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Le Spelonche di Dio. Parte terza. L’ Eremo di San Famiano.

San Famiano era un frate cistercense nato a Colonia che fu per molti anni eremita in Spagna. Venne chiamato Quardo e solo successivamente prese il nome di Famiano per la fama acquisita in ragione dei miracoli che gli furono attribuiti. Morì a Gallese (VT) nell’Agosto del 1150. Dopo la morte fu canonizzato da Adriano IV con il nome di “San Famiano” e le sue spoglie furono deposte in una grotta sulla quale, nel 1155, fu eretta la chiesa che porta il suo nome. Nella grotta, che si trova oggi all’interno della chiesa, è custodito il prezioso sarcofago con il corpo del Santo, patrono del paese.

A tre km dal centro storico di Gallese si trova, in un’altra chiesa dedicata, la cappella di San Famiano a Lungo nella quale si conserva la sorgente che il Santo fece sgorgare il 17 Luglio 1150, poco prima della morte, percuotendo il suolo con il suo bastone viatorio, al termine del pellegrinaggio che lo aveva portato in Spagna (dove è ancora molto venerato), in Terra Santa e a Roma.

Ancora oggi il 17 Luglio di ogni anno il luogo è meta di un lungo pellegrinaggio. Il culto del Santo e la custodia delle due chiese sono affidati all’antica confraternita di San Famiano, ricostituitasi nel 1990.

Le grotte di San Famiano devono la titolazione alla tradizione secondo la quale l’eremita trascorse qui i suoi ultimi  giorni. Si trovano nel territorio di Faleria (VT), all’interno del bosco di Fogliano e sono costituite da una serie di ambienti scavati, di datazione incerta.

All’esterno la fascia tufacea sottostante il Castello presenta chiari segni di intervento antropico di adattamento, soprattutto in corrispondenza dell’ingresso alle grotte. Di particolare interesse una nicchia con affreschi oggi quasi completamente obliterati dagli agenti atmosferici.

Le grotte si presentano con un piccolo ingresso dal quale, con una scala molto ripida, si accede alla camera soprastante, caratterizzata da sedili risparmiati in fase di scavo e una piccola finestra. Tutta la struttura richiama la tipologia più frequente di cella eremitica.

Oltre l’ingresso una clessidra scavata nel fianco tufaceo, molto alta, serviva probabilmente a tenere legato il cavallo. A fianco si trovano un piccolo sedile scavato nella roccia, protetto dal vento che in inverno arriva impetuoso dalla valle sottostante e altri due ambienti ipogei.

Il sentiero indicato da alcune guide locali per arrivare alla grotta sottostima la difficoltà di percorrenza del pendio, che nei mesi invernali si presenta scivoloso e molto esposto.

Carla Galeazzi ©Centro Ricerche Sotterranee Egeria

 

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Le Spelonche di Dio. Parte seconda. L’eremo di Fosso Loppieda.

Il paesaggio della Valnerina è caratterizzato dalla presenza di insediamenti storici lungo i pendii rocciosi che delimitano la valle e da innumerevoli eremi. Il movimento eremitico della zona (A. Lucidi, La Barrozza n. 2, 2001) avvenne in seguito alla migrazione di alcuni religiosi dall’Oriente al seguito di Lorenzo (vescovo di Spoleto). Si trattava di circa trecento monaci che, in prima istanza, si insediarono nelle grotte naturali e solo in un secondo momento contribuirono alla fondazione dei tanti monasteri della regione.

L’ambiente naturale, di grande suggestione, offriva infatti molti ripari naturali: ambienti scavati dall’acqua nel corso dei millenni (grotte) e dagli agenti atmosferici (sgrottamenti di origine eolica). Come indicato nell’introduzione (vedi parte prima) la struttura dell’eremo si arricchirà nel tempo, un po’ ovunque in Italia, di opere murarie o pietre a secco appoggiate alle pareti rocciose, sino a raggiungere una certa complessità nel Medio Evo. Poi si modificherà ancora con la costruzione di cenobi gestiti dai vari ordini monastici.

Fra le strutture più note della zona si annoverano l’Abbazia di San Felice, l’Abbazia di San Pietro in Valle e l’eremo della Madonna della Croce ma è tutta l’area compresa tra Ferentillo e Ancaiano ad avere grande valenza culturale rappresentata dal sistema dell’architettura religiosa. In Valnerina va ricordata  anche la Via di Francesco, un percorso lungo oltre 270 km che attraversa l’Umbria da nord a sud (www.parcodelnera.it) a testimonianza di una precisa vocazione spirituale della zona, protratta per secoli e tutt’ora viva.

