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Archivi tag: comune di Gallese

Cunicoli a servizio di un antico sbarramento nei pressi del Fosso delle Pastine (Viterbo)

Nel territorio compreso fra le cittadine di Gallese e Corchiano, in provincia di Viterbo, sono note numerose opere idrauliche di epoca falisca e romana realizzate per il controllo dei fossi che tracciano profondi solchi nei pianori di origine vulcanica che digradano verso il Tevere. Si tratta di sbarramenti destinati alla protezione di ponti, alla raccolta di acque destinate all’irrigazione, al funzionamento di opifici, al contenimento dei terreni a monte. Uno di questi, particolarmente imponente e ben conservato, è stato rintracciato da Tullio Dobosz. E’ visibile in una vallecola sulla sinistra del Fosso delle Pastine, che si raggiunge attraverso un sentiero a gradini profondamente intagliato nella roccia e in gran parte approfondito e deformato dallo scorrimento delle acque piovane che vi si incanalano.

Si tratta di un’opera di sbarramento ad arco, costituita da blocchi di tufo 50 x 50 cm x 1 metro circa posti di testa. Sono ancora in situ 15 file integre, mentre le file al coronamento (almeno tre) si presentano danneggiate, con i blocchi in parte crollati e visibili alla base della diga. In origine l’altezza complessiva dell’opera superava dunque i 9 metri.

L'imponente opera di sbarramento ad arco. Foto Carlo Germani archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee

La struttura, fortemente arcuata, scarica la pressione dell’acqua e della massa terrosa retrostante su uno scalino realizzato nel banco roccioso. Un cunicolo alla base dello sbarramento, qualche metro sulla sinistra idrografica, si spinge con due diramazioni nella roccia retrostante. Una prima diramazione (vedi rilievo) è chiusa da grossi blocchi apparentemente dello stesso tipo di quelli utilizzati nella costruzione dello sbarramento.

Copyright Egeria CRS

Date le dimensioni, i blocchi non sono stati apposti facendoli passare attraverso lo stretto cunicolo sotterraneo ma devono essere stati posti in opera dall’esterno, prima che la parte retrostante lo sbarramento si riempisse di terra. Probabilmente questa diramazione fu realizzata per deviare il fosso preesistente e consentire la costruzione dello sbarramento. Una volta esaurita la sua funzione fu chiuso ed abbandonato. è interessante notare, però, che ancora oggi il condotto contribuisce ad alleggerire la pressione della massa terrosa retrostante lo sbarramento lasciando filtrare una certa quantità d’acqua.

Il secondo ramo del cunicolo termina invece alla base in un pozzo che risulta ostruito da massi e quindi di altezza non determinabile. Possiamo ipotizzare che fosse destinato ad incanalare in qualche modo le acque superficiali, per evitare che queste erodessero la parte superiore dello sbarramento.

In letteratura l’opera è datata alla prima occupazione romana del territorio falisco, nel III secolo a.C., ed è indicata come “serra” destinata al solo contenimento dei terreni retrostanti – funzione ancora oggi svolta – ma non si può escludere che in origine potesse essere funzionale anche alla formazione di un piccolo bacino idrico del quale i due rami del cunicolo rappresentavano lo scarico di fondo e il “troppo pieno”.

Nella zona (in località Colli di Musate) abbiamo notato e documentato anche un interessante ipogeo di probabile epoca etrusca oggi destinato a rimessa per attrezzi agricoli.

di Carlo Germani ©Archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee

Bibliografia – Quilici Gigli S., 1993, Segni e testimonianze dell’antico paesaggio agrario nel territorio falisco. In Studies in the History of Art, vol. 43, Symposium Papers XXII: Eius Virtutis Studiosi: Classical and Postclassical Studies in Memory of Frank Edward Brown, National Gallery of Art, 1993, pp. 51-61.

 

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Nuove ipotesi per gli Ipogei di Loiano: un unicum nel centro Italia?

