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Archivi categoria: Opere di culto

Un tempio ipogeo lungo la Via Amerina.

Sin dalla preistoria le grotte sono state intensamente frequentate dall’uomo con svariate finalità che vanno dal trovarvi un comodo rifugio a cercarvi una via privilegiata per un contatto con le divinità ctonie. La nostra cultura ha in proposito una casistica vastissima: dagli oracoli greci, all’antro nel quale nasce Mitra, alle grotte delle sibille, alle innumerevoli sorgenti sacre dimora di entità superiori. Questa premessa per dire che non dovrebbe stupire il trovare una grotta destinata a culto; imbattersi però in una cavità con chiari segni di un culto indù ci ha procurato sorpresa e un leggero senso di straniamento.

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La località (Ponte di Valle Romana) ha una sua umile grazia: seguendo un sentiero lungo uno dei tanti fossi della campagna laziale (Fosso del Fontanile) si giunge ad un piccolo specchio d’acqua – chiamarlo laghetto risulterebbe fuorviante – prodotto da una svolta nel letto del ruscello; il luogo è abbellito da una cascata di 4-5 metri, che scende da rocce tufacee. Qui il sentiero, alto qualche metro sopra l’acqua, è protetto da un corrimano di corda; si può scendere fino all’acqua grazie ad alcuni scalini scavati nella roccia.

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La grotta è ampia e ben rifinita (circa 18 metri di lunghezza per 4 di larghezza); verso il fondo, in mezzo alla sala, trova posto un altare ornato da due candelabri di legno intagliato. Al centro dell’altare un quadro con figure femminili e maschili: difficile per noi definirne il ruolo.

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Tutt’intorno sulle pareti, lumi ad olio ricavati da comuni vasetti di vetro. All’entrata, in una nicchia sulla destra le immagini di due personaggi, evidentemente figure di riferimento o comunque di importanza per la comunità che ha allestito l’insieme. Il corrimano, gli scalini, la pulizia della grotta testimoniano la cura e la frequentazione dei fedeli.

Rilievo topografico copyright Archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee. Riproduzione ed uso vietati.

Accanto alla grotta-santuario se ne apre una seconda di dimensioni minori, quasi del tutto crollata e priva di segni di utilizzo recente. Entrambe sono state censite nel catasto cavità artificiali del Lazio (data base speleologico) con la sigla CA560LaVT.

Non siamo certi della associazione religiosa di riferimento, ma molto probabilmente si tratta della vicina comunità Hare Krishna Gauramandala che probabilmente utilizza la grotta come luogo di meditazione e svago durante il periodo caldo. In tutti i modi l’insieme merita il rispetto dovuto ad ogni attività di devozione e la possibilità di poter funzionare senza ingerenze malevole: Namaste!

Di Vittoria Caloi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee. Riproduzione di immagini e testi vietata in assenza di autorizzazione espressamente richiesta ed espressamente concessa.

 

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Grotta Rottezia, il Beato Lupo e la Sedia del Papa (Soriano, Viterbo, Lazio).

È una bella giornata di dicembre. Fa freddo ma il sole promette di fare il suo, almeno nelle ore centrali della giornata. È molto presto, come sempre in inverno quando le ore di luce sono troppo poche rispetto alla nostra voglia di vedere e di scoprire. Superato l’abitato di Soriano lasciamo le macchine e ci incamminiamo in direzione sud-ovest nella selva cimina.

Luogo tetro, impenetrabile ed invalicabile per i Romani, che a noi sembra bellissimo. È bellissimo. Le foglie secche, gelate nella notte, frusciano sotto i piedi. È il solo rumore che si sente. Seguiamo il viale per due chilometri fino a un’altitudine di circa seicento metri, alla nostra destra compare la chiesetta dell’eremo della S.S. Trinità recentemente oggetto di restauro di consolidamento.

Foto sopra: la Chiesa nei primi anni del ‘900. Da Giannini P. (op. cit.). Foto Archivio Valentino D’Arcangeli.

