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Cunicoli a servizio di un antico sbarramento nei pressi del Fosso delle Pastine (Viterbo)

Nel territorio compreso fra le cittadine di Gallese e Corchiano, in provincia di Viterbo, sono note numerose opere idrauliche di epoca falisca e romana realizzate per il controllo dei fossi che tracciano profondi solchi nei pianori di origine vulcanica che digradano verso il Tevere. Si tratta di sbarramenti destinati alla protezione di ponti, alla raccolta di acque destinate all’irrigazione, al funzionamento di opifici, al contenimento dei terreni a monte. Uno di questi, particolarmente imponente e ben conservato, è stato rintracciato da Tullio Dobosz. E’ visibile in una vallecola sulla sinistra del Fosso delle Pastine, che si raggiunge attraverso un sentiero a gradini profondamente intagliato nella roccia e in gran parte approfondito e deformato dallo scorrimento delle acque piovane che vi si incanalano.

Si tratta di un’opera di sbarramento ad arco, costituita da blocchi di tufo 50 x 50 cm x 1 metro circa posti di testa. Sono ancora in situ 15 file integre, mentre le file al coronamento (almeno tre) si presentano danneggiate, con i blocchi in parte crollati e visibili alla base della diga. In origine l’altezza complessiva dell’opera superava dunque i 9 metri.

L'imponente opera di sbarramento ad arco. Foto Carlo Germani archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee

La struttura, fortemente arcuata, scarica la pressione dell’acqua e della massa terrosa retrostante su uno scalino realizzato nel banco roccioso. Un cunicolo alla base dello sbarramento, qualche metro sulla sinistra idrografica, si spinge con due diramazioni nella roccia retrostante. Una prima diramazione (vedi rilievo) è chiusa da grossi blocchi apparentemente dello stesso tipo di quelli utilizzati nella costruzione dello sbarramento.

Copyright Egeria CRS

Date le dimensioni, i blocchi non sono stati apposti facendoli passare attraverso lo stretto cunicolo sotterraneo ma devono essere stati posti in opera dall’esterno, prima che la parte retrostante lo sbarramento si riempisse di terra. Probabilmente questa diramazione fu realizzata per deviare il fosso preesistente e consentire la costruzione dello sbarramento. Una volta esaurita la sua funzione fu chiuso ed abbandonato. è interessante notare, però, che ancora oggi il condotto contribuisce ad alleggerire la pressione della massa terrosa retrostante lo sbarramento lasciando filtrare una certa quantità d’acqua.

Il secondo ramo del cunicolo termina invece alla base in un pozzo che risulta ostruito da massi e quindi di altezza non determinabile. Possiamo ipotizzare che fosse destinato ad incanalare in qualche modo le acque superficiali, per evitare che queste erodessero la parte superiore dello sbarramento.

In letteratura l’opera è datata alla prima occupazione romana del territorio falisco, nel III secolo a.C., ed è indicata come “serra” destinata al solo contenimento dei terreni retrostanti – funzione ancora oggi svolta – ma non si può escludere che in origine potesse essere funzionale anche alla formazione di un piccolo bacino idrico del quale i due rami del cunicolo rappresentavano lo scarico di fondo e il “troppo pieno”.

Nella zona (in località Colli di Musate) abbiamo notato e documentato anche un interessante ipogeo di probabile epoca etrusca oggi destinato a rimessa per attrezzi agricoli.

di Carlo Germani ©Archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee

Bibliografia – Quilici Gigli S., 1993, Segni e testimonianze dell’antico paesaggio agrario nel territorio falisco. In Studies in the History of Art, vol. 43, Symposium Papers XXII: Eius Virtutis Studiosi: Classical and Postclassical Studies in Memory of Frank Edward Brown, National Gallery of Art, 1993, pp. 51-61.

 

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Grotta Rottezia, il Beato Lupo e la Sedia del Papa (Soriano, Viterbo, Lazio).

È una bella giornata di dicembre. Fa freddo ma il sole promette di fare il suo, almeno nelle ore centrali della giornata. È molto presto, come sempre in inverno quando le ore di luce sono troppo poche rispetto alla nostra voglia di vedere e di scoprire. Superato l’abitato di Soriano lasciamo le macchine e ci incamminiamo in direzione sud-ovest nella selva cimina.

