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22 Gennaio 1944/2014 – 70° dallo sbarco

Settanta anni fa le truppe anglo-americane sbarcavano ad Anzio, o forse a Nettuno o meglio, con buona pace delle due che cittadine che oggi si contendono stralci di memoria, sulla intermedia linea di costa. Sono tante, in questi giorni, le iniziative per commemorare il settantesimo anniversario dell’operazione Shingle, fra le quali il conferimento della cittadinanza onoraria di Anzio a Roger Waters, cantautore e compositore britannico fondatore dei Pink Floyd, figlio di un militare caduto durante i combattimenti che seguirono allo sbarco.

“Alle ore due del giorno 22 gennaio del 1944, il VI corpo d’armata  agli ordini del generale Lucas sbarca sulla costa di Anzio. Sulla zona le unità tedesche sono quasi inesistenti. Il generale Alexander, che si trova sul posto, sottolinea l’opportunità di spingere avanti pattuglie mobili, dotate di buona potenza di fuoco, per prendere contatto con il nemico. Anche Churchill è d’accordo su questo punto e risponde: “Vi ringrazio per il vostro messaggio. Sono felicissimo che procediate rapidamente a puntare in profondità, invece di attardarvi a consolidare la testa di ponte”. 

Furono gli americani a non avere il coraggio di procedere speditamente verso Roma? oppure i tedeschi riuscirono a riorganizzarsi in poco tempo opponendosi all’avanzata? che ruolo ebbe la popolazione civile? Secondo lo scrittore Antonio Pennacchi ci fu una sorta di “resistenza dei coloni” contro gli alleati (L’Espresso n. 2 anno LX del 16/1/14). Il protrarsi dello scontro fu imputabile ad un errore strategico degli americani oppure i tedeschi furono aiutati dalla popolazione civile ed in particolare dai coloni che, grazie a Mussolini, avevano trovato lì terre da redimere, poi da coltivare e quindi nuovo lavoro e speranze per il futuro? In entrambi i casi si  sottovalutarono le conseguenze: la lunga fase di stallo nei combattimenti portò la battaglia a protrarsi proprio lì, su quelle terre faticosamente strappate alle acque.

Intanto la popolazione di Cisterna apprende dello sbarco e pensa che la guerra sia al termine, invece la cittadina sta per trasformarsi in campo di scontro feroce.

Potrà sembrare inconsueto che un blog speleologico tratti questi avvenimenti e forse lo è, ma solo in parte. Nel 2011 la nostra associazione ha intrapreso lo studio delle Grotte Caetani di Cisterna di Latina. Come sempre, le indagini sono partite dalla contestualizzazione degli ipogei, realizzata con ricerche bibliografiche e di archivio. In breve ci si è resi conto della necessità di provare a ricostruirne la storia a ritroso, partendo dall’analisi degli eventi più recenti che avevano visto le grotte trasformarsi in rifugio per la popolazione civile. Da lì la consapevolezza di dover affrontare lo studio anche con l’intento di restituire, per quanto possibile, “memoria ai luoghi”.

Per ricostruire come la popolazione civile visse quei giorni abbiamo ascoltato i protagonisti dell’epoca e dato voce al volume “A nord del cielo di Anzio e Nettuno”. L’autore, padre Eugenio Calderazzo, era un frate  cappuccino che si trovava casualmente a Cisterna in visita alla famiglia e che rimase nelle grotte a fianco dei cisternesi. Il racconto ha un pathos che cresce con il passare dei giorni, di pari passo con il peggioramento della situazione sul campo di  battaglia, come peraltro confermano i dispacci dal fronte. Abbiamo allora unito gli uni agli altri, il racconto di Padre Eugenio e le relazioni dei comandi interessati e ne è nato un “diario” di rara intensità.

Cisterna aveva già subito altre due volte la totale distruzione: nel 1165, durante le lotte tra Federico Barbarossa e il papato e nel 1328, ad opera delle truppe di Ludovico il Bavaro. Nel gennaio 1944, a seguito dello sbarco, la popolazione di Cisterna sarà costretta a rifugiarsi per 48 giorni nei numerosi sotterranei scavati, mentre la sfortunata città sarà distrutta per la terza volta nella sua storia (Mariotti, 1968; Caldarazzo, 1966).

La già difficile storia di Cisterna

La origini di Cisterna sono antichissime come accertato da ritrovamenti preistorici nella zona. Poi però, nonostante la vicinanza di una grande opera pubblica come la via Appia e le due vicine stazioni di posta di Tres Tabernae e Ad Sponsas, allo stato delle conoscenze non è stato possibile accertare se il primario insediamento strutturato sia stato realizzato o meno su un impianto romano. Gli inizi certi di Cisterna come centro abitato risalgono all’VIII sec. d.C., quando vi fu costruita una vasta azienda agricola (domusculta). Nel 967 è attestato un “casale cisternae”, sotto il controllo dei Conti di Tuscolo, signori del Lazio meridionale; il casale divenne poi un castello fortificato dei Conti nel 1112 (castrum Cisternae). Nel 1146 i Frangipane presero il controllo del luogo trasformandolo in un borgo, protetto dalla Torre Frangipane che, ricostruita nel XIII secolo, domina ancora oggi l’abitato.

Nel 1165, durante le lotte tra Federico Barbarossa e il papato, Cisterna subì la prima distruzione.

La decadenza dei Frangipane portò già alla fine del XIII sec. il borgo sotto l’influenza dei Caetani. La prosecuzione degli scontri tra papato ed impero ebbero per conseguenza la seconda completa distruzione di Cisterna nel 1328, ad opera delle truppe di Ludovico il Bavaro.

Ciò che rimase della cittadella vide ancora tanti cambi di proprietà nel corso del XV secolo: dai Frangipane agli Orsini e da questi ai Caetani, che subirono numerose confische ed assassinii perpetrati da Alessandro VI Borgia, fino a quando papa Giulio II restituì loro le terre nel 1504. Da quel momento in poi Cisterna rimase feudo indiscusso dei Caetani. Nel 1560 la cittadina, divenuto nucleo agricolo di una certa importanza, assunse la configurazione di centro residenziale e amministrativo delle proprietà Caetani. Bonifacio Caetani iniziò la costruzione del grande palazzo inglobando l’antica torre Frangipane del XIII sec. e il pozzo-cisterna situato ancora oggi nel cortile centrale (Pennacchi, 2011).

