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Archivi tag: Centro Ricerche Sotterranee Egeria

Vecchi, polverosi, preziosi… archivi

A volte la soluzione è proprio lì, sotto i nostri occhi, ma non la vediamo.
Per anni ci siamo dispiaciuti per lo scarso riconoscimento al lungo lavoro di indagine condotto dalla nostra associazione nei Colli Albani ed in particolare nell’emissario di Nemi. Increduli, abbiamo visto tributare riconoscimenti a persone che non erano mai entrate con noi in uno (anche uno solo) dei tanti ipogei della zona.  Le stesse persone che, per anni, hanno affermato con leggerezza ed impudenza l’esatto contrario.

Dopo la pubblicazione degli studi compiuti, completata nel 2003 (Opera Ipogea 2/3 2003, numero monografico), eravamo certi che la verità sarebbe venuta finalmente a galla. Ma così non è stato. Da ricercatori appassionati abbiamo preferito continuare a fare ciò che ci è proprio: indagare, riscoprire, esplorare e documentare il mondo ipogeo con competenza e serietà, piuttosto che perderci in infruttuose diatribe.
Recentemente, abbiamo approfittato di questo canale per rendere fruibile al maggior numero possibile di studiosi il nostro lavoro, inserendo il testo in pdf con possibilità di scaricarlo integralmente e gratuitamente. In parte ha funzionato ed oggi, nel corso di convegni e conferenze, non è raro udire il nome della nostra associazione legato a quello dei più importanti studi sino ad oggi condotti negli emissari del Lazio.
L’obiettivo sembrava dunque parzialmente raggiunto quando, nel riordinare i titoli delle nostre pubblicazioni per implementare la pagina dedicata su questo blog, non ci sono tornati in mente due contributi “minori”, pubblicati su Speleologia del Lazio (rivista delle FSL) negli anni 2001 e 2002.

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Le Spelonche di Dio. Parte seconda. L’eremo di Fosso Loppieda.

Il paesaggio della Valnerina è caratterizzato dalla presenza di insediamenti storici lungo i pendii rocciosi che delimitano la valle e da innumerevoli eremi. Il movimento eremitico della zona (A. Lucidi, La Barrozza n. 2, 2001) avvenne in seguito alla migrazione di alcuni religiosi dall’Oriente al seguito di Lorenzo (vescovo di Spoleto). Si trattava di circa trecento monaci che, in prima istanza, si insediarono nelle grotte naturali e solo in un secondo momento contribuirono alla fondazione dei tanti monasteri della regione.

L’ambiente naturale, di grande suggestione, offriva infatti molti ripari naturali: ambienti scavati dall’acqua nel corso dei millenni (grotte) e dagli agenti atmosferici (sgrottamenti di origine eolica). Come indicato nell’introduzione (vedi parte prima) la struttura dell’eremo si arricchirà nel tempo, un po’ ovunque in Italia, di opere murarie o pietre a secco appoggiate alle pareti rocciose, sino a raggiungere una certa complessità nel Medio Evo. Poi si modificherà ancora con la costruzione di cenobi gestiti dai vari ordini monastici.

Fra le strutture più note della zona si annoverano l’Abbazia di San Felice, l’Abbazia di San Pietro in Valle e l’eremo della Madonna della Croce ma è tutta l’area compresa tra Ferentillo e Ancaiano ad avere grande valenza culturale rappresentata dal sistema dell’architettura religiosa. In Valnerina va ricordata  anche la Via di Francesco, un percorso lungo oltre 270 km che attraversa l’Umbria da nord a sud (www.parcodelnera.it) a testimonianza di una precisa vocazione spirituale della zona, protratta per secoli e tutt’ora viva.

L’eremo di Fosso Loppieda, scoperto da Tullio Dobosz, è dunque una delle tante strutture eremitiche della regione ma, per quanto ci è stato possibile sin qui accertare, non ancora nota. Raggiungere l’eremo è tutt’altro che semplice e le indicazioni che seguono, tortuose come le tracce residuali dei sentieri percorsi, ma sono le più chiare che ci è stato possibile descrivere. Ci auguriamo che siano sufficienti ai nostri lettori per individuare questa struttura di incredibile bellezza, soprattutto per il panorama che si gode dal ricovero.

La distanza da luoghi abitati è realmente non trascurabile, sulla grotta sono presenti croci a rilievo sulle pareti davanti all’imbocco e un altare all’interno, che ci confermano trattarsi di un luogo di culto. Non ne è nota la dedicazione e l’ambiente ricavato in uno sgrottamento naturale è di dimensioni abbastanza modeste. Più avanti, oltre l’eremo, si trovano ampi grottoni che vale la pena di raggiungere per completare la visita.

Itinerario.

Prendere la S.S. Valnerina, costruita alla fine del 1800 tenendosi sulla riva destra del Nera (mentre l’antico tracciato ne percorreva la riva sinistra) . Da Ferentillo seguire la strada per Ancaiano, lungo il sentiero montano che va a congiungersi con la Via Flaminia in corrispondenza del valico della Somma, fra Terni e Spoleto.