Luogo tetro, impenetrabile ed invalicabile per i Romani, che a noi sembra bellissimo. È bellissimo. Le foglie secche, gelate nella notte, frusciano sotto i piedi. È il solo rumore che si sente. Seguiamo il viale per due chilometri fino a un’altitudine di circa seicento metri, alla nostra destra compare la chiesetta dell’eremo della S.S. Trinità recentemente oggetto di restauro di consolidamento.

Foto sopra: la Chiesa nei primi anni del ‘900. Da Giannini P. (op. cit.). Foto Archivio Valentino D’Arcangeli.

A sinistra una parete tufacea, alta circa 30 metri, fratturata in più punti e con distacchi che hanno creato anfratti, piccole cavità e rifugi. Dalla parete rocciosa sgorga una piccola sorgente che alimenta un fontanile di campagna.Il bisogno di acqua è evidente anche nella canalina scavata nella roccia, che permetteva di catturare e convogliare verso il fontanile persino il liquido di percolazione. Un escamotage, questo, utilizzato in molte strutture insediative.

Proseguiamo in cerca della Grotta Rottezia (grottaccia) nella quale, narra la leggenda, sarebbe nascosta una chioccia con dodici pulcini d’oro. Chi entra per scoprire e asportare il tesoro muore di spavento in seguito al misterioso spegnimento delle torce… fortunatamente non usiamo più le lampade a carburo già da un po’.

La base della parete di tufo è completamente ricoperta dalle foglie, e sono tante le fratture “promettenti”  ma nessuna è l’ingresso alla grotta che stiamo cercando. Le battiamo avanti e indietro fino a notare un po’ di verde spiccare nel giallo. Sono edera e capelvenere. Segni inconfondibili che c’è dell’umidità da condensazione a sostenerle anche nei mesi di siccità. Smuoviamo le foglie e si apre l’imbocco della grotticella.

Scivoliamo dentro uno alla volta. Entro per ultima. Mentre striscio giù il piede tocca qualcosa di metallico. Lo aggancio con la caviglia e tiro: è un passeggino, anche abbastanza nuovo. Sandro si ricorda di aver notato un foglietto attaccato ad un sedile in pietra non lontano dalla chiesa. Sulla via del ritorno ce ne occuperemo.

La grotta è piccolina, artificiale, scavata, con un sedile ricavato nel banco roccioso. La rileviamo e la fotografiamo, poi riprendiamo il sentiero.

A poca distanza un gruppo di imponenti blocchi di roccia formano una sorta di piramide naturale nota come il “Sasso del Beato Lupo”.

Proviamo a metterci nei panni dell’eremita. Non doveva essere una vita facile: la tramontana si incanala fra i massi e soffia gelida, il culmine della piramide presenta effettivamente un piccolo incavo naturale, formato probabilmente per erosione, nel quale un uomo può stare a stento in posizione supina, inginocchiato o seduto. Il Beato Lupo Franchini vissuto fra il XIII e XIV secolo, era originario di Corviano e apparteneva all’Ordine Agostiniano. Il luogo, nel corso del tempo, ha effettivamente assunto anche la denominazione di “Grotta di Sant’Agostino”, collegandolo all’Ordine che per certo aveva fatto edificare anche la chiesetta della Trinità, già nota alle fonti come eremitaggio a partire dal 1275.

Ci rimettiamo in cammino per raggiungere la “Sedia del Papa”, dove arriviamo circa quaranta minuti dopo. È un bel picco di roccia, attrezzato con una struttura in legno che permette l’affaccio sulle vallate circostanti. Ringraziamo Tullio Dobosz, profondo conoscitore dei luoghi legati agli insediamenti eremitici del Lazio ed Abruzzo, per averci fatto conoscere anche questo, incantevole. Le ore di luce cominciano a scarseggiare e dobbiamo rientrare, la passeggiata in discesa per arrivare fin qui si presenta ora con una ripida salita.

Rientrando sviluppiamo qualche ipotesi sul luogo e ci convinciamo che tutte le strutture visitate facessero parte di un unico complesso monastico: la piccola chiesa, il fontanile, il luogo di preghiera del Beato Lupo che favoriva l’isolamento e l’ascesi e la “grottaccia”, usata forse come rifugio o per conservare alcune derrate alimentari di prima sussistenza. Le residuali tracce sul terreno non restituiscono evidenze di spazi destinati a coltivativo, dal che è possibile supporre che la piccola comunità monastica rientrasse fra quelle che vivevano in povertà, attraverso la beneficenza che veniva loro elargita. Unico elemento certo è la diffusa religiosità che permea tutto il luogo.