La vita a Cisterna proseguì finalmente tranquilla. Trovandosi ai margini della grande palude fu interessata a vario titolo dalle numerose quanto sfortunate opere di bonifica della piana, sino a quella decisiva degli anni ‘30 intrapresa da Mussolini.

La vita nelle Grotte

Bollettino del Comando supremo delle Forze Armate. “Nelle prime ore del 22 (gennaio 1944 ndr) truppe Anglo-americane sono sbarcate ai due lati di Nettuno, sulla costa del Mar Tirreno…”.

A Cisterna la popolazione civile si trasferisce ovunque sotto terra, negli innumerevoli ambienti ipogei della città (cantine, cunicoli, gallerie) che prendono il nome dei proprietari: Grotte Caetani, Grotta Luiselli, Grotta Corsi, Grotta Paliani, Grotta Zampini, Grotta Carolina. E chissà in quante altre andate distrutte delle quali non si è conservata memoria.

Ed ecco il racconto di padre Eugenio, in corsivo virgolettato, unito alle notizie provenienti dal fronte.

22 gennaio 1944

Dal fronte: la mattina del 22 gennaio 1944 la 24° Brigata Guardie, avamposto della 1° Divisione di Fanteria britannica, effettua lo sbarco senza trovare alcuna opposizione: i due battaglioni tedeschi che si trovano in zona evitano di esporsi troppo. I porti di Anzio e Nettuno sono presi intatti e non ci sono truppe tedesche a presidiare la strada verso Roma.

“Centinaia di apparecchi sorvolano Cisterna, assordante rombo di motori, di mitraglia e di bombe. Come in un richiamo atavico si va sotto terra, nel tentativo di essere accolti in un grembo protetto”.

23 gennaio 1944

Attaccata al muro di pozzolana, tra due mazzetti di semprevivi, qualcuno ha appeso l’immagine di una dolce Madonna col bimbo. Vicino una lampada ad olio. Fa da sottofondo il pianto dei bimbi”.

Dal fronte: contrariamente alle prime già riportate considerazioni del Generale inglese Alexander, condivise da Churchill, ovvero l’opportunità di spingere avanti pattuglie mobili dotate di buona potenza di fuoco per prendere immediato contatto con il nemico, le prime settantadue ore vengono spese dal Generale americano Lucas in attacchi esplorativi di scarsa rilevanza in direzione di Cisterna e Campoleone, senza tentare alcuna avanzata. Entro la sera del giorno 23 le due divisioni sono al completo. Il generale Lucas si è limitato a rafforzare la testa di sbarco, preoccupandosi che venissero sbarcati automezzi e materiali. Quando decide di partire si trova di fronte 8 divisioni tedesche.

25 gennaio 1944

Dal fronte: Il generale Alexander riferisce che  la testa di sbarco può considerarsi ragionevolmente sicura. La 3′ divisione americana si trova a 5 Km da Cisterna e su tutto il fronte viene mantenuto il contatto con il nemico. Il 1° Battaglione Irlandese ed il 1° Scozzese vengono respinti mentre tentano di prendere Campoleone, ma anziché ripiegare, tengono la posizione.

“Il ricovero Caetani subisce il battesimo del sangue: usciti per attingere l’acqua muore un padre e due giovinetti rimangono feriti”.

26 gennaio 1944

“Nelle grotte Caetani fanno capolino i primi abusi e la prepotenza di alcuni inizia a dare fastidio. ‘Siamo tutti uguali’, ripetuto spesso, preoccupa. Hanno fiducia in me, nella mia ascendenza sacerdotale, e allora mi costituisco capo del ricovero. Si scappa dalla grotta di Luiselli in cerca di asilo in grotte più sicure. Scendo per benedire le vittime rimaste sepolte e trovo scene strazianti”.

Echi di guerra_IMG_2304_01-21-2014 

27 gennaio 1944

“Contrasto di luce e tenebre anche oggi: luce di sole nel cielo effuso di perle, tenebre di notte, sotterra, nelle grotte affumicate da lucignoli e qualche mozzicone di candela. Si celebra la messa di ringraziamento per lo scampato pericolo di ieri. Il parroco celebra un battesimo nella grotta Corsi. Cadono bombe sulla grotta Paliani seminando distruzione e morte”.

Dal fronte giungono gravi notizie: né Cisterna, né Campoleone sono state conquistate; la brigata Guardie ha respinto un contrattacco di fanteria e carri armati e ha fatto qualche progresso, ma si trova ancora a 2,5 Km da Campoleone, mentre gli americani sono sempre a sud di Cisterna.

28 gennaio 1944

“Raggiungo tutte le grotte per spiegare che il parroco Nardini ha abbandonato la città autorizzandomi a sostituirlo in ogni funzione, fatta eccezione per i matrimoni”.

29 gennaio 1944

“Boati agghiaccianti come venisse la fine del mondo danno a tutta la città sotterranea l’aspetto di una terrificante bolgia. Grida disperate, pianti e svenimenti. Si spengono anche i lumi e la grotta diviene oscura, come una tomba che sta per chiudersi su tanta vita. La grotta Zampini e Carolina si riempiono d’acqua proveniente dalle distrutte dal bombardamento della mattina. Alcuni volontari usciranno per andare a chiudere le saracinesche ed impedire il disastro”.

30 gennaio 1944

“Quasi ogni grotta ha avuto il suo battesimo di sangue. Le vittime vengono deposte in cimiteri improvvisati. Passi frettolosi lungo la scala di accesso alle Grotte Caetani: uno scoppio scuote la grotta, una granata è scoppiata all’ingresso. Da tutte le nicchie è vociare di grida e pianti, convulso chiamare di persone. Poi la tragedia appare in tutta la sua feroce realtà: due morti e due feriti”.

Dal fronte: il VI corpo d’armata americano guadagna un po’ di terreno, ma la 3′ divisione americana non riesce a conquistare Cisterna.

2 febbraio 1944

“In tutte le grotte continua la lotta per la vita: vite che soccombono e che germogliano. Cinque battesimi, compaiono come fiori alcuni nastri bianchi nelle grotte”.

Dal fronte: il generale Alexander visita nuovamente il fronte e manda a Churchill un nuovo rapporto sulla situazione. La resistenza tedesca si è accentrata intorno a Cisterna e a Campoleone. Non è possibile sferrare nuova offensiva fino a che non vengano conquistate le due località. La 3′ divisione americana si è battuta duramente per Cisterna negli ultimi giorni e gli uomini sono stanchi, demoralizzati e lontani ancora quasi un chilometro dal centro della città.

