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Archivi tag: speleologia in cavità artificiali

Gli emissari artificiali. Un sito web dedicato è ora in rete

La presenza sul territorio italiano di opere idrauliche risalenti ad epoche passate costituisce un elemento di notevole importanza storica, che testimonia la capacità dell’uomo di adattarsi alle caratteristiche naturali dell’ambiente e l’abilità ingegneristica nel costruire opere di controllo del territorio. È un patrimonio culturale diffuso, spesso così rilevante da costituire un segno identificativo del paesaggio antropizzato.

Nell’Italia centrale esistono numerosi contesti geomorfologici (laghi di origine vulcanica, polje carsici) che hanno reso necessaria, nel corso dei secoli, la realizzazione di emissari sotterranei per la regolazione dei livelli idrici di specchi d’acqua permanenti e/o temporanei. Tali interventi sono stati frequentemente progettati ed eseguiti per diverse finalità antropiche, quali l’attività agricola, o per convogliare le risorse idriche verso insediamenti abitativi: gli Etruschi e poi i Romani, tra il VI sec. a.C. e il II d.C., scavarono imponenti gallerie per mezzo delle quali riuscirono a regimare numerosi bacini.

Da qualche anno ci stiamo occupando della classificazione e censimento delle antiche opere idrauliche sotterranee: la Carta degli Antichi Acquedotti della quale si configura come naturale corollario il Censimento delle altre opere idrauliche antiche, quali gli emissari dei laghi vulcanici o dei polje carsici dell’Italia centrale.

Per divulgare gli studi ed i contributi pubblicati sugli emissari artificiali, maggioranza dei quali situati nella zona dei Colli Albani, è stato recentemente messo in rete il sito http://www.emissarialbani.wordpress.com con belle immagini, contributi e video scaricabili gratuitamente. Vi invitiamo a seguirlo e se di vostro gradimento aiutarci a divulgarlo.

Carla Galeazzi

 

 

 

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HYPOGEA2015

Apertura congresso Hypogea2015. Foto Antonio De Paolis (Archivio Egeria CRS).

Si è svolto a Roma dall’11 al 17 marzo 2015 il Congresso Internazionale di speleologia in cavità artificiali Hypogea 2015. L’evento è stato organizzato da Hypogea, Federazione dei Gruppi speleologici del Lazio per la ricerca e la valorizzazione delle cavità artificiali fondata da tre importanti realtà nel settore dell’esplorazione e documentazione di cavità artificiali: ASSO, Egeria e Roma Sotterranea.  Tenuto sotto l’egida della International Union of Speleology e della Società Speleologica Italiana, ha ottenuto il patrocinio del Consiglio Nazionale delle Ricerche – Dipartimento Scienze del Sistema Terra e Tecnologie per l’Ambiente, Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica, del Parco Regionale dei Castelli Romani e della Società Italiana di Geologia Ambientale.

Sessioni congressuali presso la Sala Marconi del CNR. Foto Antonio De Paolis (Archivio Egeria CRS).

Hanno preso parte al congresso circa 150 studiosi provenienti da: Austria, Armenia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Francia, Georgia, Germania, Inghilterra, Italia, Israele, Svizzera, Stati Uniti e Turchia che si sono confrontati su molteplici tematiche ed esposto i risultati di importanti ricerche multidisciplinari. Oltre a relazioni su specifiche aree sotterranee, è stato possibile condividere e discutere temi trasversali all’attività come lo studio e censimento delle antiche opere idrauliche e di culto, le nuove tecnologie impiegate nell’esplorazione e nel rilievo topografico delle cavità artificiali, l’analisi di particolari speleotemi presenti nelle strutture sotterranee di origine antropica, le opere minerarie e il relativo rischio esplorativo, le esplorazioni speleo subacquee in cavità artificiali e il confronto tra le diverse tipologie si cavità artificiali presenti nei vari paesi, la loro schedatura e codifica.

La segreteria del Congresso Hypogea2015. Foto Antonio De Paolis (Archivio Egeria CRS).