Arrivati in prossimità della chiesa ritroviamo il foglietto. Dice: “abbiamo perso un passeggino, se qualcuno lo trova puo telefonarci a questo numero…”. Mandiamo un sms per segnalare il ritrovamento e ci rispondono dopo due giorni, ringraziandoci. Non scopriremo mai come e perché sia finito dentro alla grotta.

Grotta Rottezia è una cavità artificiale, censita al Catasto Nazionale delle Cavità Artificiali (data base speleologico articolato su base regionale) con il numero CA448LaVT. L’imbocco della cavità è stata recentemente oggetto di importanti distacchi  e pertanto la grotta non è più accessibile. Tutta l’area rientra nella proprietà della Soc. I.M.A. Immobiliare Mura Aurelie Srl Comune di Soriano nel Cimino (VT) e ne è vietato l’accesso in assenza di autorizzazione.

L’area è attualmente oggetto di un interessante progetto didattico SCARICA QUI LA BROCHURE IN PDF Soriano Bosco Didattico brochure
Lo studio della Grotta Rottezia da parte della nostra Associazione risale al Dicembre 2008/Gennaio 2009. Questo articolo è la revisione del precedente, pubblicato nell’aprile 2012.

Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

Fonti bibliografiche

Benedetti E., Soriano nel Cimino, in Campo de’ Fiori, periodico sociale di Arte, Cultura, Attualità edito dall’Associazione Accademia Internazionale d’Italia, n. XXXVII.

D’Arcangeli V., Monumenti archeologici ed artistici del territorio di Soriano nel Cimino e delle zone limitrofe, 1967, “La Commerciale” di Camilli & Sora, Soriano nel Cimino, Viterbo.

D’Arcangeli V., Soriano nel Cimino, nella storia e nell’arte, 1981, a cura dell’Associazione Pro-Soriano.

Giannini P., L’amore per la solitudine del cardinale Egidio Antonini ed il Convento della SS. Trinità in Soriano.

Menichino G., Sensazioni uniche, Alto Lazio, Etruria misteriosa, escursionismo nella Tuscia viterbese. Club Alpino Italiano Sezione di Viterbo.

Torelli L., Secoli Agostiniani, Tomo Sesto, Google Books.

 

 

 

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Castel Gandolfo (RM): è partito il Progetto Albanus

Sabato 31 Agosto 2013 la Federazione dei gruppi speleologici del Lazio per le cavità artificiali Hypogea ha varato ufficialmente il “Progetto Albanus: studio e  documentazione dell’antico emissario Albano” che ha ottenuto l’autorizzazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio e dell’Ente Parco Castelli Romani. Nella giornata di sabato è stato effettuato il primo sopralluogo speleologico esplorativo del sito. Hanno preso parte all’esplorazione venti speleologi e speleo subacquei dei tre gruppi afferenti ad Hypogea.

L’emozione di immergersi in una struttura realizzata 2410 anni fa è stata indescrivibile.

L’emissario Albano (comune di Castel Gandolfo) è il più noto fra le molte strutture di regimazione dei laghi vulcanici dei Colli Albani ed è anche l’unico citato da fonti storiche (Tito Livio V, 15; Dionigi d’Alicarnasso I, 66 e Piranesi). La tradizione storica colloca l’emissario Albano tra i più arcaici reperti documentati dell’opera cunicolare romana, secondo solo alla costruzione della Cloaca Massima. Ma non mancano ipotesi che attesterebbero la realizzazione dell’emissario in epoca ancora più antica (V. Castellani, 1999).

Fu realizzato per regolare il livello del lago di Albano, privo di un emissario naturale, in caso di eccessivo innalzamento delle acque, rendendo abitabili e coltivabili le rive del lago. Si tratta di un’opera di straordinario valore storico, archeologico e speleologico sino ad oggi scarsamente indagata per l’oggettiva difficoltà di percorrenza dello speco, quasi completamente allagato. La presenza di imponenti depositi concrezionali rende inoltre l’accesso dall’incile percorribile solo con tecniche speleo-subacquee. L’emissario fu esplorato parzialmente nel 1955 e nel 1958 da Dolci, nel 1958 da Chimenti e Consolini e nel 1978 da Vittorio Castellani che, con Cardinale e Vignati, stese per la prima volta il rilievo completo della struttura dopo numerose ed impegnative ricognizioni che tuttavia non consentirono di percorrere interamente lo speco.

