proprio territorio. Perché attraverso le pagine di questa rivista è stata svelata la sapienza del mondo antico e la cultura degli antichi saperi. Storia, cultura, civiltà, ambiente sottotitolavamo, non a caso, fino a qualche tempo fa.

Non esiste problema per il quale l’uomo non abbia cercato, nel corso dei millenni, delle soluzioni. Trovandole molto spesso nell’uso del sottosuolo, che ha infatti variamente scavato e antropizzato.

La rivista, come la storia che racconta, ha avuto diverse fasi. Quella iniziale, che definirei “sperimentale”, nella quale si è dovuto immaginare e poi comporre un prodotto assolutamente nuovo e di difficilissima collocazione nel panorama editoriale. Ciò è stato possibile grazie alla sinergia con la Casa Editrice Erga di Genova, con la quale Opera Ipogea è stata stampata dal 1999 al 2004.

Dal 2005 la rivista si è affrancata dalla copertura editoriale esterna diventando prodotto esclusivo della Società Speleologica Italiana, già proprietaria della testata, e cambiando formato. Nel 2007 il cambio di coordinamento della redazione e l’ampliamento nella composizione del comitato scientifico a personalità del mondo accademico nazionale ed internazionale hanno regalano alla rivista un ulteriore salto di qualità tanto che, pur non avendo ottenuto ancora l’Impact Factor, si caratterizza per la coerenza e l’assoluta attendibilità degli studi pubblicati.

Nel 2013 la testata apre anche una vetrina sul web (www.operaipogea.it), per mettere a disposizione degli interessati gli articoli dei numeri esauriti (scaricabili gratuitamente), alcuni contenuti aggiuntivi e favorendo nel contempo l’acquisto in abbonamento.

Il target del periodico è molto vario: al pubblico speleologico si sono uniti, nel corso degli anni, lettori curiosi, attenti agli aspetti meno visibili, ma non per questo meno suggestivi, del patrimonio storico – archeologico ipogeo. Archeologi, in particolare medievisti, architetti, enti locali, soprintendenze. Oggi la rivista è non solo un preciso punto di riferimento editoriale ma anche un ponte imprescindibile fra l’archeologia e la “non solo speleologia”.

Ricordo che Vittorio Castellani, con il quale ho condiviso il piacere e il privilegio di contribuire (insieme ad altri colleghi) alla nascita di questa rivista, riteneva che Opera Ipogea sarebbe diventata, con l’andar del tempo, il “catasto illustrato” delle cavità artificiali. Aveva ragione.

Opera Ipogea  Journal of Speleology in Artificial Cavities – Memorie della Commissione Nazionale Cavità Artificiali – Rivista semestrale della Società Speleologica Italiana – Iscrizione al Tribunale di Bologna n. 7702 dell’11/10/2006 ISSN 1970-9692. Acquistabile solo in abbonamento.

 

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Il “Viaggio in Italia” di J.W. Goethe e il paesaggio della geologia: i luoghi ipogei

Il viaggio di Goethe in Italia dura quasi due anni, dal 3 settembre 1786 al 18 giugno 1788, gran parte dei quali li trascorre a Roma, nella dimora di Via del Corso oggi Museo. E’ un visitatore attento e curioso che riflette sul paesaggio e sull’origine dei territori che attraversa, fornendo descrizioni dettagliate che ci aiutano a comprendere, ad oltre due secoli di distanza, le trasformazioni subite dal nostro Paese.

Copertina del volume

Il volume, fresco di stampa (settembre 2012), è frutto del progetto scientifico coordinato da Mario Panizza e Paola Coratza, Nato dalla sinergia fra G&T Geologia e Turismo, IYPE Commissione Italiana coordinamento Anno Internazionale Pianeta Terra (Settore divulgazione scientifica Outrach),  ISPRA Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale e il Museo Casa di Goethe di Roma, unico museo tedesco all’estero. Il volume rappresenta un’opera importante per la conoscenza del nostro Paese e a tale scopo il Servizio Geologico Nazionale Dipartimento Difesa Suolo dell’ISPRA si è impegnato per far si che l’opera venisse stampata.