A sinistra una parete tufacea, alta circa 30 metri, fratturata in più punti e con distacchi che hanno creato anfratti, piccole cavità e rifugi. Dalla parete rocciosa sgorga una piccola sorgente che alimenta un fontanile di campagna.Il bisogno di acqua è evidente anche nella canalina scavata nella roccia, che permetteva di catturare e convogliare verso il fontanile persino il liquido di percolazione. Un escamotage, questo, utilizzato in molte strutture insediative.

Proseguiamo in cerca della Grotta Rottezia (grottaccia) nella quale, narra la leggenda, sarebbe nascosta una chioccia con dodici pulcini d’oro. Chi entra per scoprire e asportare il tesoro muore di spavento in seguito al misterioso spegnimento delle torce… fortunatamente non usiamo più le lampade a carburo già da un po’.

La base della parete di tufo è completamente ricoperta dalle foglie, e sono tante le fratture “promettenti”  ma nessuna è l’ingresso alla grotta che stiamo cercando. Le battiamo avanti e indietro fino a notare un po’ di verde spiccare nel giallo. Sono edera e capelvenere. Segni inconfondibili che c’è dell’umidità da condensazione a sostenerle anche nei mesi di siccità. Smuoviamo le foglie e si apre l’imbocco della grotticella.

Scivoliamo dentro uno alla volta. Entro per ultima. Mentre striscio giù il piede tocca qualcosa di metallico. Lo aggancio con la caviglia e tiro: è un passeggino, anche abbastanza nuovo. Sandro si ricorda di aver notato un foglietto attaccato ad un sedile in pietra non lontano dalla chiesa. Sulla via del ritorno ce ne occuperemo.

La grotta è piccolina, artificiale, scavata, con un sedile ricavato nel banco roccioso. La rileviamo e la fotografiamo, poi riprendiamo il sentiero.

A poca distanza un gruppo di imponenti blocchi di roccia formano una sorta di piramide naturale nota come il “Sasso del Beato Lupo”.

Proviamo a metterci nei panni dell’eremita. Non doveva essere una vita facile: la tramontana si incanala fra i massi e soffia gelida, il culmine della piramide presenta effettivamente un piccolo incavo naturale, formato probabilmente per erosione, nel quale un uomo può stare a stento in posizione supina, inginocchiato o seduto. Il Beato Lupo Franchini vissuto fra il XIII e XIV secolo, era originario di Corviano e apparteneva all’Ordine Agostiniano. Il luogo, nel corso del tempo, ha effettivamente assunto anche la denominazione di “Grotta di Sant’Agostino”, collegandolo all’Ordine che per certo aveva fatto edificare anche la chiesetta della Trinità, già nota alle fonti come eremitaggio a partire dal 1275.

Ci rimettiamo in cammino per raggiungere la “Sedia del Papa”, dove arriviamo circa quaranta minuti dopo. È un bel picco di roccia, attrezzato con una struttura in legno che permette l’affaccio sulle vallate circostanti. Ringraziamo Tullio Dobosz, profondo conoscitore dei luoghi legati agli insediamenti eremitici del Lazio ed Abruzzo, per averci fatto conoscere anche questo, incantevole. Le ore di luce cominciano a scarseggiare e dobbiamo rientrare, la passeggiata in discesa per arrivare fin qui si presenta ora con una ripida salita.

Rientrando sviluppiamo qualche ipotesi sul luogo e ci convinciamo che tutte le strutture visitate facessero parte di un unico complesso monastico: la piccola chiesa, il fontanile, il luogo di preghiera del Beato Lupo che favoriva l’isolamento e l’ascesi e la “grottaccia”, usata forse come rifugio o per conservare alcune derrate alimentari di prima sussistenza. Le residuali tracce sul terreno non restituiscono evidenze di spazi destinati a coltivativo, dal che è possibile supporre che la piccola comunità monastica rientrasse fra quelle che vivevano in povertà, attraverso la beneficenza che veniva loro elargita. Unico elemento certo è la diffusa religiosità che permea tutto il luogo.

Arrivati in prossimità della chiesa ritroviamo il foglietto. Dice: “abbiamo perso un passeggino, se qualcuno lo trova puo telefonarci a questo numero…”. Mandiamo un sms per segnalare il ritrovamento e ci rispondono dopo due giorni, ringraziandoci. Non scopriremo mai come e perché sia finito dentro alla grotta.