Su una parete tufacea in località Loiano, nel comune di Gallese (Viterbo), si aprono tre ipogei dalle caratteristiche originali e, per quanto a noi noto, probabilmente unici nel centro-Italia. Già  oggetto di studio da parte di Barbara Bottacchiari, che ne ha realizzato il rilievo topografico e la dettagliata descrizione  morfologica avanzando varie proposte di interpretazione storica e di utilizzo. Non esistono altre fonti scritte, o tradizionali, che trattino in precedenza queste notevoli strutture. Per una descrizione dettagliata degli ambienti e del loro inquadramento storico e geografico si rimanda al citato lavoro di Bottacchiari (2013), mentre in questa sede esponiamo un nostro approfondimento su quella che ci sembra, tra le varie interpretazioni avanzate in ordine all’uso di queste affascinanti ed inquietanti cavità, la più plausibile.

Dalla pianta generale del complesso, come dalle successive immagini, si nota che due dei tre grandi ambienti sono caratterizzati dalla presenza di nicchie, semichiuse nella parte inferiore, con le pareti ben levigate in ogni dettaglio. Nel terzo ambiente si nota invece una sorta di mangiatoia con scanalature dirette verso l’uscita. Notiamo, come osservato nell’articolo citato, che tutte le cavità sono state ampiamente rimaneggiate sino a tempi recenti. L’uso di tutti e tre gli ipogei come stalla, in tempi recenti, è indubbio stante la vicinanza di un ricovero pastorale, la presenza di anelli per legare gli animali, tamponature in muratura, sfondamenti e ampliamenti per riadattare le antiche strutture ai nuovi utilizzi. Tuttavia siamo portati ad ipotizzare che le porzioni più interne degli ipogei siano state destinate ad altro, data l’impossibilità di ricoverare esseri viventi (animali compresi) in condizione di oscurità e mancanza d’aria delle zone più profonde. La stessa considerazione porta a escludere l’uso degli ambienti come sede di riunione di una qualche comunità (le nicchie, tra esistenti e distrutte, sono più di quaranta). Escludendo anche l’ipotesi che possa essersi trattato di luogo di prigionia, riteniamo che l’unico reale utilizzo originario possa essere stato quello cultuale per alloggiare sepolture (Bottacchiari 2013).

La “doppia sepoltura”

La similitudine degli ambienti di Loiano con quelli destinati al rito della “doppia sepoltura” esistenti in molte chiese dell’Italia meridionale, salta subito agli occhi. Questa consuetudine funeraria, attestata in varie culture ed in varie epoche, consiste nell’attendere la disgregazione del corpo per ottenere la relativa liberazione/rilascio delle ossa che vengono successivamente deposte in un ossario, o rivestite ed esposte in cripte e sotterranei contigui alle chiese.

In Italia la pratica risulta molto diffusa nel Meridione, con sporadiche presenze al Nord (Milano, Valtellina, Valenza Po, Novara).  Come descritto da Fornaciari, Giuffra e Pezzini (2008), la decomposizione del cadavere poteva avvenire in terra (le cosiddette “terresante” a Napoli), in colatoi a sedile, o in colatoi orizzontali; in quest’ultimo caso lo scopo della pratica era indirizzato ad ottenere la mummificazione più che la “liberazione” delle ossa. Nel caso dei colatoi a sedile, la rimozione dei liquidi organici era assicurata dalla presenza di fori nel sedile e da canalette di scolo, che potevano anche essere in embrici di terracotta (Fornaciari et al. op. cit.). Altro dato caratteristico, che potrebbe supportare l’ipotesi, è l’inclinazione del pavimento verso l’esterno per favorire il deflusso dei liquidi.

La mummificazione è stata praticata quasi esclusivamente in Sicilia, raramente a Napoli e altre località meridionali; risulta iniziata dall’ordine dei Cappuccini, con tarde estensioni ad altre comunità. Il cadavere veniva posto su un colatoio orizzontale dotato di una griglia in legno o in tubuli di ceramica. Erano necessarie ventilazione e temperatura costante: qui la seconda poteva essere certamente garantita dal fatto che il colatoio era ricavato nel sottosuolo (dove, come noto, la temperatura si mantiene costante nel coso dell’anno) dell’edificio religioso della comunità monastica. Una volta mummificato, il corpo veniva rivestito ed esposto in cripte o cappelle apposite (Fornaciari et al. op. cit.).