L’eremo di Fosso Loppieda, scoperto da Tullio Dobosz, è dunque una delle tante strutture eremitiche della regione ma, per quanto ci è stato possibile sin qui accertare, non ancora nota. Raggiungere l’eremo è tutt’altro che semplice e le indicazioni che seguono, tortuose come le tracce residuali dei sentieri percorsi, ma sono le più chiare che ci è stato possibile descrivere. Ci auguriamo che siano sufficienti ai nostri lettori per individuare questa struttura di incredibile bellezza, soprattutto per il panorama che si gode dal ricovero.

La distanza da luoghi abitati è realmente non trascurabile, sulla grotta sono presenti croci a rilievo sulle pareti davanti all’imbocco e un altare all’interno, che ci confermano trattarsi di un luogo di culto. Non ne è nota la dedicazione e l’ambiente ricavato in uno sgrottamento naturale è di dimensioni abbastanza modeste. Più avanti, oltre l’eremo, si trovano ampi grottoni che vale la pena di raggiungere per completare la visita.

Itinerario.

Prendere la S.S. Valnerina, costruita alla fine del 1800 tenendosi sulla riva destra del Nera (mentre l’antico tracciato ne percorreva la riva sinistra) . Da Ferentillo seguire la strada per Ancaiano, lungo il sentiero montano che va a congiungersi con la Via Flaminia in corrispondenza del valico della Somma, fra Terni e Spoleto.

Superato il fosso di Ancaiano proseguire sino a superare il fosso di Loppieda. Sul crinale successivo, in corrispondenza di un casale situato a sinistra della strada, posteggiare sullo spiazzo che si apre in curva (!) e che aggira verso destra il costone roccioso.

Salire a piedi, seguendo una traccia di sentiero e puntando decisamente verso il culmine del crinale. Quando si è prossimi alle pareti tenersi sul sentiero che piega verso il lato del fosso di Loppieda (mentre finora si manteneva centrale): le tracce sono purtroppo molto labili e a tratti si perdono fra vegetazione e ghiaioni.

Giunti in corrispondenza di un ghiaione noterete le pareti che incombono a sinistra: piegare in direzione di esse con un percorso a ritroso verso SW. Raggiunte le pareti, costeggiarle in direzione NW (non NE !). Il sentiero che segue le pareti alla distanza di pochissimi metri porta proprio all’eremo, che con un po’ di attenzione si può scorgere già dalla base delle rocce.

Carla Galeazzi e Tullio Dobosz©Centro Ricerche Sotterranee Egeria

 

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Iran mostra fotografica a Shahrood

Nel dicembre 2009 Tullio Dobosz, Carla Galeazzi e Carlo Germani hanno partecipato con altri fotografi alla realizzazione della Mostra “I qanat dell’Iran nord orientale e del Medio Oriente”, allestita presso l’Università Tecnologia di Shahrood (Iran), curata da Ezio Burri (Università dell’Aquila, Dipartimento Scienze Ambientali) e Angelo Ferrari (CNR- National Research Council, Institute of Chemical Methodologies).

 

Scarica il PDF per vedere tutte le immagini: IRAN_Mostra_fotografica

 

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Un “Ponte Sodo” tra Gabii e Palestrina (Roma, Lazio)

Spesso nell’antichità per attraversare un corso d’acqua si ricorreva all’espediente del cosiddetto “ponte sodo”: si deviava l’acqua incanalandola in un cunicolo scavato su una delle due sponde, in modo che la strada potesse attraversare il letto del torrente ormai asciutto senza necessità di realizzare un ponte in muratura (vedi anche: Quilici Gigli S., 1996, Sui cosiddetti Ponti Sodi e Ponti Terra, in: Atlante tematico di topografia antica n.5 – Strade romane, ponti e viadotti, Ed. L′Erma di Bretschneider, Roma).

Nel Lazio esempi di questo tipo sono innumerevoli, soprattutto in Etruria, ma ne sono noti anche altrove, ovunque le condizioni orografiche e geologiche hanno reso possibile e conveniente la realizzazione. Lungo la via Antira, che in passato univa Gabii a Palestrina ne abbiamo rilevato uno lungo il fosso di Passerano, accanto alla linea ad alta velocità Roma-Napoli (TAV), circa 2,5 Km ad Est del bacino di Castiglione.