Grotta Rottezia è una cavità artificiale, censita al Catasto Nazionale delle Cavità Artificiali (data base speleologico articolato su base regionale) con il numero CA448LaVT. L’imbocco della cavità è stata recentemente oggetto di importanti distacchi  e pertanto la grotta non è più accessibile. Tutta l’area rientra nella proprietà della Soc. I.M.A. Immobiliare Mura Aurelie Srl Comune di Soriano nel Cimino (VT) e ne è vietato l’accesso in assenza di autorizzazione.

L’area è attualmente oggetto di un interessante progetto didattico SCARICA QUI LA BROCHURE IN PDF Soriano Bosco Didattico brochure
Lo studio della Grotta Rottezia da parte della nostra Associazione risale al Dicembre 2008/Gennaio 2009. Questo articolo è la revisione del precedente, pubblicato nell’aprile 2012.

Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

Fonti bibliografiche

Benedetti E., Soriano nel Cimino, in Campo de’ Fiori, periodico sociale di Arte, Cultura, Attualità edito dall’Associazione Accademia Internazionale d’Italia, n. XXXVII.

D’Arcangeli V., Monumenti archeologici ed artistici del territorio di Soriano nel Cimino e delle zone limitrofe, 1967, “La Commerciale” di Camilli & Sora, Soriano nel Cimino, Viterbo.

D’Arcangeli V., Soriano nel Cimino, nella storia e nell’arte, 1981, a cura dell’Associazione Pro-Soriano.

Giannini P., L’amore per la solitudine del cardinale Egidio Antonini ed il Convento della SS. Trinità in Soriano.

Menichino G., Sensazioni uniche, Alto Lazio, Etruria misteriosa, escursionismo nella Tuscia viterbese. Club Alpino Italiano Sezione di Viterbo.

Torelli L., Secoli Agostiniani, Tomo Sesto, Google Books.

 

 

 

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Nuove ipotesi per gli Ipogei di Loiano: un unicum nel centro Italia?

Su una parete tufacea in località Loiano, nel comune di Gallese (Viterbo), si aprono tre ipogei dalle caratteristiche originali e, per quanto a noi noto, probabilmente unici nel centro-Italia. Già  oggetto di studio da parte di Barbara Bottacchiari, che ne ha realizzato il rilievo topografico e la dettagliata descrizione  morfologica avanzando varie proposte di interpretazione storica e di utilizzo. Non esistono altre fonti scritte, o tradizionali, che trattino in precedenza queste notevoli strutture. Per una descrizione dettagliata degli ambienti e del loro inquadramento storico e geografico si rimanda al citato lavoro di Bottacchiari (2013), mentre in questa sede esponiamo un nostro approfondimento su quella che ci sembra, tra le varie interpretazioni avanzate in ordine all’uso di queste affascinanti ed inquietanti cavità, la più plausibile.

Dalla pianta generale del complesso, come dalle successive immagini, si nota che due dei tre grandi ambienti sono caratterizzati dalla presenza di nicchie, semichiuse nella parte inferiore, con le pareti ben levigate in ogni dettaglio. Nel terzo ambiente si nota invece una sorta di mangiatoia con scanalature dirette verso l’uscita. Notiamo, come osservato nell’articolo citato, che tutte le cavità sono state ampiamente rimaneggiate sino a tempi recenti. L’uso di tutti e tre gli ipogei come stalla, in tempi recenti, è indubbio stante la vicinanza di un ricovero pastorale, la presenza di anelli per legare gli animali, tamponature in muratura, sfondamenti e ampliamenti per riadattare le antiche strutture ai nuovi utilizzi. Tuttavia siamo portati ad ipotizzare che le porzioni più interne degli ipogei siano state destinate ad altro, data l’impossibilità di ricoverare esseri viventi (animali compresi) in condizione di oscurità e mancanza d’aria delle zone più profonde. La stessa considerazione porta a escludere l’uso degli ambienti come sede di riunione di una qualche comunità (le nicchie, tra esistenti e distrutte, sono più di quaranta). Escludendo anche l’ipotesi che possa essersi trattato di luogo di prigionia, riteniamo che l’unico reale utilizzo originario possa essere stato quello cultuale per alloggiare sepolture (Bottacchiari 2013).