Superato il fosso di Ancaiano proseguire sino a superare il fosso di Loppieda. Sul crinale successivo, in corrispondenza di un casale situato a sinistra della strada, posteggiare sullo spiazzo che si apre in curva (!) e che aggira verso destra il costone roccioso.

Salire a piedi, seguendo una traccia di sentiero e puntando decisamente verso il culmine del crinale. Quando si è prossimi alle pareti tenersi sul sentiero che piega verso il lato del fosso di Loppieda (mentre finora si manteneva centrale): le tracce sono purtroppo molto labili e a tratti si perdono fra vegetazione e ghiaioni.

Giunti in corrispondenza di un ghiaione noterete le pareti che incombono a sinistra: piegare in direzione di esse con un percorso a ritroso verso SW. Raggiunte le pareti, costeggiarle in direzione NW (non NE !). Il sentiero che segue le pareti alla distanza di pochissimi metri porta proprio all’eremo, che con un po’ di attenzione si può scorgere già dalla base delle rocce.

Carla Galeazzi e Tullio Dobosz©Centro Ricerche Sotterranee Egeria

 

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La Sabina Sotterranea – Casperia 11 Maggio

Sabato 11 Maggio 2013 si è svolto presso la Sala Polivalente del Comune di Casperia (Rieti), il Secondo Incontro di Studi speleo-archeologici “La Sabina Sotterranea”, organizzato dal Gruppo Speleo-Archeologico Vespertilio in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Casperia.  Hanno preso parte al convegno: 

Il Dott. Alessandro Betori in rappresentanza della Soprintendenza per i Beni archeologici del Lazio.

Cristiano Ranieri (Presidente del Gruppo Speleo-Archeologico Vespertilio): “I culti di epoca romana nelle grotte sabine: Grotta Grande a Monteleone Sabino (o grotta di Muro Pizzo)”.

C. Germani, V. Caloi, T. Dobosz, C. Galeazzi (CRS Egeria – Hypogea Federazione Gruppi Spel. del Lazio per le CA): “Ricerche speleologiche lungo l’acquedotto di Catino – Poggio Catino” .
 
 
 
Gabriele D’uffizi (Gruppo speleo-archeologico Vespertilio): “L’antico acquedotto della Fonte del Pozzo a Casperia”.
Riccardo Bertoldi (Gruppo speleo-archeologico Vespertilio): “Biodiversità in ambiente artificiale: ipogei sabini”.
 
Cesare Silvi (Organizzazione di volontariato Valledelsalto.it): “Riscoperta di monumenti sotterranei e antichi paesaggi lungo il tratto del sentiero europeo E1 che attraversa la Valle del Salto”.
 
 
 

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Ponte Terra: un’opera di ingegneria arcaica nell’Agro Romano Antico

Il 13 aprile si è svolta la giornata di studio “Ponte Terra: un’opera di ingegneria arcaica nell’Agro Romano” organizzata dall’Associazione Amici di San Vittorino in collaborazione con il Centro Ricerche Sotterranee “Egeria”, Italia Nostra Roma e Legambiente Tivoli.

Sono intervenuti: Fabrizio Rossi (Associazione Amici di San Vittorino) “Scopriamo il territorio: un ciclo di eventi per la conoscenza di San Vittorino e dell’Agro Romano Antico”, Carlo Germani (Centro Ricerche Sotterranee “Egeria”) “Le indagini speleo-archeologiche condotte a Ponte Terra”, Vanna Mannucci (Italia Nostra Roma) “San Vittorino e l’Agro Romano Antico: l’angolo della Capitale che è rimasto, semplicemente, campagna”, Gianni Innocenti (Legambiente Tivoli) “Iniziative per la protezione, la tutela e lo sviluppo sostenibile del territorio”.

A completamento delle relazioni è stata effettuata una escursione nella Forra di Ponte Terra.

Il Fosso di Ponte Terra, lungo una decina di chilometri e percorso da un flusso d’acqua perenne alimentato da sorgenti che si trovano sul versante sud dei monti Tiburtini e su quello occidentale dei Prenestini, scorre in una forra (tipici valloni dell’Agro Romano Antico) profonda una cinquantina di metri. Situato poco a Nord dell’abitato di San Vittorino, è interessato da un vasto complesso di opere cunicolari arcaiche, intercettate e distrutte da altre opere antiche tra le quali lo sbarramento artificiale per l’attraversamento della valle. Il complesso delle opere idrauliche risale a varie epoche e a diversi scopi: grandi gallerie per il passaggio dell’acqua, acquedotti, cunicoli di drenaggio a protezione del Ponte. Scendere nel profondo della forra ed avvicinarsi a Ponte Terra significa “immergersi” nel passato attraverso opere ingegneristiche che ancora oggi rappresentano una “palestra culturale” per molti studiosi di idraulica del mondo antico.