Queste pratiche funerarie sono rimaste in uso fino alla fine del secolo XIX, dopo l’unità d’Italia. Quanto all’epoca del loro inizio la valutazione è difficile: l’atteggiamento ostile delle autorità religiose crebbe dopo il Concilio di Trento (1563) ed infatti sono citate in un sinodo diocesano messinese del 1588 che le proibisce. Dunque alla fine del XVI secolo la pratica della doppia  sepoltura doveva essere nota e diffusa (Fornaciari et al. 2008).

Doppia sepoltura, mummificazione e gli ipogei di Loiano

Nel descrivere il caso del convento carmelitano di Pucara (Campania), Fornaciari et al. osservano che “la struttura del complesso funebre richiama quella di un coro”: è l’impressione che si riceve entrando nell’ipogeo C (Bottacchiari 2013; cfr. Fornaciari et al 2008). Due file contrapposte di grandi nicchie accuratamente scolpite sembrano attendere una congregazione per un rito o un’assemblea ma, come osservato in precedenza, il luogo non è adatto ad una presenza umana abituale. Un altro elemento significativo è dato, peraltro, dalla forte inclinazione del pavimento verso l’esterno, con un dislivello di circa un metro e mezzo: inclinazione facilmente giustificabile con la necessità di convogliare liquidi fuori dall’ambiente.

In apparente contrasto a queste evidenze, che supporterebbero un’interpretazione in linea con ben attestate tradizioni di doppia sepoltura, si nota però l’assenza di sedili e di un altare, spesso presente nelle cripte con colatoi. Tale assenza potrebbe essere spiegata con l’uso di sedili di legno ed un altare dello stesso materiale, facilmente deteriorabili e per questo non più in situ. Mentre lascia più ampi margini di dubbio l’assenza di canaline di scolo che sarebbero state essenziali per l’uso ipotizzato.

Nell’ambiente B (Bottacchiari 2013) è presente un sistema di drenaggio, ma apparentemente destinato a convogliare all’esterno le acque di percolazione, mentre in C non si nota nulla di simile, né in prossimità delle nicchie, né al centro della cavità. è altresì verosimile che possano essere state utilizzate canaline in terracotta, analogamente a quanto avveniva in altre strutture Fornaciari et al. (2008), anche se ciò contrasterebbe con la evidente facilità di scavo della roccia. Perché ricorrere a canaline in terracotta? Come si nota dalla foto che segue, sono state individuate tracce residuali di canaline in terracotta, probabilmente molto recenti, ma che potrebbero indicare che l’incoerenza della roccia ne ha consigliato, oggi come ieri, l’utilizzo.

Nella foto si noti anche la scanalatura nella paretina antistante la nicchia, che avrebbe potuto alloggiare una paratia in legno.

Vi è in realtà un’altra possibile risposta. Ovvero che la vasca presente nel locale A sia stata utilizzata come iniziale scolatoio orizzontale (vedi prima e fig. 15 in Fornaciari et al.). Una volta mummificati i corpi, rivestiti, sarebbero stati esposti nei sedili degli ambienti B e C. A supporto dell’ipotesi vi è la presenza nell’ambiente A di canaline di scolo. Certamente indispensabili per un processo controllato della mummificazione ma altrettanto necessarie al successivo uso dell’ambiente come stalla. Va del resto evidenziato come gli interventi di scavo in terreni facilmente aggredibili, come i tufi o le arenarie, siano rimasti sostanzialmente immutati nel tempo rendendo molto difficile, se non impossibile, assegnare una datazione certa all’opera di scavo quando non altrimenti caratterizzata.

Strutture ipogee non dissimili sono state individuate nel 2002 in Turchia, sull’altopiano di Karlik, nel corso di una campagna di studi condotta dalla nostra associazione con altri ricercatori (Redi F., Burri E.).