Coerentemente agli standard scientifici internazionali, il Congresso si è tenuto in lingua inglese ed in inglese sono stati prodotti gli atti ed i poster.

Proceedings of International Congress of Speleology in Artificial Cavities HYpogea2015.     Proceedings of International Congress Hypogea2015

Ad integrazione delle attività di studio si sono svolte visite e tre tour post congressuali in ipogei particolarmente significativi di Roma e del Lazio. Condotte in italiano, inglese, tedesco e russo le visite hanno permesso ai partecipanti di “viaggiare” in un arco temporale di 23 secoli (dal VI secolo a.C. al XVII d.C.) ripercorrendo emissari arcaici, mitrei, antichi acquedotti, cave e domus di epoca romana, ninfei e celle dell’inquisizione.

Visite agli ipogei di Roma Congresso Hypogea2015. Foto Antonio De Paolis (Archivio Egeria CRS).

Per Roma si è trattato di una prima volta. Non era mai successo che la città ospitasse un appuntamento scientifico di tale rilevanza su un tema che dovrebbe vederla particolarmente impegnata per le molteplici ricadute di carattere scientifico, divulgativo, speleologico, archeologico, di rischio e di sviluppo. Le sessioni congressuali si sono svolte presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, sede ideale per sottolineare la valenza multidisciplinare che la speleologia in cavità artificiali riveste e le peculiari competenze che l’esplorazione e lo studio di tali strutture richiedono.

Il Comitato Organizzativo del Congresso HYPOGEA2015. Foto Boaz Zissu, per gentile concessione.

La tavola rotonda conclusiva si è tenuta nella sala Pietro da Cortona dei Musei Capitolini, accogliendo diverse personalità che hanno accettato di confrontarsi sulle tematiche della ricerca, tutela, protezione, rischio, valorizzazione e documentazione delle cavità artificiali.

Tavola rotonda Mundus Subterraneus in conclusione del Congresso presso la Sala Pietro da Cortona dei Musei Capitolini. Foto Antonio De Paolis (Archivio Egeria CRS).

Il Congresso Hypogea 2015 ha anche segnato un punto decisivo nella condivisione delle esperienze di ricerca e studio in campo internazionale e le 550 pagine del volume degli atti – curati da Mario Parise, Carla Galeazzi, Roberto Bixio e Carlo Germani e resi disponibili sin dal primo giorno sia in forma cartacea che elettronica – sono rappresentativi del valore dell’evento con i suoi 37 poster esposti e discussi e le 36 relazioni presentate.

Tavola rotonda Mundus Subterraneus. Congresso Hypogea2015. Foto Antonio De Paolis (Archivio Egeria CRS).

Il prossimo Congresso Internazionale sul tema si svolgerà in Turchia nel 2017 e, con nostro grande piacere, il Comitato Organizzatore ha manifestato l’apprezzamento per l’evento romano chiedendo la possibilità di utilizzo del brand. A presto quindi con “Hypogea 2017” http://www.hypogea2017.com

Il Comitato Organizzativo di Hypogea 2015                                        

Roma, 18 marzo 2015

La torta di festeggiamento. Foto Boaz Zissu, per gentile concessione.

 

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L’emissario Albano racconta: serata divulgativa sul Progetto Albanus

Locandina Invito serata Progetto Albanus

 

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Ponte di Mele (Velletri, Roma)

Parlando di “declino culturale” di una nazione, o di un popolo, si pensa a monumenti abbandonati, a recinzioni che celano per anni qualcosa in perenne restauro, a monumenti resi inaccessibili dal pericolo di crolli che prima o poi si verificano, a rovi che infestano antiche vie, fori e basiliche. In realtà il vero declino si annida, come un demone, ancor più nei dettagli.

L’Italia possiede una parte considerevole del patrimonio artistico e culturale dell’umanità e forse per questo l’attenzione si è da sempre concentrata sulle opere più note e rilevanti, trascurando opere “minori” che, a ben vedere, tali non sono.