Un progetto originale e di grande interesse voluto da G&T e realizzato grazie alla capillarità dei suoi associati ed estimatori su tutto il territorio nazionale nonché di geologi facenti capo ad Istituti Universitari, Enti di Ricerca, Pubbliche Amministrazioni, Musei Naturali ed altre Associazioni, fra le quali la Società Speleologica Italiana che ha curato, grazie a Carlo Germani e Vittoria Caloi (Egeria CRS) le quattro schede a tema speleologico – archeologico relative agli ipogei visitati dal celebre scrittore.

Pochi i luoghi sotterranei visitati da Goethe, con racconti che manifestano il disagio di trovarsi al buio, come nelle catacombe dalle quali esce immediatamente: “Fin dai primi passi in quei tristi sotterranei, mi si ridestò un tale insofferenza, che risalii immediatamente a rivedere il sole, e ad aspettare, in quel rione del resto ignorato e appartato, i miei compagni d’escursione che, meno impressionabili di me, avevano potuto visitare tranquillamente anche quei luoghi”. Forse anche per questa ragione apprezza tanto la pietra fosforica di Bologna: “… che, si racconta, se la si lascia al sole, ne assorbe i raggi e per un certo tempo splende nell’oscurità”.

 Scheda Ninfeo di Egeria

L’11 Novembre 1786 fa visita al Ninfeo di Egeria, (o Ninfeo di Erode Attico) nella Valle Caffarella, zona rimasta pressoché intatta fino a qualche anno fa. Nel suo ritorno a Roma dopo il viaggio che lo porta a percorrere l’Italia, ovvero nell’Aprile 1788, visita sia la Cloaca Massima trovandola addirittura più imponente rispetto a quanto raffigurata dal Piranesi. Le catacombe di San Sebastiano invece, come già detto, lo deludono profondamente pur trattandosi di un complesso cimiteriale di grandissimo interesse.

Scheda Ninfeo di Egeria

Durante le tappe non romane scende a Napoli e approfitta per visitare la Crypta Neapolitana (o Grotta di Posillipo, vedi anche il contributo di Pio Bersani https://speleology.wordpress.com/2012/11/27/la-crypta-neapolitana/) e resta talmente affascinato dai raggi del sole che attraversano la galleria, al tramonto, da ben comprendere chi si innamora della città di Napoli.  

La scheda sulla Grotta di Santa Rosalia a Palermo è stata curata da Dario Nicchitta e Antonia Messina (Università degli Studi di Messina). Anche in questo caso Goethe non descrive in modo suggestivo l’ambiente ipogeo ma ha tuttavia difficoltà ad allontanarsene perché  rimane molto colpito dalla devozione dei fedeli che attingono l’acqua nella speranza di ottenere la guarigione.

Fra gli scenari più amati dal Viaggiatore, incline ai luoghi caldi ed assolati, i vigneti: l’analisi geologica si è estesa quindi anche ai “paesaggi enologici”  e ai vini che maggiormente apprezzò, ponendo in risalto il rapporto fra prodotto e caratteristiche del terreno, in un bellissimo contributo di Francesco Torre e della compianta Lucilla Gregori.

 

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Il signore delle grotte

Mitreo Caracalla_IMG_1780

Sabato 8 dicembre, festa dell’Immacolata e inizio ufficiale del periodo natalizio. Anziché infilarmi nel caos dello shopping decido di andare a visitare il Mitreo delle terme di Caracalla, riaperto al pubblico lo scorso ottobre dopo 10 anni di chiusura per restauri. L’ultimo dei quali interamente dedicato alla ristrutturazione dell’imponente pavimento musivo in bianco e nero.

Con i suoi 25 metri di lunghezza per 10 di larghezza è senza dubbio il più grande mitreo rinvenuto a Roma, scoperto nel 1901 ma riconosciuto come tale solo durante i successivi studi del 1912. Si trova a lato del complesso termale di Caracalla, in corrispondenza dell’ingresso ai sotterranei di servizio. Al centro una profonda fossa, collegata all’adiacente sala con un condotto che consentiva il transito del toro. Si tratta con buona probabilità della fossa sanguinis per il sacrificio rituale del toro a cui seguiva il battesimo degli adepti. Due ambienti laterali erano destinati a latrine.