3-4 febbraio 1944

“Nelle grotte si cerca di ammazzare il tempo. Gli uomini giocano a carte o si prestano per la pulizia: le donne rammendano i pochi indumenti restanti, i bambini stanno ad osservare. Alle 16.30 giunge un gruppo di profughi proveniente dai vari borghi, ma il rifugio è già sovraffollato. Sono sette persone, li facciamo entrare per passar la notte, domani si vedrà…”.

Dal fronte: il 1° Battaglione Irlandese viene improvvisamente accerchiato e catturato dai tedeschi che tentano di condurli nelle proprie retrovie. Ne segue una colluttazione durante la quale 20 tedeschi restano uccisi e 9 fatti prigionieri.

Padre Eugenio racconta che il rifugio è già sovraffollato, nelle grotte ci sono ormai quasi cinquemila persone. Per avere un’idea di cosa significa vivere (non scendere durante i bombardamenti o dormirci la notte, ma vivere per 48 giorni) in tanti in un ambiente sotterraneo buio, illuminato con candele e non areato, basta guardare la planimetria delle Grotte Caetani. Per quanto si tratti di ambienti imponenti è evidente che le famiglie vivessero unite le une alle altre, senza privacy, senza spazio per stendersi e dormire contemporaneamente, senza vie di fuga in caso di rastrellamenti e rappresaglie o di crolli dovuti ai bombardamenti.

 

18-22 febbraio 1944

“I tedeschi ricominciano a scendere nelle nostre grotte: questa volta non per ubriacarsi, ma per rappresaglia. Nella mia ne sono scesi tre, armati di tutto punto, cercando uomini validi che sembrano scomparsi. Gli spiegano che non c’è più nessuno. Risalgono con rumore di scarponi ferrati”.

1 Marzo 1944

“È un mese e nove giorni che si vive nelle grotte! Quanto tempo ci si resterà ancora? Chi lo sa! Forse giorni, forse mesi… Nelle grotte ci si comincia ad abituare a non starci tanto male, ma qualcuno vuole starci meglio e vanta pretese, diritti…”.

3-6 marzo 1944

“I briganti nelle tenebre. Già nella mia grotta era sparita molta farina raccolta per il pane comune ai primi di febbraio e si era pensato che fosse stata venduta la mercato nero. Invece. Briganti veri e propri si aggiravano di notte a rubare gli oggetti nascosti da molte famiglie nei giardinetti delle abitazioni”.

14 Marzo 1944

“Siamo qui dentro da 45 giorni. I volti sono tutti uguali: sbiancati, dalle occhiaie infossate per estenuazioni e privazioni di ogni genere”.

Dal fronte: i tre battaglioni della 24° Brigata Guardie hanno perso l’ottanta per cento della forza ed il 1° Battaglione Irlandese ha cessato di esistere come forza combattente.

19 Marzo 1944: sfollare la città entro 24 ore!

“La mattina in molte grotte vi era stata una gara a  preparare un degno altarino per la celebrazione della Festa di San Giuseppe. L’ordine tedesco si diffonde in un baleno. O restare per morire bruciati da bidoni di benzina nelle grotte che, così purificate, sarebbero servite da casematte, oppure affrontare l’esilio verso ignorate destinazioni. Ci si prepara ad uscire dalle grotte. Ma dove andremo?”

I giorni delle grotte finiscono così. Il 19 Marzo del 1944 tutti gli abitanti di Cisterna vengono sfollati verso Roma e Velletri. Il legame con la storia è certamente ancor oggi l’aspetto più significativo delle grotte Caetani, tanto che Felice Poliani, ex sindaco di Cisterna, definiva le Grotte Caetani un “Tempio della Memoria”. Il 19 Marzo di ogni anno, a Cisterna, viene commemorato l’Esodo cisternese.

La battaglia andò avanti. Ad aprile gli americani riuscirono finalmente ad uscire dalla situazione di stallo conquistando Aprilia. A maggio, raggiunti dai rinforzi, sferrarono una dura offensiva che prese il nome di “Operazione Buffalo”: i tedeschi furono costretti a cedere Littoria (Latina) e si arroccarono su Cisterna orami deserta. Gli Alleati concentrarono qui i loro sforzi e dopo una battaglia durissima riuscirono ad entrare a Cisterna. La battaglia terminerà il 25 Maggio 1944. Nella foto di repertorio l’ingresso della 3°, 34° e 45° Divisione Rangers nel Palazzo Caetani dove i tedeschi si erano asserragliati. L’Agro Pontino era finalmente liberato… ma la città di Cisterna non c’era più, rasa al suolo con gli edifici distrutti per il 96%.

Le Grotte Caetani oggi

Il complesso ipogeo di Cisterna di Latina denominato “Grotte Caetani” conserva ancora l’accesso principale dalla scala elicoidale del Palazzo omonimo ed è costituito da una serie continua ed interconnessa di sotterranei scavati all’interno dell’esteso banco tufaceo sul quale è sorto il primo nucleo storico di Cisterna di Latina. Il risultato di dettaglio degli studi condotti è stato presentato all’VIII Convegno Nazionale di Speleologia in Cavità Artificiali (Ragusa, Settembre 2012) e pubblicato in atti. Ad esso si rimanda per una informazione completa.

In sintesi è possibile evidenziare che la planimetria dei sotterranei, proiettata sulla topografia attuale di Cisterna, restituisce l’evidenza che le “Grotte Caetani” non si sviluppano, in realtà, sotto al palazzo Caetani ma ne costituiscono un ingresso secondario affacciato verso il Fosso di Cisterna e la via Appia Antica; probabilmente associato a stalle o magazzini. Osservando la stessa planimetria proiettata sulla mappa del catasto Gregoriano si ha la conferma che anche in precedenza alcuni ambienti non erano correlati al palazzo nobiliare ma piuttosto alle abitazioni sovrastanti, comunicando con l’ipogeo principale attraverso aperture posticce realizzate verosimilmente durante I Giorni delle Grotte. Si tratta di pertinenze di alcune abitazioni che affacciavano sul Fosso di Cisterna, ancora individuabili nelle foto scattate prima della guerra (esposte nei locali del vecchio Municipio). È plausibile che anche le altre abitazioni allineate lungo il torrente disponessero di analoghe strutture sotterranee. Purtroppo la guerra e più di recente l’intubamento del Fosso di Cisterna hanno cancellato ogni eventuale traccia residuale.