La “doppia sepoltura”

La similitudine degli ambienti di Loiano con quelli destinati al rito della “doppia sepoltura” esistenti in molte chiese dell’Italia meridionale, salta subito agli occhi. Questa consuetudine funeraria, attestata in varie culture ed in varie epoche, consiste nell’attendere la disgregazione del corpo per ottenere la relativa liberazione/rilascio delle ossa che vengono successivamente deposte in un ossario, o rivestite ed esposte in cripte e sotterranei contigui alle chiese.

In Italia la pratica risulta molto diffusa nel Meridione, con sporadiche presenze al Nord (Milano, Valtellina, Valenza Po, Novara).  Come descritto da Fornaciari, Giuffra e Pezzini (2008), la decomposizione del cadavere poteva avvenire in terra (le cosiddette “terresante” a Napoli), in colatoi a sedile, o in colatoi orizzontali; in quest’ultimo caso lo scopo della pratica era indirizzato ad ottenere la mummificazione più che la “liberazione” delle ossa. Nel caso dei colatoi a sedile, la rimozione dei liquidi organici era assicurata dalla presenza di fori nel sedile e da canalette di scolo, che potevano anche essere in embrici di terracotta (Fornaciari et al. op. cit.). Altro dato caratteristico, che potrebbe supportare l’ipotesi, è l’inclinazione del pavimento verso l’esterno per favorire il deflusso dei liquidi.

La mummificazione è stata praticata quasi esclusivamente in Sicilia, raramente a Napoli e altre località meridionali; risulta iniziata dall’ordine dei Cappuccini, con tarde estensioni ad altre comunità. Il cadavere veniva posto su un colatoio orizzontale dotato di una griglia in legno o in tubuli di ceramica. Erano necessarie ventilazione e temperatura costante: qui la seconda poteva essere certamente garantita dal fatto che il colatoio era ricavato nel sottosuolo (dove, come noto, la temperatura si mantiene costante nel coso dell’anno) dell’edificio religioso della comunità monastica. Una volta mummificato, il corpo veniva rivestito ed esposto in cripte o cappelle apposite (Fornaciari et al. op. cit.).

Queste pratiche funerarie sono rimaste in uso fino alla fine del secolo XIX, dopo l’unità d’Italia. Quanto all’epoca del loro inizio la valutazione è difficile: l’atteggiamento ostile delle autorità religiose crebbe dopo il Concilio di Trento (1563) ed infatti sono citate in un sinodo diocesano messinese del 1588 che le proibisce. Dunque alla fine del XVI secolo la pratica della doppia  sepoltura doveva essere nota e diffusa (Fornaciari et al. 2008).

Doppia sepoltura, mummificazione e gli ipogei di Loiano

Nel descrivere il caso del convento carmelitano di Pucara (Campania), Fornaciari et al. osservano che “la struttura del complesso funebre richiama quella di un coro”: è l’impressione che si riceve entrando nell’ipogeo C (Bottacchiari 2013; cfr. Fornaciari et al 2008). Due file contrapposte di grandi nicchie accuratamente scolpite sembrano attendere una congregazione per un rito o un’assemblea ma, come osservato in precedenza, il luogo non è adatto ad una presenza umana abituale. Un altro elemento significativo è dato, peraltro, dalla forte inclinazione del pavimento verso l’esterno, con un dislivello di circa un metro e mezzo: inclinazione facilmente giustificabile con la necessità di convogliare liquidi fuori dall’ambiente.

In apparente contrasto a queste evidenze, che supporterebbero un’interpretazione in linea con ben attestate tradizioni di doppia sepoltura, si nota però l’assenza di sedili e di un altare, spesso presente nelle cripte con colatoi. Tale assenza potrebbe essere spiegata con l’uso di sedili di legno ed un altare dello stesso materiale, facilmente deteriorabili e per questo non più in situ. Mentre lascia più ampi margini di dubbio l’assenza di canaline di scolo che sarebbero state essenziali per l’uso ipotizzato.