Il Ponte di Mele, a Velletri, è una delle tante vittime dell’incuria, ma soprattutto dell’inciviltà di chi lo ha trasformato in discarica. Le sponde del canale, il greto e le parti ipogee sono completamente sommerse da rifiuti: lavatoi, cassonetti, copertoni, cassette, damigiane, reti… oltre alle immancabili bottiglie di plastica.

Invitati ad effettuare un sopralluogo speleologico al canale ipogeo addossato al Ponte di Mele dalla direttrice del Gruppo Archeologico Veliterno, da sempre impegnato nella segnalazione e nel recupero delle testimonianze e delle tracce archeologiche e storiche del territorio, con stupore ci siamo trovati di fronte ad una struttura ancora intatta, che ben testimonia le capacità progettuali dei nostri avi. Nonostante alcune fonti (Severini F., 2001) dessero il ponte per scomparso. L’equivoco potrebbe essere sorto perché effettivamente non è possibile accedere alla struttura senza il consenso esplicito dei proprietari dei fondi privati che insistono fra la provinciale e il fossato, oppure percorrendo il greto del torrente per un lungo tratto e in condizioni molto disagevoli.

Nel IV secolo a.C., durante la costruzione della Via Appia, i Romani dovettero affrontare anche il superamento del Fosso di Mele, situato pochi Km a sud-ovest di Velletri, ai piedi dei Colli Albani. Lo fecero utilizzando la tecnica del “ponte sodo”, ampiamente attestata in Etruria, nel Lazio settentrionale e in Campania, che consiste nello scavo di un cunicolo atto ad incanalare le acque del torrente in modo tale da non dover deviare il tracciato viario. Contestualmente, si rese evidentemente necessario realizzare anche un arco in grandi blocchi di tufo allo scopo di prolungare il cunicolo per non modificare il perfetto rettilineo dell’Appia. Questo forse a causa della scarsa tenuta di una parte dei terreni, poiché il condotto vero e proprio appare scavato in un blocco di lave compatte.

Da osservare che la zona ai piedi dei Colli Albani, fino al margine delle paludi Pontine, fu interessata da una vasta opera di bonifica realizzata anche con lo scavo di cunicoli di drenaggio (vedi p.es. Quilici Gigli, 1983). E’ possibile, quindi, che la lingua lavica sia stata sottoscavata e il fosso a valle approfondito per evitare l’impaludamento dei terreni a monte prima della realizzazione dell’Appia, quando Roma inviò i primi coloni nell’area. Le dimensioni dello scavo, decisamente superiori a quelle degli altri cunicoli della zona, potrebbero essere funzionali allo smaltimento delle piene del fosso.  L’arcata in blocchi di tufo fu invece realizzata per il corretto allineamento del ponte alla via consolare.

Seguendo il flusso orografico del torrente si incontra dapprima l’arco a tutto sesto, realizzato in blocchi di tufo, alto oltre 3 metri e largo 3,5 metri. Dopo 3-4 metri la struttura in muratura si innesta nel cunicolo scavato, che prosegue ancora per 12-13 metri. Questa parte risulta evidentemente modificata dal millenario passaggio del torrente e si presenta con 4-5 metri di larghezza per oltre due di altezza nel punto più alto. Non sono più visibili tracce della originaria sezione del cunicolo, né i segni di scavo. Tornato all’aperto il torrente prosegue rettilineo per altri 16 metri fino ad un salto di un paio di metri che forma una piccola cascata.

Vari autori hanno descritto il Ponte di Mele, ma mentre sui trattati del ‘900 non si trova cenno al degrado dell’area, evidentemente ancora assente, ne parlano tutte le relazioni che dalla fine del XX secolo arrivano sino ai nostri giorni. Nel ‘700 il pittore Labruzzi immortalò il viadotto in un famoso acquerello che mostra un Ponte di Mele ben visibile, facilmente percorribile e soprattutto non sommerso dai rifiuti. Un sogno lontano…

Purtroppo la scarsa valutazione delle possibili conseguenze, la limitata conoscenza del (proprio) territorio,  hanno reso lo smaltimento dei rifiuti nei fossi pratica molto diffusa un po’ ovunque. Ne consegue che la bonifica dell’area comporterà interventi non trascurabili, che tuttavia vivamente auspichiamo, in linea con le speranze del Gruppo Archeologico Veliterno che da tempo svolge una attiva campagna di sensibilizzazione per la riqualificazione dell’area.