L’analisi tipologica e strutturale delle Grotte condotta dai ricercatori del Centro Ricerche Sotteranee Egeria ha posto in evidenza che in realtà l’area sotterranea denominata Grotte Caetani non è un unicum ma deriva dall’unione di quattro distinte macro-zone, unite le une alle altre. L’unione delle Gallerie Caetani con i sotterranei della chiesa di San Pasquale per la necessità di dotare il rifugio sotto la chiesa di un secondo accesso, durante i Giorni delle Grotte, è riportato con chiarezza dalle fonti (Mariotti, 1968). Le maldestre aperture (brecce) presenti sui lati della grande cisterna sono invece controverse. Forse rese necessarie per raggiungere, durante i Giorni delle Grotte, gli ambienti lungo il fosso i cui ingressi erano crollati a causa dei bombardamenti tombando chi si era rifugiato in quella zona. Oppure procurate dai tedeschi che si erano asserragliati nel palazzo Caetani per creare transiti di piccole dimensioni più facilmente controllabili rispetto alle ampie gallerie e sale? Ecco come si presentano, oggi le quattro diverse zone.

Le Gallerie Caetani (in verde), pertinenza del palazzo omonimo, in alcuni casi rimaneggiamento di preesistenti strutture adattate alle necessità della residenza. Le ampie gallerie possono essere raggiunte ancor oggi dal Palazzo Caetani per mezzo della scala che percorsero i cisternesi durante i Giorni delle Grotte. È probabile che in questa prima zona i Caetani ospitassero magazzini, cantine e attività correlate alla produzione di vino e/o olio. Le tracce di incavi sulle pareti e sulla volta, ancora visibili, hanno fatto ipotizzare la presenza di un torchio per la spremitura di uva o olive.  La scala elicoidale raggiungeva anche le cucine (attuale sala dei Presepi) e poteva consentire il trasporto a dorso di mulo di derrate alimentari o altro. Anche gli ambienti secondari tutt’oggi visibili (camere laterali di grandi dimensioni) potevano essere stalle o magazzini, anche se gli eventi narrati hanno cancellato ogni indizio di eventuale diversa funzione.

I sotterranei della Chiesa di San Pasquale Baylon ( in rosso ) sono raggiungibili dall’ultima camera a sinistra delle Gallerie Caetani, con una risalita da attrezzare con scala o corda. Questa zona costituiva una struttura altra rispetto ai sotterranei del Palazzo Caetani, collegata alla soprastante Chiesa di San Pasquale Baylon oggi scomparsa, ma ancora presente nell’attuale toponomastica cisternese e della quale è ancora ben visibile, all’esterno, parte del basamento. Il passaggio che oggi la congiunge alle gallerie Caetani è stato realizzato durante la II Guerra Mondiale.

La grande cisterna sotterranea ( in blu) era in origine strutturalmente separata dalle Grotte Caetani e dalle cantine che descriveremo nel seguito. Gli attuali passaggi sono in realtà “brecce” realizzate nelle mura di contenimento della cisterna. Le aperture dalle quali si accede sembrano relativamente recenti, realizzate forse durante la Seconda Guerra Mondiale per l’adattamento dei sotterranei a rifugio. All’estremità sud è presente una struttura ad arco ogivale, che separa il pozzo circolare, distinto dalla cisterna stessa e chiuso in alto da tavelloni moderni. All’estremità nord si nota un corposo e vasto interramento proveniente dal fosso esterno. La posizione dell’unico pozzo presente, posto approssimativamente al di sotto dell’attuale Via delle Scuderie, suggerisce che l’opera potesse essere anche collegata alle scuderie del palazzo Caetani, ragionevolmente collocate proprio in questa zona, tra la summenzionata strada e Via del Pozzo di Nerone.

Sono infine identificabili, con accessi sul lato est della cisterna, un ipogeo quasi del tutto ostruito da frane ed una serie di ipogei comunicanti tra loro (in giallo) fra i quali di notano almeno cinque ambienti che, pur oggi collegati fra loro, conservano tratti che li differenziano profondamente, li attribuiscono a funzioni diverse e in taluni casi li correlano alle abitazioni soprastanti.

Ecco l’esempio di come una indagine speleologica in cavità artificiali può contribuire a ricostruire frammenti della nostra storia, più o meno recente.

Carla Galeazzi©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

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Opere citate

P. Caldarazzo da Montefusco E., 1966, A nord del cielo di Anzio e Nettuno. Tipografia Leone, Foggia.

Galieti A., 1948, Le origini medievali di Cisterna Neronis. Archivi della Società Romana di Storia Patria, Volume LXXI, pp.89-108, Roma.

Mariotti U., 1968, Storia di Cisterna, Latina.

Pennacchi L. M., 2011, Cisterna e i Caetani. Arte e committenza fra Cinquecento e Settecento. Dalai Editore.

 

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Opera Ipogea: la sapienza del mondo antico e la cultura degli antichi saperi

A volte mi domando quali vie avrebbe preso la mole degli studi compiuti nei sotterranei di mezzo mondo se non fosse esistita la rivista Opera Ipogea. Nata nel 1995, per volontà della Commissione Nazionale Cavità Artificiali della Società Speleologica Italiana, esce con un primo numero monografico intitolato “Le città sotterranee della Cappadocia” e dal 1999 diventa un periodico acquistabile in abbonamento (www.operaipogea.it)

In 14 anni, dal gennaio 1999 al dicembre 2012, ha pubblicato 228 articoli di 250 diversi autori italiani e stranieri, suddivisi in 20 miscellanee, 6 monografie, 2 atti di convegni nazionali, un numero speciale che sintetizza la storia, gli obiettivi e i progetti della Commissione e un supplemento dedicato all’antico acquedotto delle Cannucceta (Praeneste).

Speleologia urbana, speleologia in cavità artificiali, archeologia del sottosuolo, speleologia per l’archeologia, studio delle opere antropiche ipogee di interesse storico. Modi diversi per descrivere quello che in realtà è stato un unico, lunghissimo, percorso sotterraneo che partendo dal sottosuolo del nostro Paese ha raggiunto la Turchia, la Tunisia, la Giordania, la Libia, Israele, Malta e la Cina.