Mitreo di Caracalla_IMG_1785

Qui della rappresentazione marmorea chiamata tauroctonia, che era il fulcro del rito mitraico, resta visibile il solo serpente, mentre in una nicchia laterale si conservano tracce di un affresco che ritrae il dio Mitra con il volto sfregiato, probabilmente ad opera dei primi cristiani. A fianco una sala visibile, ma non visitabile, dove i seguaci banchettavano dopo il sacrificio.
Guardandomi intorno ho notato, in alcune scanalature verticali del muro con fondo di mattoni, un  laterizio bollato. Nonostante nel corso dell’attività speleologica ci sia capitato di ritrovarne e rilevarne parecchi, non ne avevo mai visto nessuno così in “bella mostra”: di  solito si trovano in zone poco accessibili e soprattutto molto scomode!

Una breve visita che valeva senza dubbio la pena di fare, e occasione per visitare anche le Terme di Caracalla che, incredibile a dire per un romano come me, non avevo ancora visto. Per rimanere in antico farò mia la frase “Non è mai troppo tardi!” tanto cara al maestro Manzi (pochissimi sanno a chi mi riferisco).

Mitreo di Caracalla_IMG_1789
Solstizio d’inverno. Ricevo da Antonio il racconto della visita al mitreo di Caracalla per la pubblicazione sul blog. Fra pochi giorni Mitra compirà gli anni. Il re delle Grotte nasce il 25 dicembre affiorando nudo da una roccia lungo un fiume nello stesso giorno di Cristo, quando le giornate, dopo il solstizio d’inverno, cominciano ad allungarsi attestando la vittoria della Luce sulle Tenebre: il Sol Invictus. Ha il capo coperto da un berretto frigio, in mano regge una fiaccola per illuminare il buio e un coltello con cui sacrificare il toro affinché il suo sangue fecondi la terra. Con un colpo di freccia fa scaturire acqua dalla roccia e poi inizia ai propri misteri il Sole, suggellando un patto che li vedrà sedere insieme a banchetto per salire sul carro e volare nel cielo. Immagine mutuata sia dai tarocchi (carro del Sole) che dalle cartoline di auguri raffiguranti Babbo Natale in volo nel cielo sulla slitta, circondato da renne e stelle.

Mitreo del Circo Massimo da FMR 1998

Il rito mitraico, di origine persiana, è uno dei culti orientali che attraverso il mondo ellenico si diffusero a Roma in alternativa alla religione ufficiale. Cominciò a prendere piede alla fine del I secolo d.C. e raggiunse il periodo di massima diffusione al tempo degli imperatori Severi. Il mitraismo occidentale si era formato dalla lunga e complessa evoluzione dell’antico culto iranico e come molti altri culti di origine orientale aveva le caratteristiche della religione iniziatica e segreta.

Ecco perché il rito si svolgeva in grotte, caverne naturali o artificiali, o ancora ambienti diventati sotterranei per sovrapposizione stratigrafica. Gli antichi consideravano la terra e le sue profondità simbolo stesso della materia di cui è costituito il cosmo: la nascita dell’intero universo era dunque simboleggiata dalla grotta. Gli speleologi godono il privilegio di saperlo e, talvolta, capirlo…

Mitreo di S. Stefano Rotondo FMR 1998

Mitraismo e cristianesimo, entrambe religioni monoteiste, ebbero in comune riti e liturgie volte alla prospettiva di una salvezza dopo la morte. La prima riservata ai soli adepti-eletti, la seconda con aspirazione più universale. Mitra fu dunque per un certo lasso di tempo un pericoloso “rivale” di Gesù. Probabilmente i turisti che visitano oggi i mitrei sono convinti di entrare nelle cripte di un dio ormai dimenticato, ma non è così. Gli zoroastriani, ad esempio, continuano ad adorarlo amministrando la giustizia in suo nome e impugnando la mazza con la testa a foggia di toro. (Musso L., op. cit.).