La complessità delle operazioni suggerisce di preventivare la durata delle attività esplorative e di studio su un intervallo temporale di almeno tre anni. La campagna di studi denominata “Progetto Albanus”, sarà condotta dai tecnici e ricercatori di Hypogea in stretta collaborazione con la Soprintendenza e con l’obiettivo di esplorare, studiare e documentare l’antico emissario. Il progetto è dedicato alla memoria del Prof. Vittorio Castellani, insigne accademico e speleologo (http://www.speleology.it/vittorio.html).

Gli studi di dettaglio potranno essere svolti successivamente all’acquisizione di dati più recenti e consentiranno di verificare lo stato attuale dei luoghi, effettuare un rilievo topografico della struttura con moderna strumentazione e restituzione CAD, acquisire la documentazione fotografica e filmata ed effettuare le necessarie analisi ambientali per valutare la possibilità di un intervento – almeno parziale – di bonifica del condotto, la tutela del sito e fornire suggerimenti in ordine alla sua valorizzazione.

Il contributo e l’esperienza delle organizzazioni speleologiche afferenti ad Hypogea (A.S.S.O, Centro Ricerche Sotterranee Egeria e Roma Sotterranea) è imprescindibile in quanto l’esplorazione presenta tutte le difficoltà peculiari degli ambienti ipogei quali la presenza di tratti allagati, la necessità di muoversi in stretti cunicoli superando zone concrezionate, crolli e probabili dissesti e la progressione richiede l’utilizzo di specifiche tecniche speleologiche e speleosubacquee ormai ampiamente collaudate, che possono trovare sintesi solo in un gruppo di lavoro multidisciplinare quale il nostro.

HYPOGEA (www.hypogea.it) nasce dalla volontà condivisa di unire le esperienze e le professionalità di tre affermate organizzazioni operanti da più di un decennio nel settore della documentazione scientifica delle cavità artificiali.

A.S.S.O, Egeria Centro Ricerche Sotterranee e Roma Sotterranea hanno fatto convergere in questa realtà federativa le rispettive competenze tese alla conoscenza, salvaguardia, valorizzazione e tutela del patrimonio ipogeo.

Hypogea si occupa di ricerca, studio, salvaguardia, valorizzazione e tutela del patrimonio ipogeo, con particolare riguardo alle cavità artificiali di interesse storico archeologico o che presentino un potenziale fattore di rischio. Esplora e documenta ipogei artificiali di interesse storico ed archeologico attraverso ricerche e progetti che ne accrescono la valenza scientifica.

Promuove iniziative, anche di carattere legislativo, tese a tutelare e valorizzare le cavità artificiali che presentino caratteristiche storico- archeologiche di interesse.

La Federazione, direttamente e attraverso i gruppi ad essa associati, è rappresentata ed accreditata presso numerose realtà del mondo scientifico, speleologico, accademico, archeologico.

Collabora con le Istituzioni preposte alla tutela del patrimonio storico ed archeologico e con gli Enti Nazionali o Locali interessati alla conoscenza e alla identificazione di cavità artificiali, alla loro messa in sicurezza e alla progettazione di percorsi sotterranei turistico-culturali fruibili anche dal grande pubblico. È associata alla Società Speleologica Italiana, ed è componente della relativa Commissione Nazionale Cavità Artificiali. È rappresentata nella Union International de  Spéléologie – Commission on Speleology in Artificial Cavities. Collabora con associazioni di volontariato, strutture di comunicazione e documentaristica e con la Protezione Civile.

 

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Opera Ipogea: la sapienza del mondo antico e la cultura degli antichi saperi

A volte mi domando quali vie avrebbe preso la mole degli studi compiuti nei sotterranei di mezzo mondo se non fosse esistita la rivista Opera Ipogea. Nata nel 1995, per volontà della Commissione Nazionale Cavità Artificiali della Società Speleologica Italiana, esce con un primo numero monografico intitolato “Le città sotterranee della Cappadocia” e dal 1999 diventa un periodico acquistabile in abbonamento (www.operaipogea.it)

In 14 anni, dal gennaio 1999 al dicembre 2012, ha pubblicato 228 articoli di 250 diversi autori italiani e stranieri, suddivisi in 20 miscellanee, 6 monografie, 2 atti di convegni nazionali, un numero speciale che sintetizza la storia, gli obiettivi e i progetti della Commissione e un supplemento dedicato all’antico acquedotto delle Cannucceta (Praeneste).

Speleologia urbana, speleologia in cavità artificiali, archeologia del sottosuolo, speleologia per l’archeologia, studio delle opere antropiche ipogee di interesse storico. Modi diversi per descrivere quello che in realtà è stato un unico, lunghissimo, percorso sotterraneo che partendo dal sottosuolo del nostro Paese ha raggiunto la Turchia, la Tunisia, la Giordania, la Libia, Israele, Malta e la Cina.