Altopiano di Karkik, 2002, probabili sepolture monastiche a mummificazione. Foto Carlo Germani Archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee.

In conclusione, gli ipogei di Gallese mostrano forti similitudini con gli ambienti destinati a riti di doppia sepoltura e mummificazione, molto comuni nel meridione d’Italia sino a poco più di un secolo fa. Le notizie su tali usanze funebri sono scarse per le regioni del nord, scarsissime per il centro Italia e pressoché inesistenti, fino ad oggi, nelle nostre zone. Lasciamo la parola e le valutazioni conclusive agli esperti, nella speranza che questa nostra “analisi critica” dello studio di Barbara Bottacchiari possa essere di stimolo in tal senso.

Vittoria Caloi e Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

Bibliografia

Bottacchiari B., 2013, “Gli ipogei di Loiano”, I Quaderni di Gallese, Museo di Gallese e Centro Culturale “Marco Scacchi”.

Fornaciari A., Giuffra V. e Pezzini F., 2008, “Processi di tanatometamorfosi: pratiche di scolatura dei corpi e mummificazione nel Regno delle Due Sicilie”, Borgo San Lorenzo, ed. all’insegna del Giglio (consultabile anche sul web).

 
 

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Le Spelonche di Dio. Parte terza. L’ Eremo di San Famiano.

San Famiano era un frate cistercense nato a Colonia che fu per molti anni eremita in Spagna. Venne chiamato Quardo e solo successivamente prese il nome di Famiano per la fama acquisita in ragione dei miracoli che gli furono attribuiti. Morì a Gallese (VT) nell’Agosto del 1150. Dopo la morte fu canonizzato da Adriano IV con il nome di “San Famiano” e le sue spoglie furono deposte in una grotta sulla quale, nel 1155, fu eretta la chiesa che porta il suo nome. Nella grotta, che si trova oggi all’interno della chiesa, è custodito il prezioso sarcofago con il corpo del Santo, patrono del paese.

A tre km dal centro storico di Gallese si trova, in un’altra chiesa dedicata, la cappella di San Famiano a Lungo nella quale si conserva la sorgente che il Santo fece sgorgare il 17 Luglio 1150, poco prima della morte, percuotendo il suolo con il suo bastone viatorio, al termine del pellegrinaggio che lo aveva portato in Spagna (dove è ancora molto venerato), in Terra Santa e a Roma.

Ancora oggi il 17 Luglio di ogni anno il luogo è meta di un lungo pellegrinaggio. Il culto del Santo e la custodia delle due chiese sono affidati all’antica confraternita di San Famiano, ricostituitasi nel 1990.

Le grotte di San Famiano devono la titolazione alla tradizione secondo la quale l’eremita trascorse qui i suoi ultimi  giorni. Si trovano nel territorio di Faleria (VT), all’interno del bosco di Fogliano e sono costituite da una serie di ambienti scavati, di datazione incerta.

All’esterno la fascia tufacea sottostante il Castello presenta chiari segni di intervento antropico di adattamento, soprattutto in corrispondenza dell’ingresso alle grotte. Di particolare interesse una nicchia con affreschi oggi quasi completamente obliterati dagli agenti atmosferici.

Le grotte si presentano con un piccolo ingresso dal quale, con una scala molto ripida, si accede alla camera soprastante, caratterizzata da sedili risparmiati in fase di scavo e una piccola finestra. Tutta la struttura richiama la tipologia più frequente di cella eremitica.

Oltre l’ingresso una clessidra scavata nel fianco tufaceo, molto alta, serviva probabilmente a tenere legato il cavallo. A fianco si trovano un piccolo sedile scavato nella roccia, protetto dal vento che in inverno arriva impetuoso dalla valle sottostante e altri due ambienti ipogei.

Il sentiero indicato da alcune guide locali per arrivare alla grotta sottostima la difficoltà di percorrenza del pendio, che nei mesi invernali si presenta scivoloso e molto esposto.

Carla Galeazzi ©Centro Ricerche Sotterranee Egeria

 

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