Opera Ipogea pubblica i risultati delle più importanti campagne di studio condotte nelle cavità artificiali italiane ed estere, atti di convegni nazionali, tavole rotonde, workshop internazionali e censimenti tematici delle strutture ipogee artificiali, configurandosi oggi come il più importante periodico del settore al mondo e annoverando nel comitato scientifico i maggiori esperti internazionali. Anche per questo da qualche anno è stata aggiunta al titolo originale l’estensione Journal of Speleology in Artificial Cavities (vai al sito di Opera Ipogea).

Su Opera Ipogea hanno pubblicato il Prof. Amos Kloner (archeologo e professore emerito presso il Department of the Land of Israel Studies della Bar Ilan University di Ramat Gan, Israele, dove insegna archeologia ellenistica, romana e bizantina), il Prof. Vittorio Castellani († 2006, membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei e professore ordinario di astrofisica all’Università di Pisa), Fabrizio Ardito (giornalista e fotografo, autore di numerosi articoli, reportage, speciali tv e volumi dedicati al turismo, all’escursionismo, alla speleologia e ai monumenti sotterranei delle città d’Italia), il Prof. Carlo Ebanista (professore associato di Archeologia Cristiana e Medievale presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione dell’Università del Molise, membro della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e Ispettore per le Catacombe della Campania), il Generale Guido Amoretti († 2008, appassionato archeologo e studioso di storia patria, ideatore del Museo Pietro Micca di Torino), Giorgio Filippi (archeologo, conservatore della raccolta epigrafica dei Musei Vaticani, ha condotto le ricerche documentali e guidato gli scavi nella Basilica romana di San Paolo fuori le mura), il Prof. Paolo Forti (membro della National Speleological Society, della Società Speleologica Italiana, dal 1997 Presidente Onorario dell’ Unione Internazionale di Speleologia), il Prof. Giovanni Badino (fisico, docente presso l’Università di Torino, dal 1970 svolge attività speleologica esplorativa e scientifica in Italia e al’estero partecipando a numerose spedizioni extraeuropee, soprattutto con l’associazione La Venta di cui è presidente, fra i maggiori esperti al mondo di speleologia glaciale), Carlos Solito (scrittore e fotografo, autore di reportage e servizi foto-giornalistici in tutto il mondo predilige le tematiche antropiche, paesaggistiche e di life style). E molti altri.

L’importanza della rivista, o speleological magazine come viene altrimenti definita grazie all’interesse che va acquisendo anche in campo internazionale, è indubbiamente legata alla capacità di mettere a disposizione di studiosi e ricercatori un archivio documentale di straordinaria importanza: informazioni sui sotterranei realizzati dall’uomo nel corso dei millenni che, in assenza di un canale dedicato come questo, non risulterebbero reperibili. O per lo meno lo sarebbero in modo estremamente frammentario e disorganico.

Si tratta di contributi speleologici e multidisciplinari, tecnici e scientifici. Frutto delle indagini sul territorio (esplorazioni condotte con tecniche di progressione speleologica), cartografiche, bibliografiche e di archivio, a seguito delle quali sono stati acquisiti i dati topografici di ogni ipogeo, specificandone la correlazione con il soprasuolo, effettuando l’analisi degli aspetti strutturali, storico-archeologici, architettonici, climatici, geologici, biologici. Spesso corredati da indicazioni preliminari sull’adozione di opportune misure conservative e di valorizzazione.

Uno straordinario data-base descrittivo, documentale e fotografico dal quale emergono le storie di centinaia di luoghi: non solo quelli più noti al vasto pubblico, come la Roma sotterranea, gli acquedotti di Bologna, le magie e i misteri della Torino underground, la Kleine Berlin di Trieste e gli acquedotti dell’antica Cagliari – Carales, ma anche (direi soprattutto) quelli di tanti comuni più piccoli che potrebbero certamente individuare, nelle pieghe degli studi pubblicati, nuove e fondamentali opportunità di promozione storica e turistica del proprio territorio. Perché attraverso le pagine di questa rivista è stata svelata la sapienza del mondo antico e la cultura degli antichi saperi. Storia, cultura, civiltà, ambiente sottotitolavamo, non a caso, fino a qualche tempo fa.

Non esiste problema per il quale l’uomo non abbia cercato, nel corso dei millenni, delle soluzioni. Trovandole molto spesso nell’uso del sottosuolo, che ha infatti variamente scavato e antropizzato.

La rivista, come la storia che racconta, ha avuto diverse fasi. Quella iniziale, che definirei “sperimentale”, nella quale si è dovuto immaginare e poi comporre un prodotto assolutamente nuovo e di difficilissima collocazione nel panorama editoriale. Ciò è stato possibile grazie alla sinergia con la Casa Editrice Erga di Genova, con la quale Opera Ipogea è stata stampata dal 1999 al 2004.

Dal 2005 la rivista si è affrancata dalla copertura editoriale esterna diventando prodotto esclusivo della Società Speleologica Italiana, già proprietaria della testata, e cambiando formato. Nel 2007 il cambio di coordinamento della redazione e l’ampliamento nella composizione del comitato scientifico a personalità del mondo accademico nazionale ed internazionale hanno regalano alla rivista un ulteriore salto di qualità tanto che, pur non avendo ottenuto ancora l’Impact Factor, si caratterizza per la coerenza e l’assoluta attendibilità degli studi pubblicati.

Nel 2013 la testata apre anche una vetrina sul web (www.operaipogea.it), per mettere a disposizione degli interessati gli articoli dei numeri esauriti (scaricabili gratuitamente), alcuni contenuti aggiuntivi e favorendo nel contempo l’acquisto in abbonamento.

Il target del periodico è molto vario: al pubblico speleologico si sono uniti, nel corso degli anni, lettori curiosi, attenti agli aspetti meno visibili, ma non per questo meno suggestivi, del patrimonio storico – archeologico ipogeo. Archeologi, in particolare medievisti, architetti, enti locali, soprintendenze. Oggi la rivista è non solo un preciso punto di riferimento editoriale ma anche un ponte imprescindibile fra l’archeologia e la “non solo speleologia”.

Ricordo che Vittorio Castellani, con il quale ho condiviso il piacere e il privilegio di contribuire (insieme ad altri colleghi) alla nascita di questa rivista, riteneva che Opera Ipogea sarebbe diventata, con l’andar del tempo, il “catasto illustrato” delle cavità artificiali. Aveva ragione.

