RSS

Archivi categoria: Insediamenti

Antico sbarramento sul Rio della Tenuta vicino Ponte di Ponte (Corchiano, Viterbo)

Dopo l’imponente sbarramento sul Fosso delle Pastine, simile ad una diga ad arco che manteneva stabili i terreni agricoli a monte, (vedi https://speleology.wordpress.com/2015/10/01/antico-sbarramento-corchiano-gallese/), abbiamo rintracciato una struttura analoga, già nota in letteratura e situata circa 800 metri a NNO, su un fosso diverso e parallelo: il Rio della Tenuta. Anche in questo caso siamo di fronte ad uno sbarramento alto circa 9 metri destinato al contenimento dei terreni soprastanti e formato da blocchi tufacei di circa 1,5×0,5×0,5 metri posti sia di fianco che di testa.

A differenza del primo sbarramento non vi è traccia di cunicoli di alleggerimento e il muro si presenta angolato di alcuni gradi verso monte. L’inclinazione è ottenuta con un leggero sfalsamento dei grandi blocchi, che non si sovrappongono perfettamente ma risultano disassati di una decina di centimetri a partire dalla base. Lo sfalsamento si riduce progressivamente in altezza, fino a raggiungere la perfetta sovrapposizione nelle ultime file al coronamento. Il grande muro interrompe e si sovrappone ad una precedente via a gradini che dal fosso saliva al pianoro soprastante.

A differenza dello sbarramento di Fosso Pastine, nelle cui immediate vicinanze non sono note altre strutture complesse, in questo caso ci troviamo a breve distanza da un grande insediamento rupestre, da alcune tombe e dalla struttura nota come Ponte di Ponte, dove un ponte-acquedotto protetto da un imponente cunicolo portava l’acqua da un lato all’altro della stessa profonda forra.

L’insediamento si trova esattamente a margine del terreno agricolo controllato dallo sbarramento prima descritto, su un crinale che presenta ipogei sia sul lato verso il pianoro che sul lato a strapiombo sul Rio della Tenuta. Dall’estremità dell’insediamento si può scendere nella forra attraverso un’ampia strada tagliata nella roccia e ancora praticabile, pur se interessata da alcuni crolli. La struttura dell’acquedotto di Ponte di Ponte è del tutto compatibile con lo sbarramento sul Rio tenuta ed è molto probabile che galleria, muraglione, tombe ed insediamento fossero fra loro correlati.

Poco più a valle abbiamo scoperto un’ampia cavità di origine naturale (prodotta probabilmente dalle anse del torrente) che reca molteplici ed evidenti tracce di scavi e riadattamenti antropici.

Testo e immagini  ©Carlo Germani – Archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee

 

Tag: , , , , ,

Cunicoli a servizio di un antico sbarramento nei pressi del Fosso delle Pastine (Viterbo)

Nel territorio compreso fra le cittadine di Gallese e Corchiano, in provincia di Viterbo, sono note numerose opere idrauliche di epoca falisca e romana realizzate per il controllo dei fossi che tracciano profondi solchi nei pianori di origine vulcanica che digradano verso il Tevere. Si tratta di sbarramenti destinati alla protezione di ponti, alla raccolta di acque destinate all’irrigazione, al funzionamento di opifici, al contenimento dei terreni a monte. Uno di questi, particolarmente imponente e ben conservato, è stato rintracciato da Tullio Dobosz. E’ visibile in una vallecola sulla sinistra del Fosso delle Pastine, che si raggiunge attraverso un sentiero a gradini profondamente intagliato nella roccia e in gran parte approfondito e deformato dallo scorrimento delle acque piovane che vi si incanalano.

Si tratta di un’opera di sbarramento ad arco, costituita da blocchi di tufo 50 x 50 cm x 1 metro circa posti di testa. Sono ancora in situ 15 file integre, mentre le file al coronamento (almeno tre) si presentano danneggiate, con i blocchi in parte crollati e visibili alla base della diga. In origine l’altezza complessiva dell’opera superava dunque i 9 metri.