Nell’ambiente B (Bottacchiari 2013) è presente un sistema di drenaggio, ma apparentemente destinato a convogliare all’esterno le acque di percolazione, mentre in C non si nota nulla di simile, né in prossimità delle nicchie, né al centro della cavità. è altresì verosimile che possano essere state utilizzate canaline in terracotta, analogamente a quanto avveniva in altre strutture Fornaciari et al. (2008), anche se ciò contrasterebbe con la evidente facilità di scavo della roccia. Perché ricorrere a canaline in terracotta? Come si nota dalla foto che segue, sono state individuate tracce residuali di canaline in terracotta, probabilmente molto recenti, ma che potrebbero indicare che l’incoerenza della roccia ne ha consigliato, oggi come ieri, l’utilizzo.

Nella foto si noti anche la scanalatura nella paretina antistante la nicchia, che avrebbe potuto alloggiare una paratia in legno.

Vi è in realtà un’altra possibile risposta. Ovvero che la vasca presente nel locale A sia stata utilizzata come iniziale scolatoio orizzontale (vedi prima e fig. 15 in Fornaciari et al.). Una volta mummificati i corpi, rivestiti, sarebbero stati esposti nei sedili degli ambienti B e C. A supporto dell’ipotesi vi è la presenza nell’ambiente A di canaline di scolo. Certamente indispensabili per un processo controllato della mummificazione ma altrettanto necessarie al successivo uso dell’ambiente come stalla. Va del resto evidenziato come gli interventi di scavo in terreni facilmente aggredibili, come i tufi o le arenarie, siano rimasti sostanzialmente immutati nel tempo rendendo molto difficile, se non impossibile, assegnare una datazione certa all’opera di scavo quando non altrimenti caratterizzata.

Strutture ipogee non dissimili sono state individuate nel 2002 in Turchia, sull’altopiano di Karlik, nel corso di una campagna di studi condotta dalla nostra associazione con altri ricercatori (Redi F., Burri E.).

Altopiano di Karkik, 2002, probabili sepolture monastiche a mummificazione. Foto Carlo Germani Archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee.

In conclusione, gli ipogei di Gallese mostrano forti similitudini con gli ambienti destinati a riti di doppia sepoltura e mummificazione, molto comuni nel meridione d’Italia sino a poco più di un secolo fa. Le notizie su tali usanze funebri sono scarse per le regioni del nord, scarsissime per il centro Italia e pressoché inesistenti, fino ad oggi, nelle nostre zone. Lasciamo la parola e le valutazioni conclusive agli esperti, nella speranza che questa nostra “analisi critica” dello studio di Barbara Bottacchiari possa essere di stimolo in tal senso.

Vittoria Caloi e Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

Bibliografia

Bottacchiari B., 2013, “Gli ipogei di Loiano”, I Quaderni di Gallese, Museo di Gallese e Centro Culturale “Marco Scacchi”.

Fornaciari A., Giuffra V. e Pezzini F., 2008, “Processi di tanatometamorfosi: pratiche di scolatura dei corpi e mummificazione nel Regno delle Due Sicilie”, Borgo San Lorenzo, ed. all’insegna del Giglio (consultabile anche sul web).

 
 

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Nuove scoperte, esplorazioni e lunghe attese

E’ stato un anno un po’ strano il 2013, di quelli in cui si alternano entusiasmo, determinazione, sconforto e di nuovo soddisfazione senza soluzione di continuità. Le attività di ricerca ed esplorazione si sono moltiplicate, anche grazie alle rinsaldate collaborazioni con altri gruppi speleologici del Lazio e con studiosi indipendenti. Nel contempo gli adempimenti burocratici per l’ottenimento di alcune autorizzazioni e convenzioni ha assorbito (talvolta davvero incomprensibilmente) una infinità di tempo ed energie. Ma il bilancio, in chiusura d’anno, è assolutamente positivo.