Le guarnigioni militari, insieme agli schiavi, furono i più attivi seguaci di Mitra. Ma ne rimasero affascinati anche gli imperatori, tanto che Nerone volle essere iniziato ai misteri mitraici.

Secondo alcuni studiosi la disciplina gerarchica dell’iniziazione, la raffigurazione vittoriosa del dio e il forte contenuto etico del mitraismo, che muoveva dall’antica idea persiana dell’eterna lotta contro il male, spiegherebbero il successo del mitraismo presso le più alte sfere dell’esercito e gli imperatori. Al punto da far scrivere ad Ernest Renan che “se il cristianesimo fosse stato fermato nella sua espansione da qualche malattia mortale, il mondo sarebbe stato mitraico“.

La totale mancanza di fonti scritte fa assumere una straordinaria importanza alla documentazione archeologica relativa a Mitra, il cui mito si ricostruisce in base alle numerose raffigurazioni rinvenute nei mitrei. Come in tutti i culti misterici anche a quello mitraico si era ammessi dopo l’iniziazione segreta, preceduta dal giuramento di non rivelare il rito. L’ingresso era riservato ai soli uomini e l’iniziato poteva gradualmente accedere ai sette gradi della gerarchia (corvo, ninfo, soldato, leone, persiano, corriere del sole e padre) dopo prove e cerimonie delle quali sappiamo, ovviamente, molto poco ma che molto probabilmente rivestivano carattere simbolico ed incruento, come del resto il sacrificio del toro, punto centrale della liturgia mitraica, che nella maggior parte dei mitrei conosciuti sarebbe stato impossibile da eseguire per le limitate dimensioni degli ambienti.

Mitreo del Circo Massimo FMR 1998

Oltre al dio e al toro nella tauroctonia si raffiguravano elementi simbolici ben precisi: un cane ed un serpente che si nutrivano del sangue taurino, uno scorpione che lo pungeva ai testicoli, spighe di grano che germogliavano dalla coda dell’animale morente e un corvo.

Il significato è incerto: lo scorpione ed il serpente sono stati frequentemente interpretati come forze del male che tentano di impedire al sangue ed al seme del toro di raggiungere e fecondare la terra, il cane, al contrario, ne trae energia mentre le spighe simboleggiano la forza vitale che si libera dal toro morente per nutrire le piante. Il corvo, messaggero divino, era il contatto tra Mitra e il Sole. Una interpretazione altrettanto diffusa lega i vari animali alla rappresentazione astronomica e astrologica del cielo e delle costellazioni, mentre l’uccisione del toro e la presenza del sole rimandano ad un rito segreto che allude al meccanismo di progressione degli equinozi. Il carattere cosmico di Mitra è del resto sottolineato dalla costante presenza al suo fianco dei due dadofori, o portatori di fiaccole, Cautes e Cautopates, simili al dio insieme al quale rappresentano le tre fasi del giorno (aurora, mezzogiorno e tramonto) e del ciclo stagionale (primavera, estate e autunno).

L’apogeo del mitraismo si ebbe nel II-III secolo d.C., periodo particolarmente travagliato per l’impero romano da una crisi non solo economica e militare, che investì anche tutto il mondo pagano e che approderà più tardi alla totale cristianizzazione. Fu in questa fase che  il mitraismo si identificò con la religione orientale del Sole (diversa dal mithraismo originario, ma con esso largamente confuso, soprattutto dal popolo). Diocleziano cercò di sostenere il culto di Mitra quale religione del Sol invictus presso le legioni imperiali ma la religione mitraica si diffuse sia fra le classi meno abbienti: schiavi, liberti, operai, artigiani e piccoli commercianti che speravano in un riscatto dopo la morte, che nelle classi più elevate fino ad arrivare, come già detto, fino all’imperatore. Godette dunque di vasto consenso, pur senza mai divenire religione ufficiale.