Opera Ipogea pubblica i risultati delle più importanti campagne di studio condotte nelle cavità artificiali italiane ed estere, atti di convegni nazionali, tavole rotonde, workshop internazionali e censimenti tematici delle strutture ipogee artificiali, configurandosi oggi come il più importante periodico del settore al mondo e annoverando nel comitato scientifico i maggiori esperti internazionali. Anche per questo da qualche anno è stata aggiunta al titolo originale l’estensione Journal of Speleology in Artificial Cavities (vai al sito di Opera Ipogea).

Su Opera Ipogea hanno pubblicato il Prof. Amos Kloner (archeologo e professore emerito presso il Department of the Land of Israel Studies della Bar Ilan University di Ramat Gan, Israele, dove insegna archeologia ellenistica, romana e bizantina), il Prof. Vittorio Castellani († 2006, membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei e professore ordinario di astrofisica all’Università di Pisa), Fabrizio Ardito (giornalista e fotografo, autore di numerosi articoli, reportage, speciali tv e volumi dedicati al turismo, all’escursionismo, alla speleologia e ai monumenti sotterranei delle città d’Italia), il Prof. Carlo Ebanista (professore associato di Archeologia Cristiana e Medievale presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione dell’Università del Molise, membro della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e Ispettore per le Catacombe della Campania), il Generale Guido Amoretti († 2008, appassionato archeologo e studioso di storia patria, ideatore del Museo Pietro Micca di Torino), Giorgio Filippi (archeologo, conservatore della raccolta epigrafica dei Musei Vaticani, ha condotto le ricerche documentali e guidato gli scavi nella Basilica romana di San Paolo fuori le mura), il Prof. Paolo Forti (membro della National Speleological Society, della Società Speleologica Italiana, dal 1997 Presidente Onorario dell’ Unione Internazionale di Speleologia), il Prof. Giovanni Badino (fisico, docente presso l’Università di Torino, dal 1970 svolge attività speleologica esplorativa e scientifica in Italia e al’estero partecipando a numerose spedizioni extraeuropee, soprattutto con l’associazione La Venta di cui è presidente, fra i maggiori esperti al mondo di speleologia glaciale), Carlos Solito (scrittore e fotografo, autore di reportage e servizi foto-giornalistici in tutto il mondo predilige le tematiche antropiche, paesaggistiche e di life style). E molti altri.

L’importanza della rivista, o speleological magazine come viene altrimenti definita grazie all’interesse che va acquisendo anche in campo internazionale, è indubbiamente legata alla capacità di mettere a disposizione di studiosi e ricercatori un archivio documentale di straordinaria importanza: informazioni sui sotterranei realizzati dall’uomo nel corso dei millenni che, in assenza di un canale dedicato come questo, non risulterebbero reperibili. O per lo meno lo sarebbero in modo estremamente frammentario e disorganico.

Si tratta di contributi speleologici e multidisciplinari, tecnici e scientifici. Frutto delle indagini sul territorio (esplorazioni condotte con tecniche di progressione speleologica), cartografiche, bibliografiche e di archivio, a seguito delle quali sono stati acquisiti i dati topografici di ogni ipogeo, specificandone la correlazione con il soprasuolo, effettuando l’analisi degli aspetti strutturali, storico-archeologici, architettonici, climatici, geologici, biologici. Spesso corredati da indicazioni preliminari sull’adozione di opportune misure conservative e di valorizzazione.

Uno straordinario data-base descrittivo, documentale e fotografico dal quale emergono le storie di centinaia di luoghi: non solo quelli più noti al vasto pubblico, come la Roma sotterranea, gli acquedotti di Bologna, le magie e i misteri della Torino underground, la Kleine Berlin di Trieste e gli acquedotti dell’antica Cagliari – Carales, ma anche (direi soprattutto) quelli di tanti comuni più piccoli che potrebbero certamente individuare, nelle pieghe degli studi pubblicati, nuove e fondamentali opportunità di promozione storica e turistica del proprio territorio. Perché attraverso le pagine di questa rivista è stata svelata la sapienza del mondo antico e la cultura degli antichi saperi. Storia, cultura, civiltà, ambiente sottotitolavamo, non a caso, fino a qualche tempo fa.