Opera Ipogea  Journal of Speleology in Artificial Cavities – Memorie della Commissione Nazionale Cavità Artificiali – Rivista semestrale della Società Speleologica Italiana – Iscrizione al Tribunale di Bologna n. 7702 dell’11/10/2006 ISSN 1970-9692. Acquistabile solo in abbonamento.

 

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Grotta Rumice: Herundine, Romola, Redenta e… ?

Il toponimo “rumice” richiama il termine romitorio. La grotta naturale si trova nell’area soprastante il quartiere degli Scacciati a Palestrina, sulla via di costa che anticamente saliva sino a Castel San Pietro (noto set del film “Pane Amore e Fantasia”) e permetteva il collegamento fra la città di Praeneste e la sua acropoli. L’ampia visuale sul paesaggio sottostante e l’evocazione propria della “salita al monte” suggerisce la frequentazione devozionale del luogo. La grotta si apre a circa metà dell’antico sentiero. Qui la tradizione, tramandata sino ai nostri giorni, vuole che nel VI secolo d.C. tre eremite (Herundine, Romola e Redenta) si rifugiassero per astrarsi dal mondo civile raccogliendosi in preghiera.

Da le “Memorie Prenestine” (Petrini P.): “Menava in quei tempi vita eremitica sul monte Prenestino una divota donna per nome Herundine con una sua discepola chiamata Redenta. Dissi in quei tempi, perché San Gregorio narra che quando egli si fe’ Monaco, cioè nell’anno 575, l’una era morta, l’altra era vecchia. Se poi sia vero che la speleonca da loro scelta per abitazione sia quella grotta, che vedesi sulla falda orientale della nostra Montagna alquanto sopra la Chiesa di Cesareo, ed è volgarmente chiamata Grotta Rumice, io non ardisco asserirlo: come altresì non ardisco asserire ch’elle vivessero sotto la direzione de’ Monaci dimoranti sul nostro monte, benché cose tali siano assai verisimili. Ciò che però asserisco è che Herundine fu dotata di gran virtù, e Redenta ammaestrò nella pietà due fanciulle, una delle quali chiamata Romola fu in morte contraddistinta da Dio con celesti apparizioni; di modo che sono tutte venerate dalla Chiesa come Sante, e nella nostra Diocesi se ne celebra l’Offizio”.

Da una ricerca sul web abbiamo individuato la corrispondenza di tutti e tre i nomi nella sola lista civile femminile di Buenos Aires ed ipotizzato che le tre eremite potessero essere di origine spagnola o portoghese. Abbiamo quindi proseguito le ricerche sul motore di ricerca dei due paesi abbandonando le pagine italiane che non davano alcun risultato.

Così facendo abbiamo ottenuto risultati più che soddisfacenti, ritrovando notizie delle Sante eremite nella Historia delle Sante Vergini Romane (Gallonio A.).

“…Fiorirono quelle Sante ne i tempi di San Gregorio Papa, celebra la Chiesa la solennità loro a’ 23 di Luglio come appare per l’autorità del Martirologio Romano (che ) nel giorno suddetto ne scrive con queste parole. A Roma, le Sante Vergini Romola, Redenta & Herundine, delle quali scrive San Gregorio Papa; i cui corpi furono portati a Tivoli, dove hoggi si celebra solennemente la lor memoria. AVVERTIMENTO AL LETTORE intorno alla reliquie di quelle Sante Vergini. Una gran parte de i corpi di queste Sante nella Chiesa di Santa Maria Maggiore si riposa, il che dimostrano l’infrascritte parole, che in essa si leggono: In quella sacra Basilica, sono riposti i corpi de i Santi Matteo Apostolo, Girolamo Dottore, Romola, e Redenta Vergini co tutto ciò bisogna dire, che alcune ossa loro, e non i corpi intieri nella città di Tivoli si conservino, e questo perche si trova scritto e si tiene da molti che in essa i corpi loro sono stati trasferiti; il che può esser vero, pigliandosi il tutto per una parte, e non in rigore per quello che sona quella parola”.

Abbiamo anche ritrovato traccia delle tre eremite anche negli Annali Ecclesiastici tratti da quelli del Cardinal Baronio (Rinaldi O. pag. 123, paragrafo 24).

“Né lasceremo di por qui un’altra bella storia , che quest’anno medesimo il Santo Pontefice narrò nell’homelia quarantesima di ciò ch’avvenne quando egli si rendé monaco: stava, dice, allato alla chiesa della B. Vergine una monaca, per nome appellata Redenta, discepola già d’Herundina, donna d’halte virtù, c’havea fatta vita solitaria sopra i monti di Palestrina e con Redenta habitavano due sue discepole nell’histesso habito monacale, una chiamata Romola e l’altra la quale ancora vive, e nota mi è di veduta ma non di nome. Romola passava assai ne’ meriti la compagna, si come colei ch’era di meravigliosa patientia e di somma ubbidienza, osservante molto nel silentio, e del continuo all’oratione vocata.

Ma imperoche quegli, che dagli huomini stimati sono perfetti, hanno tal’hora alcuna imperfettione negli occhi di colui, che tutto vede, ella fu a maggior suo profitto percossa di paralisi e costretta a giacer piu anni in letto priva dell’uso di quasi tutti i membri. Non però di meno questi flagelli non perdussero la sua mente a impatientia; ma accrebbero le sue virtù splendie e singolari. Avvenne poi una notte ch’ella chiamo Redenta, che nudriva ambedue le discepole in luogo di figliole e le disse: Vieni, madre, vieni. La qual tosto rizzatasi con l’altra fu ad essa. E stando ambedue in su la mezza notte al letto della della paralitica, venne subitamente una celeste luce di tanta chiarezza, che strinse con inestimabile sbigottimento il cuore delle assistenti, le quali si gelarono e stupite rimasero. E sì come elle poi dissero, cominciarono a sentire certo strepito, come se una caterva grande di gente entrasse, e scotesse l’uscio della cella. Ma tutto elle sentissero la moltitudine, nientemeno tra per l’immensità del timore e della luce non vedevano nulla. Appresso alla luce venne una fragranza di maraviglioso odore, si che riconfortava il loro turbato e smarrito animo per la grandezza dell’apparito splendore.