Tauroctonia, da FMR 1998

Contemporaneamente andava affermandosi e diffondendosi, soprattutto negli stessi strati popolari e per esigenze spirituali analoghe, l’altra grande religione monoteista dell’epoca: la religione cristiana, che avversò sempre il mitraismo come pericoloso concorrente. Nelle due religioni monoteiste, oltre alle comuni origini orientali, si sovrapponevano vari altri elementi. Mitra che fa sgorgare acqua dalla roccia richiama i miracoli di Mosè e S. Pietro, né può sfuggire il parallelismo con il battesimo cristiano. Ma ancora il comune dogma della resurrezione dei morti e del giudizio finale presieduto dal dio, fino alla perfetta concomitanza nella data di nascita indicata per entrambi al 25 dicembre. Tutto questo scatenò fra le due comunità religiose una lotta feroce. Dopo l’editto di Costantino, del 313 d.C., i cultori di Mitra furono perseguitati. La restaurazione pagana di Giuliano l’Apostata (361 – 363 d.C.) permise una ripresa del culto segnando una battuta d’arresto nella barbara pratica della distruzione dei mitrei. Ma con la vittoria di Teodosio su Eugenio (394 d.C.) la religione cristiana prevalse definitivamente su quella mitraica che rimase in auge ancora per qualche tempo nelle sole zone periferiche, mentre a Roma, sopra i mitrei saccheggiati e distrutti, vennero erette chiese e basiliche.

di Antonio De Paolis e Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee, 2012.

Bibliografia:

Della Portella I., 1999, Roma Sotterranea, Arsenale Editrice, Venezia.

De Santis L., 2008, I segreti di Roma Sotterranea, Newton Compton Editori Srl, Roma.

Musso L., Zolla E., 1988, Mithra vive, in F.M.R. n. 61 pp. 43-70.

Luciani R., 1984, Il Mitreo di Santa Prisca e altri mitrei di Roma, in “Roma Sotterranea”, Fratelli Palombi Editori, Roma, pp. 222-239.

Pavia C., 1986, Roma Mitraica, Carlo Lorenzini Editore, Udine.

 

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Opere idrauliche: glossario dei termini più frequenti nello studio e documentazione delle cavità artificiali.

A

Acqua: sostanza inorganica composta di idrogeno e ossigeno, formula H2O, peso molecolare 18.016, punto di fusione 0°C, punto di ebollizione 100°C.

Acquedotto: manufatto costituito da condotte artificiali per condurre l’acqua da un luogo ad un altro. Composto da sistemi di captazione o alimentazione, sistemi di adduzione, sistemi di accumulo (serbatoi), sistemi di distribuzione. A queste componenti si aggiungono le opere accessorie, ad es. gli impianti di potabilizzazione e di sollevamento. Può essere sotterraneo o sopra terra: nel secondo caso è per lo più ad archi.

Acquifero: terreno poroso e permeabile che contiene una circolazione idrica sotterranea.

Actus: unità di misura lineare di 120 piedi pari a 35,489 m. Corrispondeva, secondo Plinio, alla lunghezza del solco che si poteva arare in una sola volta.

Adduzione: fase dell’approvvigionamento idrico che consiste nel trasporto dell’acqua dal punto di captazione a quello di distribuzione. Può essere a pelo libero, quando si ha portata tale da rendere possibile il funzionamento per gravità, cioè a pendenza costante e con pressione pari a quella atmosferica. Oppure, sistema più moderno del precedente, sotto pressione mediante condotte forzate.

Aquarii: definizione generica dei tecnici delle acque organizzati nelle diverse specializzazioni.

Atrium: spazio principale o cortile della domus romana, dove di solito veniva localizzata la cisterna sotterranea per il recupero dell’acqua piovana.

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Cunicoli sotto la Regina Viarum. Tunnels under the Regina Viarum

Vallericcia, o Valle Ariccia, è un antico cratere dei Colli Albani del diametro di circa 2000 metri, situato ai piedi della cittadina di Ariccia. Il fondo perfettamente pianeggiante e le alture della cinta craterica che lo proteggono dai venti provenienti dal mare rendono questa parte dell’edificio vulcanico albano particolarmente adatto all’agricoltura e forse proprio per questo motivo in quest’area troviamo alcune tra le più antiche opere di controllo delle acque nel Lazio (e nel mondo).