Non esiste problema per il quale l’uomo non abbia cercato, nel corso dei millenni, delle soluzioni. Trovandole molto spesso nell’uso del sottosuolo, che ha infatti variamente scavato e antropizzato.

La rivista, come la storia che racconta, ha avuto diverse fasi. Quella iniziale, che definirei “sperimentale”, nella quale si è dovuto immaginare e poi comporre un prodotto assolutamente nuovo e di difficilissima collocazione nel panorama editoriale. Ciò è stato possibile grazie alla sinergia con la Casa Editrice Erga di Genova, con la quale Opera Ipogea è stata stampata dal 1999 al 2004.

Dal 2005 la rivista si è affrancata dalla copertura editoriale esterna diventando prodotto esclusivo della Società Speleologica Italiana, già proprietaria della testata, e cambiando formato. Nel 2007 il cambio di coordinamento della redazione e l’ampliamento nella composizione del comitato scientifico a personalità del mondo accademico nazionale ed internazionale hanno regalano alla rivista un ulteriore salto di qualità tanto che, pur non avendo ottenuto ancora l’Impact Factor, si caratterizza per la coerenza e l’assoluta attendibilità degli studi pubblicati.

Nel 2013 la testata apre anche una vetrina sul web (www.operaipogea.it), per mettere a disposizione degli interessati gli articoli dei numeri esauriti (scaricabili gratuitamente), alcuni contenuti aggiuntivi e favorendo nel contempo l’acquisto in abbonamento.

Il target del periodico è molto vario: al pubblico speleologico si sono uniti, nel corso degli anni, lettori curiosi, attenti agli aspetti meno visibili, ma non per questo meno suggestivi, del patrimonio storico – archeologico ipogeo. Archeologi, in particolare medievisti, architetti, enti locali, soprintendenze. Oggi la rivista è non solo un preciso punto di riferimento editoriale ma anche un ponte imprescindibile fra l’archeologia e la “non solo speleologia”.

Ricordo che Vittorio Castellani, con il quale ho condiviso il piacere e il privilegio di contribuire (insieme ad altri colleghi) alla nascita di questa rivista, riteneva che Opera Ipogea sarebbe diventata, con l’andar del tempo, il “catasto illustrato” delle cavità artificiali. Aveva ragione.

Opera Ipogea  Journal of Speleology in Artificial Cavities – Memorie della Commissione Nazionale Cavità Artificiali – Rivista semestrale della Società Speleologica Italiana – Iscrizione al Tribunale di Bologna n. 7702 dell’11/10/2006 ISSN 1970-9692. Acquistabile solo in abbonamento.

 

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Il signore delle grotte

Mitreo Caracalla_IMG_1780

Sabato 8 dicembre, festa dell’Immacolata e inizio ufficiale del periodo natalizio. Anziché infilarmi nel caos dello shopping decido di andare a visitare il Mitreo delle terme di Caracalla, riaperto al pubblico lo scorso ottobre dopo 10 anni di chiusura per restauri. L’ultimo dei quali interamente dedicato alla ristrutturazione dell’imponente pavimento musivo in bianco e nero.

Con i suoi 25 metri di lunghezza per 10 di larghezza è senza dubbio il più grande mitreo rinvenuto a Roma, scoperto nel 1901 ma riconosciuto come tale solo durante i successivi studi del 1912. Si trova a lato del complesso termale di Caracalla, in corrispondenza dell’ingresso ai sotterranei di servizio. Al centro una profonda fossa, collegata all’adiacente sala con un condotto che consentiva il transito del toro. Si tratta con buona probabilità della fossa sanguinis per il sacrificio rituale del toro a cui seguiva il battesimo degli adepti. Due ambienti laterali erano destinati a latrine.

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Qui della rappresentazione marmorea chiamata tauroctonia, che era il fulcro del rito mitraico, resta visibile il solo serpente, mentre in una nicchia laterale si conservano tracce di un affresco che ritrae il dio Mitra con il volto sfregiato, probabilmente ad opera dei primi cristiani. A fianco una sala visibile, ma non visitabile, dove i seguaci banchettavano dopo il sacrificio.
Guardandomi intorno ho notato, in alcune scanalature verticali del muro con fondo di mattoni, un  laterizio bollato. Nonostante nel corso dell’attività speleologica ci sia capitato di ritrovarne e rilevarne parecchi, non ne avevo mai visto nessuno così in “bella mostra”: di  solito si trovano in zone poco accessibili e soprattutto molto scomode!