Né potendo elle sostenerlo, Romola cominciò a confortare Redenta con piacevol voce, dicendole: Non haver paura, madre, che io hora non morrò; e ciò sovente essa replicando, la luce a poco a poco sparve, ma l’odore rimase: e così passò il secondo e terzo di, pur durando la fragranza. La quarta notte Romola chiamò di nuovo la sua maestra e chiese e ricevette il viatico. Ne essendo ancora Redenta e l’altra discepola partite dal letto dell’inferma, udirono, che nella piazza avanti la porta della cellas tavano due cori, uno d’huomini e l’altro di donne, alternamente salmeggiando e mentre che si celebravano in tal guisa le celestiali esequie, quella santa anima fu condotta in paradiso. Nel qual mezzo quanto piu gli angelici cori salivano in alto, tanto piu leggiermente si sentivano i canti, finche il sacro concerto e la soavità dell’odore mancò”. Celebrasi ogni anno dalla chiesa la gloriosa memoria di Romola e di Redenta vergini, e di Herundina i cui corpi sacri si conservano e veneransi nella confessione della medesima basilica di S. Maria Maggiore. 

Ne i Secoli Agostiniani, agli anni di Christo 592, si trova una lunga descrizione della santità delle tre eremite, che in parte riprende la morte di Redenta in modo sostanzialmente analogo a quanto già descritto parlando degli Annali Ecclesiastici, ma dando più spazio ad Herundine ed utilizzando ovviamente parole e suggestioni diverse.

“Vicino alla Chiesa della B. Vergine una Monaca, che Redenta chiamavasi, la quale era già stata discepola d’un’altra Monaca, per nome Herundine, Donna di sublime virtù la quale havea menata vita eremitica sù le Montagne di Pellestrina; e con Redenta habituario due altre Monache sue discepole, una chiamata Romola e l’altra d’incerto nome.”

Abbiamo anche qui conferma del fatto che le eremite sarebbero state quattro, non tre, mentre emerge una discrepanza sulla data del Martirologio Romano che viene indicata al 23 Aprile, anziché al 23 Luglio come riportato dal Card. Baronio. Infatti alla nota relativa alla sepoltura in Santa Maria Maggiore qui si legge: “Li loro Sacri Corpi si conservano in S. Maria Maggiore, come dice il Card. Baronio nell’Annotatione, che fa al suddetto giorno 23 d’Aprile, e ciò dice costare nell’iscrittione antica, che in mosaico si legge nell’abside di S. Maria Maggiore con queste parole… e se bene gli Tiburtini si vantano d’haver essi i Copri di queste Sante Religiose, delle quali anche nell’accennato giorno solennizano la Festa, tuttavolta si dee dire, soggiunge nella medesima Annotatione il Baronio, che non habbino fuori che alcune poche Reliquie, aggiungo io, che forse hauranno il corpo di Santa Herundine, quale non viene mentovata nel’iscrittione suddetta di S. Maria Maggiore”.

Ma la nota più interessante è però relativa alla condizione delle tre eremite, emergendo un evidente conflitto di attribuzione a diversi ordini monastici.

“Ma per concludere al nostro proposito, a me pare, che non si possa dubitare che queste tre (la quarta? ndr) Sante Vergini, essendo state Monache ed Eremitane, non siano anche state di nostra Religione, massime in quei tempi, ne quali niuna religione v’era che Eremitana s’appellasse. Benche vi fosse quella di S. Benedetto non chiamavasi però, come né meno mai si è chiamata, Eremitana, havendoli ciò prohibito S. Benedetto nella sua Regola medesima.

Resta dunque di dire che fossero dell’Ordine nostro Eremitano di S. Agostino, il quale notabilmente fioriva in quei tempi. Ben’è vero, che quelle Sante non furono Monache di Monasterio, ma di Casa e per conseguenza Tertiarie; e ciò basti haver detto di queste Sante Gloriose, le quali per la prima volta entrano ad honorare gli nostri Agostiniani Secoli & Annali.”   

La nostra conclusione è più amara. Delle tre, forse quattro, donne che cercarono rifugio nella Grotta Rumice vivendo in isolamento, per motivi religiosi o per assistere Romola nel momento finale della malattia, rimane il racconto di ecclesiastici (riportato più volte fino a stravolgerne parzialmente il senso), la ragionevole certezza che i corpi siano stati suddivisi fra più sepolture, come spesso accadeva ai santi trasformati in reliquie ed infine la forzosa aggiudicazione ad un ordine monastico piuttosto che ad altro giocando sui termini. Avendo visto la grotta, e dando per rato che quella sia stata realmente per lungo tempo la loro Casa, il loro eremo, tendiamo a ritenere che si trattò di eremite piuttosto che di Eremitane. Il fatto che la regola monastica del tempo non le prevedesse è del tutto marginale ed ininfluente: fu scelta comune a molti religiosi anche nei secoli a venire, spesso pagata con la morte.

Dalle ultime indagini compiute sull’origine dei nomi quello di Romola sembra derivare da Romilia, appellativo di una gens romana che si era stabilita sulla sponda etrusca del Tevere. Romola festeggia effettivamente l’onomastico il 23 luglio, come indicato dal Card. Baronio, e non al 23 Aprile come invece asserito dagli Agostiniani ed è ricordata sul Martirologio sempre in comunione con le altre due consorelle, essendo probabilmente andata per sempre perduta la possibilità di conoscere il nome della quarta eremita.

Nel maggio 2003, su sollecitazione di Luigi Casciotti che conosceva da tempo la grotta e ne aveva eseguito il rilievo topografico, siamo tornati ad esplorarla insieme e documentarla. Si tratta di una grotta naturale di modeste dimensioni e sviluppo, censita nel Catasto della Cavità Naturali del Lazio. A seguito dell’indagine speleologica l’ipogeo fu segnalato – nello stesso anno – al Prof. Rolfo (Università di Tor Vergata, Roma) quale sito di probabile frequentazione preistorica.

Nel rilievo è evidenziata l’area presa in esame per valutare eventuali attestazioni preistoriche.

Bibliografia di riferimento

AMORE A., Romola, Redenta ed Erundine in BS, t. 11, col. 540-542.

GALLONIO A., Historia delle Sante Vergini Romane (Torelli?)