Perché la speleologia si occupa anche di riqualificazione ambientale? Lo smaltimento dei rifiuti nel sottosuolo, quando non nasce da fatti criminosi, è dovuto in buona parte all’ignoranza delle possibili conseguenze degli sversamenti sugli acquiferi carsici e sulle acque superficiali. Per questi motivi l’impegno della speleologia organizzata in Italia non si limita alla semplice constatazione della presenza di inquinanti ma, ove possibile, elabora di concerto con le strutture locali strategie per arginare il fenomeno e recuperare gli ambienti ipogei danneggiati.

La Società Speleologica Italiana, associazione di protezione ambientale riconosciuta dal competente ministero della quale siamo soci, dal 2005 organizza e coordina la manifestazione “Puliamo il Buio”, giornate dedicate alla pulizia degli ambienti sotterranei (http://www.puliamoilbuio.it) ed alla sensibilizzazione delle comunità locali tramite mostre e convegni tematici, attività didattiche nelle scuole e pubblicazioni. Gli speleologi, infatti, possiedono le adeguate conoscenze tecniche e l’esperienza per muoversi in sicurezza nel mondo sotterraneo e possono segnalare e in parte risolvere casi di inquinamento e di degrado di grotte e ambienti ipogei che altrimenti resterebbero sconosciuti (Germani et alii, 2008).

Nel periodo 2005-2013 gli speleologi, contando prevalentemente sul volontariato ed attraverso una serie di operazioni sotterranee talvolta molto complesse, ha riportato all’esterno ed avviato a discarica autorizzata circa 140 tonnellate di rifiuti solidi, sottraendoli così al ciclo delle acque. Si tratta purtroppo solo di una piccola porzione dei rifiuti giacenti nel sottosuolo, che è stato possibile estrarre grazie all’opera di individuazione e segnalazione degli speleologi.

Ipotesi di valorizzazione del Fosso e del Ponte di Mele

Il Ponte appare ancora integro e la riqualificazione dell’area potrebbe essere attuata anche grazie ad interventi privati che mettano a disposizione risorse, o mezzi, per la rimozione dei rifiuti. La successiva valorizzazione potrebbe essere conseguita con investimenti economici di minima entità, creando un breve percorso naturalistico che consenta l’affaccio sul tratto a monte e, con diverso livello di fruibilità, l’attraversamento del condotto sotterraneo fino all’affaccio sulla cascata posta una ventina di metri più a valle. Una adeguata cartellonistica didattica/ambientale completerebbe il progetto riconsegnando ai cittadini veliterni, e non solo, un’opera bella ed importante posta sulla “regina viarum” lungo il territorio pedemontano di Velletri.

Per quanto è stato possibile riscontrare nel corso del sopralluogo effettuato il 26 gennaio 2014, i rifiuti visibili sembrano riconducibili al tipo “urbano” (art. 184 del D.Lvo. n.152/2006) e, allo stato, non è stata fortunatamente notata presenza di rifiuti tossici o nocivi. La disponibilità della nostra associazione è mirata alla riqualificazione della porzione ipogea e di quella immediatamente a ridosso della struttura archeologica, con rimozione manuale dei rifiuti presenti e trasferimento degli stessi all’esterno per consentirne il recupero dall’alto con mezzi meccanici..

Al termine della bonifica ambientale sarà probabilmente necessario procedere alla regolazione delle sponde ed alla realizzazione di opportune canalizzazioni per le acque piovane. Ci auguriamo che questo aspetto possa essere valutato e posto in essere dal Consorzio di Bonifica di Pratica di Mare nell’area del quale ricade il Ponte di Mele.

Carlo Germani e Carla Galeazzi ©Centro Ricerche Sotterranee Egeria

Bibliografia essenziale

Ponte di Mele:

Lilli M., 2008, Velletri – carta archeologica. L’Erma di Bretschneider, Roma, 2008, pp. 831-832.