Nella provincia di Roma le ricerche sulla collina del Tuscolo ci hanno portato finalmente, dopo vari tentativi infruttuosi, all’individuazione e riscoperta dell’antico acquedotto dell’eremo di Camaldoli (Catasto delle cavità artificiali Lazio nn. CA503LaRM – CA489LaRM), a lungo inseguito. Una serie di gallerie di oltre 900 metri di sviluppo complessivo che completano finalmente il quadro delle indagini nella zona di Montecompatri, iniziata da Giulio Cappa che, sulle tracce del Devoti (Cisterne del periodo romano nel Tuscolano, 1978), aveva compiuto numerose e puntuali ricognizioni esterne.

Ad Anguillara abbiamo censito la Chiesa rupestre di Santa Caterina dei Giustiniani, già studiata da archeologi (CA487LaRM), e rivisitato l’emissario di Lagusiello, oggi purtroppo non più transitabile (CA488LaRM).

Con i colleghi di Roma Sotterranea abbiamo affrontato, da qualche mese, l’individuazione di un lungo tratto, ancora mai descritto, dell’acquedotto Traiano a nord di Bracciano (CA499LaRM – CA500LaRM). Lo studio, coordinato da Vittorio Colombo di Roma Sotterranea, si protrarrà anche nel 2014 costituendo, senza ombra di dubbio, uno dei più importanti sin qui condotti nel Lazio, sia dal punto di vista delle difficoltà esplorative che dei risultati attesi.

Con Giorgio Filippi abbiamo invece posto le basi per l’individuazione e lo studio di alcuni tratti sino ad oggi mai rinvenuti dell’acquedotto Alsietino (Traiano-Paolo), che svilupperemo insieme nei prossimi mesi. Importante la correlazione fra queste indagini e quelle condotte con i colleghi di Roma Sotterranea al Traiano.

A Genazzano, dove ci auguriamo di poter condurre nel 2014 indagini speleologiche approfondite anche grazie ad una convenzione con il Comune ancora in fase di definizione e con architetti e studiosi locali, abbiamo effettuato i primi sopralluoghi al condotto di alimentazione del lavatoio, che presenta residuali tracce di affreschi, e ad altri cunicoli/sistemi idraulici.

In ottobre, a Castel San Pietro Romano si è svolta la presentazione del volume di Luigi Casciotti “Gli Acquedotti di Praeneste. Nuove ipotesi sul tempio della Fortuna Primigenia” importante sintesi dei tanti studi compiuti nella zona di Palestrina e dintorni dall’autore e dalla nostra associazione. La presentazione ha visto la gradita presenza del Sindaco di Castel San Pietro Romano, Dario Fiasco.

Nel viterbese, in loc. Sant’Angelo (Vallerano) è stato rilevato un cunicolo idraulico ed alcuni ipogei limitrofi all’insediamento rupestre religioso descritto dalla Raspi Serra nel 1976 (CA497LaVT – CA498LaVT). In località Basso della Campana (Soriano nel Cimino) rilevato un ipogeo di probabile origine etrusca (CA493LaVT).

Insieme agli amici speleosubacquei di Asso sono stati studiati e rilevati i cunicoli idraulici del Palazzo Farnese di Caprarola (CA495LaVT – CA496LaVT) ed un’imponente opera di drenaggio a Soriano nel Cimino (in fase di ulteriore verifica ed acquisizione dati).

In Sabina, insieme a Cristiano Ranieri e al Gruppo Archeologico Speleologico Vespertilio, abbiamo completato lo studio dell’acquedotto di Catino – Poggio Catino (CA460LaRI) presentato in maggio al Convegno di Casperia, individuato e parzialmente rilevato il probabile acquedotto a servizio di Forum Novum (Vescovio) (CA502LaRI – CA494LaRI) ed altre strutture religiose e di sepoltura in fase di studio e successivo accatastamento.

Con i colleghi della Asso abbiamo condotto invece lo studio e la documentazione della Cisterna di Fosso Campaone a Torri in Sabina (CA501LaRI).

In luglio abbiamo preso parte, con altri circa sessanta delegati italiani, al 16° Congresso Internazionale di Speleologia svolto a Brno (Repubblica Ceca), presentando con colleghi di altri gruppi un contributo dal titolo Classification of Artificial Cavities: a first contribution by the UIS Commission nella sessione Speleological Research and Activities in Artificial Underground. L’occasione ci ha consentito anche di effettuare la visita ad alcune sotterranei della zona, come le casematte dello Spielberg e la cripta dei cappuccini a Brno.