Una breve visita che valeva senza dubbio la pena di fare, e occasione per visitare anche le Terme di Caracalla che, incredibile a dire per un romano come me, non avevo ancora visto. Per rimanere in antico farò mia la frase “Non è mai troppo tardi!” tanto cara al maestro Manzi (pochissimi sanno a chi mi riferisco).

Mitreo di Caracalla_IMG_1789
Solstizio d’inverno. Ricevo da Antonio il racconto della visita al mitreo di Caracalla per la pubblicazione sul blog. Fra pochi giorni Mitra compirà gli anni. Il re delle Grotte nasce il 25 dicembre affiorando nudo da una roccia lungo un fiume nello stesso giorno di Cristo, quando le giornate, dopo il solstizio d’inverno, cominciano ad allungarsi attestando la vittoria della Luce sulle Tenebre: il Sol Invictus. Ha il capo coperto da un berretto frigio, in mano regge una fiaccola per illuminare il buio e un coltello con cui sacrificare il toro affinché il suo sangue fecondi la terra. Con un colpo di freccia fa scaturire acqua dalla roccia e poi inizia ai propri misteri il Sole, suggellando un patto che li vedrà sedere insieme a banchetto per salire sul carro e volare nel cielo. Immagine mutuata sia dai tarocchi (carro del Sole) che dalle cartoline di auguri raffiguranti Babbo Natale in volo nel cielo sulla slitta, circondato da renne e stelle.

Mitreo del Circo Massimo da FMR 1998

Il rito mitraico, di origine persiana, è uno dei culti orientali che attraverso il mondo ellenico si diffusero a Roma in alternativa alla religione ufficiale. Cominciò a prendere piede alla fine del I secolo d.C. e raggiunse il periodo di massima diffusione al tempo degli imperatori Severi. Il mitraismo occidentale si era formato dalla lunga e complessa evoluzione dell’antico culto iranico e come molti altri culti di origine orientale aveva le caratteristiche della religione iniziatica e segreta.

Ecco perché il rito si svolgeva in grotte, caverne naturali o artificiali, o ancora ambienti diventati sotterranei per sovrapposizione stratigrafica. Gli antichi consideravano la terra e le sue profondità simbolo stesso della materia di cui è costituito il cosmo: la nascita dell’intero universo era dunque simboleggiata dalla grotta. Gli speleologi godono il privilegio di saperlo e, talvolta, capirlo…

Mitreo di S. Stefano Rotondo FMR 1998

Mitraismo e cristianesimo, entrambe religioni monoteiste, ebbero in comune riti e liturgie volte alla prospettiva di una salvezza dopo la morte. La prima riservata ai soli adepti-eletti, la seconda con aspirazione più universale. Mitra fu dunque per un certo lasso di tempo un pericoloso “rivale” di Gesù. Probabilmente i turisti che visitano oggi i mitrei sono convinti di entrare nelle cripte di un dio ormai dimenticato, ma non è così. Gli zoroastriani, ad esempio, continuano ad adorarlo amministrando la giustizia in suo nome e impugnando la mazza con la testa a foggia di toro. (Musso L., op. cit.).

Le guarnigioni militari, insieme agli schiavi, furono i più attivi seguaci di Mitra. Ma ne rimasero affascinati anche gli imperatori, tanto che Nerone volle essere iniziato ai misteri mitraici.

Secondo alcuni studiosi la disciplina gerarchica dell’iniziazione, la raffigurazione vittoriosa del dio e il forte contenuto etico del mitraismo, che muoveva dall’antica idea persiana dell’eterna lotta contro il male, spiegherebbero il successo del mitraismo presso le più alte sfere dell’esercito e gli imperatori. Al punto da far scrivere ad Ernest Renan che “se il cristianesimo fosse stato fermato nella sua espansione da qualche malattia mortale, il mondo sarebbe stato mitraico“.

La totale mancanza di fonti scritte fa assumere una straordinaria importanza alla documentazione archeologica relativa a Mitra, il cui mito si ricostruisce in base alle numerose raffigurazioni rinvenute nei mitrei. Come in tutti i culti misterici anche a quello mitraico si era ammessi dopo l’iniziazione segreta, preceduta dal giuramento di non rivelare il rito. L’ingresso era riservato ai soli uomini e l’iniziato poteva gradualmente accedere ai sette gradi della gerarchia (corvo, ninfo, soldato, leone, persiano, corriere del sole e padre) dopo prove e cerimonie delle quali sappiamo, ovviamente, molto poco ma che molto probabilmente rivestivano carattere simbolico ed incruento, come del resto il sacrificio del toro, punto centrale della liturgia mitraica, che nella maggior parte dei mitrei conosciuti sarebbe stato impossibile da eseguire per le limitate dimensioni degli ambienti.