Quilici L., 1991, Il Ponte di Mele sulla via Appia. In Arch. Cl. XLIII, 1991, pp. 317-327.

Quilici Gigli S., 1983, Sistemi di cunicoli nel territorio tra Velletri e Cisterna, In: Quaderni del centro di studio per l’archeologia Etrusco-Italica, Atti V Incontro di studi del Comitato per l’Archeologia Laziale, Ed. C.N.R., Roma, 1983.

Quilici Gigli S., 1996, Sui cosiddetti Ponti Sodi e Ponti Terra. In Atl. tematico di topografia antica n.5-1996, Strade Romane, Ponti e Viadotti, L’Erma di Bretschneider, Roma, 1996, pp. 11-12.

Severini F., 2001, Via Appia II da Boviallae a Cisterna di Latina. In Antiche Strade Lazio, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, p. 81.

Riqualificazione delle aree ipogee:

Germani C., Perissinotto ML., Martini M. (2008) – Grotte e discariche: l’esperienza di “Puliamo il Buio” 2005-2007. In: Atti convegno: Acque interne in Italia: uomo e natura. Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 2009.

 
 

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Le Spelonche di Dio. Parte terza. L’ Eremo di San Famiano.

San Famiano era un frate cistercense nato a Colonia che fu per molti anni eremita in Spagna. Venne chiamato Quardo e solo successivamente prese il nome di Famiano per la fama acquisita in ragione dei miracoli che gli furono attribuiti. Morì a Gallese (VT) nell’Agosto del 1150. Dopo la morte fu canonizzato da Adriano IV con il nome di “San Famiano” e le sue spoglie furono deposte in una grotta sulla quale, nel 1155, fu eretta la chiesa che porta il suo nome. Nella grotta, che si trova oggi all’interno della chiesa, è custodito il prezioso sarcofago con il corpo del Santo, patrono del paese.

A tre km dal centro storico di Gallese si trova, in un’altra chiesa dedicata, la cappella di San Famiano a Lungo nella quale si conserva la sorgente che il Santo fece sgorgare il 17 Luglio 1150, poco prima della morte, percuotendo il suolo con il suo bastone viatorio, al termine del pellegrinaggio che lo aveva portato in Spagna (dove è ancora molto venerato), in Terra Santa e a Roma.

Ancora oggi il 17 Luglio di ogni anno il luogo è meta di un lungo pellegrinaggio. Il culto del Santo e la custodia delle due chiese sono affidati all’antica confraternita di San Famiano, ricostituitasi nel 1990.

Le grotte di San Famiano devono la titolazione alla tradizione secondo la quale l’eremita trascorse qui i suoi ultimi  giorni. Si trovano nel territorio di Faleria (VT), all’interno del bosco di Fogliano e sono costituite da una serie di ambienti scavati, di datazione incerta.

All’esterno la fascia tufacea sottostante il Castello presenta chiari segni di intervento antropico di adattamento, soprattutto in corrispondenza dell’ingresso alle grotte. Di particolare interesse una nicchia con affreschi oggi quasi completamente obliterati dagli agenti atmosferici.

Le grotte si presentano con un piccolo ingresso dal quale, con una scala molto ripida, si accede alla camera soprastante, caratterizzata da sedili risparmiati in fase di scavo e una piccola finestra. Tutta la struttura richiama la tipologia più frequente di cella eremitica.

Oltre l’ingresso una clessidra scavata nel fianco tufaceo, molto alta, serviva probabilmente a tenere legato il cavallo. A fianco si trovano un piccolo sedile scavato nella roccia, protetto dal vento che in inverno arriva impetuoso dalla valle sottostante e altri due ambienti ipogei.

Il sentiero indicato da alcune guide locali per arrivare alla grotta sottostima la difficoltà di percorrenza del pendio, che nei mesi invernali si presenta scivoloso e molto esposto.

Carla Galeazzi ©Centro Ricerche Sotterranee Egeria

 

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