NIBBY A., 1819, Viaggio antiquario ne’ contorni di Roma, Vol. I, pag. 102

PETRINI P., Memorie Prenestine disposte in forma di annali (pagg. 96-97)

RINALDI O., Annali Ecclesiastici tratti da quelli del Cardinal Baronio (pag. 123)

Web http://www.castelsanpietroromano.net/home_file/sentiero_1.html

Carla Galeazzi ©Centro Ricerche Sotterranee Egeria

 

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Il “Viaggio in Italia” di J.W. Goethe e il paesaggio della geologia: i luoghi ipogei

Il viaggio di Goethe in Italia dura quasi due anni, dal 3 settembre 1786 al 18 giugno 1788, gran parte dei quali li trascorre a Roma, nella dimora di Via del Corso oggi Museo. E’ un visitatore attento e curioso che riflette sul paesaggio e sull’origine dei territori che attraversa, fornendo descrizioni dettagliate che ci aiutano a comprendere, ad oltre due secoli di distanza, le trasformazioni subite dal nostro Paese.

Copertina del volume

Il volume, fresco di stampa (settembre 2012), è frutto del progetto scientifico coordinato da Mario Panizza e Paola Coratza, Nato dalla sinergia fra G&T Geologia e Turismo, IYPE Commissione Italiana coordinamento Anno Internazionale Pianeta Terra (Settore divulgazione scientifica Outrach),  ISPRA Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale e il Museo Casa di Goethe di Roma, unico museo tedesco all’estero. Il volume rappresenta un’opera importante per la conoscenza del nostro Paese e a tale scopo il Servizio Geologico Nazionale Dipartimento Difesa Suolo dell’ISPRA si è impegnato per far si che l’opera venisse stampata.

Un progetto originale e di grande interesse voluto da G&T e realizzato grazie alla capillarità dei suoi associati ed estimatori su tutto il territorio nazionale nonché di geologi facenti capo ad Istituti Universitari, Enti di Ricerca, Pubbliche Amministrazioni, Musei Naturali ed altre Associazioni, fra le quali la Società Speleologica Italiana che ha curato, grazie a Carlo Germani e Vittoria Caloi (Egeria CRS) le quattro schede a tema speleologico – archeologico relative agli ipogei visitati dal celebre scrittore.

Pochi i luoghi sotterranei visitati da Goethe, con racconti che manifestano il disagio di trovarsi al buio, come nelle catacombe dalle quali esce immediatamente: “Fin dai primi passi in quei tristi sotterranei, mi si ridestò un tale insofferenza, che risalii immediatamente a rivedere il sole, e ad aspettare, in quel rione del resto ignorato e appartato, i miei compagni d’escursione che, meno impressionabili di me, avevano potuto visitare tranquillamente anche quei luoghi”. Forse anche per questa ragione apprezza tanto la pietra fosforica di Bologna: “… che, si racconta, se la si lascia al sole, ne assorbe i raggi e per un certo tempo splende nell’oscurità”.

 Scheda Ninfeo di Egeria

L’11 Novembre 1786 fa visita al Ninfeo di Egeria, (o Ninfeo di Erode Attico) nella Valle Caffarella, zona rimasta pressoché intatta fino a qualche anno fa. Nel suo ritorno a Roma dopo il viaggio che lo porta a percorrere l’Italia, ovvero nell’Aprile 1788, visita sia la Cloaca Massima trovandola addirittura più imponente rispetto a quanto raffigurata dal Piranesi. Le catacombe di San Sebastiano invece, come già detto, lo deludono profondamente pur trattandosi di un complesso cimiteriale di grandissimo interesse.

Scheda Ninfeo di Egeria

Durante le tappe non romane scende a Napoli e approfitta per visitare la Crypta Neapolitana (o Grotta di Posillipo, vedi anche il contributo di Pio Bersani https://speleology.wordpress.com/2012/11/27/la-crypta-neapolitana/) e resta talmente affascinato dai raggi del sole che attraversano la galleria, al tramonto, da ben comprendere chi si innamora della città di Napoli.  

La scheda sulla Grotta di Santa Rosalia a Palermo è stata curata da Dario Nicchitta e Antonia Messina (Università degli Studi di Messina). Anche in questo caso Goethe non descrive in modo suggestivo l’ambiente ipogeo ma ha tuttavia difficoltà ad allontanarsene perché  rimane molto colpito dalla devozione dei fedeli che attingono l’acqua nella speranza di ottenere la guarigione.

Fra gli scenari più amati dal Viaggiatore, incline ai luoghi caldi ed assolati, i vigneti: l’analisi geologica si è estesa quindi anche ai “paesaggi enologici”  e ai vini che maggiormente apprezzò, ponendo in risalto il rapporto fra prodotto e caratteristiche del terreno, in un bellissimo contributo di Francesco Torre e della compianta Lucilla Gregori.

 

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La Crypta Neapolitana

L’ingresso principale della grotta è ubicato all’interno del parco Vergiliano a Piedigrotta (Napoli), nel quale si trovano anche le tombe dei poeti Virgilio e Giacomo Leopardi. La galleria è orientata in modo tale che in occasione degli equinozi il sole fosse perfettamente allineato tra i due ingressi all’alba e al tramonto, così che in quei momenti la galleria, nella quale solitamente regnava un buio profondo, risplendesse grazie alla luce naturale.

Si tratta di una galleria di 711m di lunghezza scavata nel tufo della collina di Posillipo, tra Mergellina (salita della Grotta) e Fuorigrotta (via della Grotta Vecchia), a Napoli. Evidente l’uso, in fase di scavo, della coltellatio (tecnica di scavo mediante due pozzi alle estremità del condotto per mantenere l’allineamento della direzione di scavo).

Strabone narra che fu realizzata da Lucio Cocceio Aucto per  volere di Marco Vispanio Agrippa, come parte di una rete di infrastrutture militari comprendenti anche il Portus Iulius e altre gallerie simili (le cosiddette Grotta di Cocceio e Crypta Romana). Pur trattandosi dunque di un fatto storicamente accertato, la leggenda che vi si sovrappose narra che Cocceio avrebbe utilizzato centomila uomini per scavare la galleria in soli quindici giorni.

Parallelamente alla galleria carrabile correva una seconda galleria, con una sezione di un paio di metri, che portava l’acqua dall’acquedotto del Serino alle installazioni militari flegree, fino alla piscina mirabilis di Miseno.

Pio Bersani. Testi e repertorio iconografico ©Pio Bersani.

 

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