L'imponente opera di sbarramento ad arco. Foto Carlo Germani archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee

La struttura, fortemente arcuata, scarica la pressione dell’acqua e della massa terrosa retrostante su uno scalino realizzato nel banco roccioso. Un cunicolo alla base dello sbarramento, qualche metro sulla sinistra idrografica, si spinge con due diramazioni nella roccia retrostante. Una prima diramazione (vedi rilievo) è chiusa da grossi blocchi apparentemente dello stesso tipo di quelli utilizzati nella costruzione dello sbarramento.

Copyright Egeria CRS

Date le dimensioni, i blocchi non sono stati apposti facendoli passare attraverso lo stretto cunicolo sotterraneo ma devono essere stati posti in opera dall’esterno, prima che la parte retrostante lo sbarramento si riempisse di terra. Probabilmente questa diramazione fu realizzata per deviare il fosso preesistente e consentire la costruzione dello sbarramento. Una volta esaurita la sua funzione fu chiuso ed abbandonato. è interessante notare, però, che ancora oggi il condotto contribuisce ad alleggerire la pressione della massa terrosa retrostante lo sbarramento lasciando filtrare una certa quantità d’acqua.

Il secondo ramo del cunicolo termina invece alla base in un pozzo che risulta ostruito da massi e quindi di altezza non determinabile. Possiamo ipotizzare che fosse destinato ad incanalare in qualche modo le acque superficiali, per evitare che queste erodessero la parte superiore dello sbarramento.

In letteratura l’opera è datata alla prima occupazione romana del territorio falisco, nel III secolo a.C., ed è indicata come “serra” destinata al solo contenimento dei terreni retrostanti – funzione ancora oggi svolta – ma non si può escludere che in origine potesse essere funzionale anche alla formazione di un piccolo bacino idrico del quale i due rami del cunicolo rappresentavano lo scarico di fondo e il “troppo pieno”.

Nella zona (in località Colli di Musate) abbiamo notato e documentato anche un interessante ipogeo di probabile epoca etrusca oggi destinato a rimessa per attrezzi agricoli.

di Carlo Germani ©Archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee

Bibliografia – Quilici Gigli S., 1993, Segni e testimonianze dell’antico paesaggio agrario nel territorio falisco. In Studies in the History of Art, vol. 43, Symposium Papers XXII: Eius Virtutis Studiosi: Classical and Postclassical Studies in Memory of Frank Edward Brown, National Gallery of Art, 1993, pp. 51-61.

 

Tag: , , , , , , , , , ,

Analogie fra gli insediamenti rupestri della Tuscia (Alto Lazio, Italia) e della Cappadocia (Turchia)

Piccionaie della Tuscia

La Cappadocia, si sa, rappresenta l’Eden per chi si occupa di speleologia in cavità artificiali. Intere città ricavate in un’unica rupe tufacea, chiese affrescate, cenobi scavati lungo le valli alle pendici di antichi vulcani, colombaie ed apiari rupestri, abitazioni ipogee. E ancora opere di drenaggio a protezione di terrazzamenti, cisterne, cunicoli. Un paesaggio di indiscutibile bellezza e fragilità (non a caso dichiarato patrimonio UNESCO) che presenta innumerevoli analogie con la Tuscia dove intorno al IX – X secolo dopo Cristo, più o meno nello stesso periodo della civiltà rupestre cappadoce, si sviluppò un analogo fenomeno di religiosità cristiana che ci ha lasciato in eredità eremi e monasteri scavati nel tufo ed ornati da pitture. Il parallelo Cappadocia-Tuscia non è nuovo: alcuni anni fa una equipe dell’Università della Tuscia condotta dalla Dottoressa Andaloro intraprese un lungo ed interessante progetto di studi sulle due realtà storiche ed artistiche, coronato da una mostra fotografica tenuta nel 2009.