Le indagini speleo – archeologiche condotte dal CRS “Egeria”

I cunicoli di Ponte Terra inaugurarono la proficua stagione della speleologia in cavità artificiali nel Lazio, essendo i primi ad entrare nel Catasto relativo (CA 1 LaRM). Nel 1990 G. Cappa, V. Castellani, W. Dragoni ed A. Felici presentarono al XVI Congresso Nazionale di Speleologia una prima analisi delle strutture di Ponte Terra ed il rilevo delle due grandi gallerie e dei vari cunicoli da esse intersecati. Nello stesso anno l’analisi viene ripresentata in forma ridotta sulla rivista della “Speleologia” e l’anno seguente sulla rivista dello Speleo Club Roma.

Nel 1999, infine, V. Castellani pubblica in “Civiltà dell’acqua” un ultimo vasto studio dei sistemi cunicolari di Ponte Terra soffermandosi non solo sulle grandi gallerie, ormai ampiamente documentate, ma anche sui numerosi e poco indagati cunicoli presenti a monte e a valle della struttura più nota. Gran parte degli studi effettuati dal Centro Ricerche Sotterranee “Egeria” (CRSE) partono proprio da questa pubblicazione e ad essa fanno riferimento.

La mancata esplorazione dei tanti cunicoli visibili sulle pareti della forra di Ponte Terra era, infatti,  fonte di particolare cruccio nell’amico Vittorio Castellani che nel 2003 ci convinse ad intraprendere la sistematica esplorazioni di tutte le strutture visibili.

I primi risultati, come spesso accade in questi casi, hanno subito stravolto molte ipotesi avanzate in precedenza. La prematura scomparsa di Vittorio ha poi bloccato a lungo le ricerche del CRSE, che sono riprese in modo sistematico solo nel 2007. Tutte le strutture presenti nella zona tra le grandi gallerie e per circa un chilometro a monte e a valle sono state raggiunte con tecniche di progressione speleologica, rilevate topograficamente e le planimetrie restituite in CAD.

Il risultato dei nostri studi, ad oggi i più completi mai condotti negli ipogei della zona, è stato presentato all’Accademia dei Lincei nell’ambito di uno dei convegni annuali dedicati alle “Giornate dell’Acqua” e al VI Convegno Nazionale di Speleologia in Cavità Artificiali (Napoli, 2008) SCARICA QUI IL PDF

 

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L’Acquedotto dell’Eremo di Camaldoli

Ancora al Tuscolo. Da un anno cerchiamo di ricostruire l’idraulica antica della zona, di grande interesse storico archeologico per essere stata insediamento pre-romano, romano e medievale. Altri ricercatori se ne sono occupati prima di noi, restituendo però un quadro parziale delle conoscenze. In dicembre eravamo ormai certi di aver messo ogni tessera del mosaico al proprio posto e che l’acquedotto che avevamo ritrovato fosse proprio quello di Camaldoli che tutti andavamo cercando da anni. Poi i dubbi di Giulio Cappa (uno dei maggiori esperti delle cavità artificiali del Lazio) ci avevano impensierito…

Mai dare per sicuro nulla, fino a che non hai prove certe. E a noi la “prova” numero uno mancava. Per essere sicuri che si trattasse proprio dell’acquedotto che stavamo cercando avevamo due possibilità: entrare dal convento e calarci nel cunicolo idraulico oppure trovare l’altro capo del tubo in pvc arancione che scompariva al fondo di uno dei rami esplorati in precedenza.

La prima ipotesi era impercorribile perché il convento, di stretta clausura (maschile), ammonisce i visitatori con un cartello sul portone che dice “vietato chiedere permessi di ingresso, anche a scopo devozionale”. Figurati chiedendogli un permesso per l’esplorazione dell’acquedotto! La seconda era logica e fattibile, ma dopo aver battuto il piano di calpestio in lungo e largo ci eravamo convinti che un tratto del condotto fosse ormai collassato. E Giulio ci incalzava con i suoi dubbi.

Siamo tornati sul pianoro con il rilievo e le direzioni dei rami già esplorati e proiettato idealmente il percorso sulla superficie. Bingo! Trovato un nuovo ingresso molto ben nascosto, trovata l’altra parte del tubo in pvc (ma chi ce lo avrà messo e perché?) e ricostruito il percorso sotterraneo che naturalmente chiude sul muro di cinta del convento.

Ora possiamo dire che il Tuscolo non ha più misteri da svelare, almeno per noi. Ha invece ancora tanto da raccontare dal punto di vista della tecnica idraulica antica, vista la coesistenza di tante strutture realizzate a grande distanza temporale le une dalle altre, come se ad ogni macro periodo insediativo fossero corrisposte altrettante progettazioni. Sarà molto interessante compararle e farle confluire nel censimento tematico Carta Antichi Acquedotti coordinato dalla Commissione Nazionale cavità Artificiali della SSI. Dove saremo nei prossimi mesi? Al Tuscolo, naturalmente.

Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

 

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