Vallericcia or Valle Riccia is an ancient caldera in the Alban Hills, with a diameter of about 2000 m, at the foot of the small town of Ariccia. The ground is flat and is protected from sea winds by the heights of the surrounding caldera, a situation that makes Vallericcia particularly suited for agriculture. Perhaps for this reason there are in the area some of the most ancient works of water control to be found in Latium (and in the world).

Le più note sono i due emissari di Nemi ed Aricino, datati almeno al V secolo a.C., che per oltre due millenni hanno assicurato ai contadini della zona un flusso costante di acqua il primo ed un efficace drenaggio dei campi il secondo. La parte settentrionale di Vallericcia è poi attraversata da NO a SE dall’Appia Antica che, all’altezza del Colle Pardo, sale verso Genzano con una rampa lunga oltre 230 metri costruita in opera quadrata di tufo. È una delle opere più imponenti che si incontrano lungo la Regina Viarum, che versa in stato di abbandono, in gran parte nascosto dalla vegetazione, interrato nel lato settentrionale e (incredibile ma purtroppo vero…) asfaltato e utilizzato per il transito veicolare.

The works most widely known are the two underground outlets of Nemi and Ariccia, dated back to at least the V century b.P.E. for more than two thousand years, the former has secured a constant water flow for the local farmers, and the latter an efficient drainage of the fields. The northern section of Vallericcia is crossed from NO to SE by the Appian Way which, at Colle Pardo, goes up toward Genzano by means of a slope more than 230 m long, built in tuff opus quadratum. It is one of the most impressive works found along the Regina Viarum and, as is often the case in Italy, its conditions are rather bad: it is largely hidden by vegetation, covered with earth on the northern side and (unbelievable but true) it is asphalted and used for the transit of vehicles.

Il Viadotto dell’Appia Antica a Colle Pardo (foto ©P. Bersani). The viaduct of the Appian Way at Colle Pardo (photo ©P. Bersani).

La rampa dell’Appia Antica è caratterizzata, nella parte centrale, da tre sottopassi: uno, di ampie dimensioni, era destinato al passaggio di un torrente proveniente dalla zona di Galloro, il secondo, di dimensioni inferiori, consentiva lo scorrimento di un piccolo corso d’acqua le cui scaturigini si ritrovano immediatamente a ridosso del viadotto, sulle pendici del Colle Pardo ed il terzo era una via di comunicazione.

In the central part of the Appian Way slope there are three underpasses: two of them are wide and were used one for the passage of a road and the other one for a streamlet coming from the Galloro area. The third one is smaller and allowed the flow of a streamlet whose spring is just behind the viaduct, on Colle Pardo slopes.

Vittorio Castellani all’imbocco del cunicolo CA295 sotto il viadotto dell’Appia Antica a Colle Pardo (foto C. Germani ©Egeria CRS). Vittorio Castellani at the entrance of the tunnel CA295 under the viaduct of the Appian Way at Colle Pardo (photo C. Germani).

La presenza di questi tre attraversamenti sollecita alcune considerazioni relative alle canalizzazioni necessarie all’attività agricola che, come già detto, caratterizza quest’area da almeno 25 secoli. La posizione dello sbocco dell’emissario del lago di Nemi è infatti tale da consentire l’irrigazione della sola parte centrale e meridionale della valle mentre la parte settentrionale, posta ad una quota leggermente superiore, non può essere da questo raggiunta. Le acque necessarie all’irrigazione di quest’ultima area dovevano quindi necessariamente essere condotte li dalle vallate a N del cratere aricino, oggi caratterizzate l’una dal famoso ponte di Ariccia e l’altra da quello di Galloro.

The presence of these three crossings suggests some observations on the works required by agriculture which, as mentioned before, developed in this area at least 25 centuries ago. The position of the mouth of the underground outlet of Nemi lake allows to water only the central and southern sections of the valley, while the northern section cannot be reached, due to its slightly higher location. The water required by this area had to come from the valleys to the north of the Ariccia caldera; at present these valleys are characterized one by the well known Ariccia bridge, and the other by the Galloro bridge.

Vallericcia e le strutture idrauliche (sorgenti e cunicoli) note (C. Germani ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee).