In maggio e novembre abbiamo preso parte alle riunioni della Commissione Nazionale Cavità Artificiali della SSI, della quale facciamo parte, a Montecatini Val di Cecina (Pisa) e Casola Valsenio (Ravenna). Alla fine di Novembre abbiamo partecipato al Convegno di speleologia in cavità artificiali “L’Umbria in Ombra” organizzato a Todi (Perugia).

Altrettanto importanti gli obiettivi raggiunti nel 2013 da Hypogea – Federazione Gruppi Speleologici del Lazio per le cavità artificiali, della quale facciamo parte.

In agosto è partito il Progetto Albanus” piano triennale di studi dedicato alla memoria di Vittorio Castellani e finalizzato alla completa documentazione dell’antico emissario Albano, che sarà svolto in stretta collaborazione fra Hypogea, Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio, Parco dei Castelli Romani e Comune di Castel Gandolfo. Il quotidiano Il Messaggero ed il mensile Archeo, in due contributi rispettivamente a firma Stefano Ardito e Andrea De Pascale, hanno dato ampio risalto alla importante campagna esplorativa ed ai suoi obiettivi.

In settembre, aderendo alla sezione speleologica della manifestazione Puliamo il Mondo, denominata Puliamo il Buio e coordinata dalla Società Speleologica Italiana, i tecnici e ricercatori afferenti ai gruppi di Hypogea, fra i quali il nostro,  hanno effettuato insieme agli operatori del Parco dei Castelli Romani la pulizia straordinaria del’incile dell’emissario Albano. L’iniziativa è stata ripresa dal TG2.

In ottobre Hypogea ha ottenuto il nulla osta della Società Speleologica Italiana per l’affidamento (conservazione, gestione ed implementazione) del Catasto delle Cavità Artificiali del Lazio, parte integrante del Catasto Nazionale CA, confermando Curatore Regionale l’ing. Giulio Cappa che sarà affiancato dal nostro Carlo Germani, già compilatore per il Lazio del Catasto Nazionale CA SSI. In dicembre Carlo Germani e Carla Galeazzi hanno organizzato il primo incontro formativo presso la sede di Roma Sotterranea.

Fervono anche i preparativi per il Congresso Internazionale Hypogea 2015, organizzato e promosso dalla Federazione Hypogea, che si svolgerà a Roma nel marzo 2015 sotto l’egida della International Union of Speleology – Commission of Speleology in Artificial Cavities e Società Speleologica Italiana – Commissione Nazionale Cavità Artificiali e che ci impegnerà tutti per tutto il 2014.

Stanchi ma soddisfatti, auguriamo a tutti i nostri lettori e ai nostri compagni di avventure speleologiche uno strepitoso 2014!

Il primo che finì l’aspra salita

Lo compose di roccia disgregata

Vennero gli altri a rinnovar l’ardita

Conquista, e in lui trovarono coi nomi

Dei primi vittoriosi la gran data

Del giorno in cui gli ostacoli fur domi.

(Paolo Ghiringhelli, Armonie Montane, 1911)

 

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Gli Acquedotti dell’antica Praeneste. Nuova pubblicazione.

Ad un decennio di distanza esce il secondo volume di Luigi Casciotti (http://www.speleology.it/soci.html) intitolato “Gli Acquedotti di Preneste. Nuove ipotesi sul Tempio della Fortuna Primigenia”.

L’investigazione della zona (Palestrina, Roma) iniziata molti anni fa per semplice passione, si è concretizzata in accurata ricerca soltanto negli ultimi anni, in particolare dopo la pubblicazione del volume dedicato a “L’Antico Acquedotto delle Cannucceta”, edita come supplemento alla rivista Opera Ipogea 3/2001, realizzata in stretta collaborazione con Vittorio Castellani – guida maestra di condivise avventure sotterranee – e con tutti i ricercatori del Centro Ricerche Sotterranee Egeria. Per una sorta di continuità ideale con il passato anche questo nuovo sforzo editoriale esce come supplemento alla rivista Opera Ipogea.

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