Mitreo del Circo Massimo FMR 1998

Oltre al dio e al toro nella tauroctonia si raffiguravano elementi simbolici ben precisi: un cane ed un serpente che si nutrivano del sangue taurino, uno scorpione che lo pungeva ai testicoli, spighe di grano che germogliavano dalla coda dell’animale morente e un corvo.

Il significato è incerto: lo scorpione ed il serpente sono stati frequentemente interpretati come forze del male che tentano di impedire al sangue ed al seme del toro di raggiungere e fecondare la terra, il cane, al contrario, ne trae energia mentre le spighe simboleggiano la forza vitale che si libera dal toro morente per nutrire le piante. Il corvo, messaggero divino, era il contatto tra Mitra e il Sole. Una interpretazione altrettanto diffusa lega i vari animali alla rappresentazione astronomica e astrologica del cielo e delle costellazioni, mentre l’uccisione del toro e la presenza del sole rimandano ad un rito segreto che allude al meccanismo di progressione degli equinozi. Il carattere cosmico di Mitra è del resto sottolineato dalla costante presenza al suo fianco dei due dadofori, o portatori di fiaccole, Cautes e Cautopates, simili al dio insieme al quale rappresentano le tre fasi del giorno (aurora, mezzogiorno e tramonto) e del ciclo stagionale (primavera, estate e autunno).

L’apogeo del mitraismo si ebbe nel II-III secolo d.C., periodo particolarmente travagliato per l’impero romano da una crisi non solo economica e militare, che investì anche tutto il mondo pagano e che approderà più tardi alla totale cristianizzazione. Fu in questa fase che  il mitraismo si identificò con la religione orientale del Sole (diversa dal mithraismo originario, ma con esso largamente confuso, soprattutto dal popolo). Diocleziano cercò di sostenere il culto di Mitra quale religione del Sol invictus presso le legioni imperiali ma la religione mitraica si diffuse sia fra le classi meno abbienti: schiavi, liberti, operai, artigiani e piccoli commercianti che speravano in un riscatto dopo la morte, che nelle classi più elevate fino ad arrivare, come già detto, fino all’imperatore. Godette dunque di vasto consenso, pur senza mai divenire religione ufficiale.

Tauroctonia, da FMR 1998

Contemporaneamente andava affermandosi e diffondendosi, soprattutto negli stessi strati popolari e per esigenze spirituali analoghe, l’altra grande religione monoteista dell’epoca: la religione cristiana, che avversò sempre il mitraismo come pericoloso concorrente. Nelle due religioni monoteiste, oltre alle comuni origini orientali, si sovrapponevano vari altri elementi. Mitra che fa sgorgare acqua dalla roccia richiama i miracoli di Mosè e S. Pietro, né può sfuggire il parallelismo con il battesimo cristiano. Ma ancora il comune dogma della resurrezione dei morti e del giudizio finale presieduto dal dio, fino alla perfetta concomitanza nella data di nascita indicata per entrambi al 25 dicembre. Tutto questo scatenò fra le due comunità religiose una lotta feroce. Dopo l’editto di Costantino, del 313 d.C., i cultori di Mitra furono perseguitati. La restaurazione pagana di Giuliano l’Apostata (361 – 363 d.C.) permise una ripresa del culto segnando una battuta d’arresto nella barbara pratica della distruzione dei mitrei. Ma con la vittoria di Teodosio su Eugenio (394 d.C.) la religione cristiana prevalse definitivamente su quella mitraica che rimase in auge ancora per qualche tempo nelle sole zone periferiche, mentre a Roma, sopra i mitrei saccheggiati e distrutti, vennero erette chiese e basiliche.

di Antonio De Paolis e Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee, 2012.

Bibliografia:

Della Portella I., 1999, Roma Sotterranea, Arsenale Editrice, Venezia.

De Santis L., 2008, I segreti di Roma Sotterranea, Newton Compton Editori Srl, Roma.

Musso L., Zolla E., 1988, Mithra vive, in F.M.R. n. 61 pp. 43-70.

Luciani R., 1984, Il Mitreo di Santa Prisca e altri mitrei di Roma, in “Roma Sotterranea”, Fratelli Palombi Editori, Roma, pp. 222-239.

Pavia C., 1986, Roma Mitraica, Carlo Lorenzini Editore, Udine.

 

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