La realizzazione del viadotto dell’Appia Antica deve quindi aver tenuto conto della preesistenza di un sistema di irrigazione attivo, che motiva l’esistenza dei tre sottopassi. Dunque, se il viadotto fosse coevo all’Appia (la data della sua realizzazione è dibattuta ed oscilla tra il IV e il II sec. a.C.) si potrebbe dedurre che la sua realizzazione ha incontrato almeno un sistema di condotte idriche sotterranee già nel IV secolo a.C.

Therefore, the construction of the Appian Way viaduct had to take into account the presence of a working watering system, a fact that led to implement the three crossings. This means that, if the viaduct were contemporary with the Appian Way (built at an epoch still under debate and esteemed between the IV and II century  b.P.E.), its construction met with at least one systemof underground water pipes already in the IV century b.P.E.

Il cunicolo idraulico.

L’ipogeo (CA295LaRM) è di dimensioni ridotte e si sviluppa per poche decine di metri. È tutt’ora percorso da un modesto rivolo d’acqua che oltre il cunicolo, si disperde nella campagna. La prima parte del condotto è orientata N-S, si sviluppa interamente sotto il viadotto ed è rivestita con grandi blocchi di tufo squadrati e volta a botte. La costruzione è chiaramente contemporanea al viadotto.

Il cunicolo CA295 nel tratto sotto la Via Appia Antica (foto © P. Bersani). The tunnel CA295 in the stretch under the Appian Way (photo ©P. Bersani).

Sottopassata la via Appia, il cunicolo prosegue in direzione N per 25 metri, alternando tratti scavati in galleria a tratti realizzati in trincea ricoperta da laterizio (a probabile testimonianza di movimenti franosi che hanno portato al parziale interramento del lato settentrionale del viadotto e costretto gli abitanti del luogo a vari interventi di sistemazione del cunicolo). Una diramazione sulla sinistra risulta completamente ostruita da terra e detriti, mentre sulla destra due gallerie drenanti sono tutt’ora attive.

Tratto terminale di una delle galleria drenanti del cunicolo CA295 (foto ©P. Bersani). The final section of one of the draining cuniculi of the tunnel CA295 (photo ©P. Bersani).

Le evidenti tracce di ripetute sistemazioni al condotto rendono difficile la datazione, ma le considerazioni suesposte portano in ogni caso a dedurre la presenza in questa zona di una rete di captazione e drenaggio precedente alla realizzazione dell’Appia e del suo viadotto.

The hydraulic tunnel

The hypogeum (CA295LaRM) is small and develops for few tens of meters. Still at present, a trickle of water goes through it and disperses in the fields. The first stretch is N-S oriented, develops entirely under the viaduct, is coated with large, squared tuff blocks and has a barrel vault. The structure is clearly contemporary with the viaduct.

After passing under the Appian Way, the tunnel goes on toward N for 25 m, alternating stretches dug underground to stretches constructed as cuttings covered with bricks. This latter solution is likely due to the occurrence of landslides, that have actually filled with earth the northern section of the viaduct, forcing the inhabitants to intervene for repairing the tunnel. A branch on the left appears completely blocked by earth and debris, while on the right there are two draining tunnels, still working.

On the inside the tunnel shows clear evidence of repairs performed along the centuries, so that it is not possible to date precisely this part of the structure. Anyway, the observations quoted above suggest the existence, in this area, of a system to collect and drain water preceding the construction of the Appian Way and its viaduct.

Rilievo del cunicolo CA295. Map of the tunnel CA295.  (©EgeriaCentroRicerche Sotterranee riproduzione vietata)

Uno dei sottopassi più ampi, pieno di rifiuti. One of the largest underpasses, filled up with garbage. (photo ©P. Bersani)

Bibliografia essenziale. Basic bibliography

Lilli M. (2002): Ariccia. Carta Archeologica. L’Erma di Bretschneider, Roma.

Bersani P., Castellani V. (2005), Considerations on water flow regulation in ancient time in the Alban Hills. GT&A.

Testi Carlo Germani, Traduzione Vittoria Caloi, Foto P. Bersani e C. Germani ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

 

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