L’opera è servita a deviare il torrente noto come Fosso di Mezzo nell’adiacente Fosso di Passerano, affluente di sinistra del fiume Aniene. La datazione è stata resa possibile per comparazione con opere similari e, in questo caso, viene indicata tra la metà del II sec. a.C. e la metà del I sec. a.C. (Quilici Gigli S., op.cit.).

L’imbocco del cunicolo sul Fosso di Mezzo è rafforzato da un fognolo in opera quadrata di tufo, con una luce di poco superiore al metro ed una lunghezza di circa due. Tale manufatto è ormai invisibile dall’esterno perché coperto da frane e rovi, mentre è raggiungibile dall’interno del cunicolo retrostante il chiavicotto che ha uno sviluppo di circa 270 metri (esplorazione CRS Egeria nel 2004, CA314LaRM).

Entrando dal fosso di Passerano la galleria si presenta rettilinea, piuttosto ampia e completamente allagata.

Nel primo tratto l’altezza della volta è di dimensioni ridotte e rende la percorrenza disagevole. Dopo un centinaio di metri il cunicolo riprende le sue forme originarie e consente di procedere senza particolari difficoltà.

Dopo due cambi di direzione e un paio di diramazioni laterali ormai ostruite si raggiunge l’antico fognolo, che ricorda (in piccolissimo) la Cloaca Massima.

Alla data dell’esplorazione l’acqua non entrava più dal chiavicotto ma da una delle diramazioni semiostruite visibili a pochi metri di distanza. Lungo il percorso si incontrano 5 pozzi, distanti fra loro in media circa 20 metri (per la precisione 25, 16, 15, 28, 20 m), tutti ostruiti nella parte superiore. A causa del degrado della galleria i segni di scavo non sono più visibili, ma alcuni cambi di direzione e quota, a metà strada tra i pozzi più interni, fanno pensare che sia stato realizzato con la nota tecnica dello scavo “a fronti contrapposti”.

L’impressione iniziale ci aveva suggerito che la struttura non avesse subito, nel corso dei secoli, sostanziali modificazioni ad eccezione di quelle dovute allo scorrimento dell’acqua che ne ha parzialmente alterato alcune sezioni. Osservando però più attentamente il rilievo abbiamo notato che il fognolo in opera quadrata, e parte del cunicolo, non sono in asse con il resto della galleria, ma si trovano in una sorta di diramazione laterale dall’andamento piuttosto irregolare. Il che ci fa ipotizzare che la storia di questa opera idraulica, almeno per la parte in corrispondenza del Fosso di Mezzo, sia più complessa di quello che sembra e che il chiavicotto sia frutto di un adattamento successivo alla realizzazione del condotto principale.

In corrispondenza dello sbocco del cunicolo sul fosso di Passerano, le carte IGM riportano un abbeveratoio (Fontanile dello Spino) oggi non più visibile: non ci è stato purtroppo possibile verificare se cunicolo e fontanile fossero correlati.

Carlo Germani, Carla Galeazzi, Tullio Dobosz ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

 

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Opere idrauliche: glossario dei termini più frequenti nello studio e documentazione delle cavità artificiali.

A

Acqua: sostanza inorganica composta di idrogeno e ossigeno, formula H2O, peso molecolare 18.016, punto di fusione 0°C, punto di ebollizione 100°C.

Acquedotto: manufatto costituito da condotte artificiali per condurre l’acqua da un luogo ad un altro. Composto da sistemi di captazione o alimentazione, sistemi di adduzione, sistemi di accumulo (serbatoi), sistemi di distribuzione. A queste componenti si aggiungono le opere accessorie, ad es. gli impianti di potabilizzazione e di sollevamento. Può essere sotterraneo o sopra terra: nel secondo caso è per lo più ad archi.

Acquifero: terreno poroso e permeabile che contiene una circolazione idrica sotterranea.

Actus: unità di misura lineare di 120 piedi pari a 35,489 m. Corrispondeva, secondo Plinio, alla lunghezza del solco che si poteva arare in una sola volta.

Adduzione: fase dell’approvvigionamento idrico che consiste nel trasporto dell’acqua dal punto di captazione a quello di distribuzione. Può essere a pelo libero, quando si ha portata tale da rendere possibile il funzionamento per gravità, cioè a pendenza costante e con pressione pari a quella atmosferica. Oppure, sistema più moderno del precedente, sotto pressione mediante condotte forzate.

Aquarii: definizione generica dei tecnici delle acque organizzati nelle diverse specializzazioni.

Atrium: spazio principale o cortile della domus romana, dove di solito veniva localizzata la cisterna sotterranea per il recupero dell’acqua piovana.

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