Sepolture rupestri della “Valle Nascosta” di Karlik ©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

A nostra volta, dopo innumerevoli campagne speleologiche condotte in Cappadocia (vedi anche https://speleology.wordpress.com/2014/08/31/karlik-cappadocia-insediamento-rupestre/), ci è parso interessante rivisitare alcuni insediamenti del viterbese. La verifica ci ha consentito di rintracciarne altri, ancora sconosciuti, e di effettuare nuovi parallelismi tra le due realtà che, pur geograficamente distanti appaiono molto simili.La ricerca non è complessa. Basti considerare che le pareti delle vallate attorno a Vallerano e ad altri borghi della Tuscia sono letteralmente “crivellate” di strutture ipogee.

Dislocazione degli ipogei rivisitati

Il tufo in cui sono scavati gli insediamenti della Tuscia è però diverso da quello di Cappadocia. Compatto e piuttosto resistente il primo, di colore chiaro, friabile e poco resistente il secondo. Nel primo si conservano ancora strutture ipogee romane ed etrusche, ben più antiche del IX-X secolo, nel secondo difficilmente si sono conservate strutture preesistenti. La ricerca si è concentrata sugli insediamenti più noti: San Lorenzo, Grotta Sant’Angelo, San Leonardo e San Salvatore.

Il primo, San Lorenzo, è situato al confine con il comune di Vignanello. È costituito da numerosi ambienti raccolti in piccoli nuclei, disposti su più livelli su un ampio fronte. Si notano magazzini, ricoveri per animali, abitazioni, forni e cappelle. In una delle cavità si conservano labili tracce di affreschi.

Grotta S. Angelo si trova due Km a sud di Vallerano ed è attualmente irraggiungibile. Era costituita da un grande ambiente affiancato a piccoli ricoveri. Gli affreschi segnalati da Calosso (Calosso, 1907) non ci sono più, probabilmente asportati abusivamente (Raspi Serra, 1976).

Cavità ad ovest di Grotta S. Angelo©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Qualche centinaio di metri ad ovest di Grotta S. Angelo abbiamo però ritrovato una cavità in precario stato di conservazione, caratterizzata da una grande croce sulla parete di fondo, un piccolo ricovero e i resti di una colombaia. Il che ci fa presumere che l’insediamento fosse molto più esteso rispetto a quanto oggi ritenuto. Nelle immediate vicinanze, si trova ancora una fonte alimentata da un lungo cunicolo di captazione.

Rilievo topografico cavità ad ovest di Grotta S. Angelo©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Cunicolo di captazione della fonte di Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

San Leonardo è un insediamento monastico, forse benedettino, datato al XII – XIII secolo. Sorgeva su un promontorio tufaceo, nel quale fu scavato, è molto articolato e sviluppato su vari livelli raccordati da brevi tratti di scale. Varie campagne di scavo ne hanno messo in luce gli aspetti notevoli. Si trattava di un insediamento autosufficiente, dotato di cappelle, abitazioni, depositi. Nelle vicinanze del nucleo abitativo non abbiamo notato altre strutture ipogee.

San Leonardo a Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Della grotta di San Salvatore, dopo una serie di distacchi importanti della parete rocciosa avvenuti a fine ‘800 e purtroppo ripresi anche pochi anni fa, rimane solo un riparo sotto roccia affacciato sul Fosso di Puliano. Sono ancora visibili (ma per quanto?) resti di affreschi del IX – X secolo che, anche se molto degradati ed evidentemente a rischio, appaiono di ottima fattura e veramente degni di interesse. La “grotta” è quanto rimane di cenobio benedettino che si sviluppava su almeno due livelli.

San Salvatore a Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

San Salvatore a Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Anche in questo caso non abbiamo notato ipogei nelle immediate vicinanze, ma potrebbero essere stati obliterati dai crolli della parete rocciosa. Per raggiungere la Grotta di San Salvatore, partendo da Vallerano, si attraversa il profondo vallone a nord dell’abitato sul cui fondo scorre il Rio Ferriera. Questo è delimitato da alte falesie tufacee traforate da strutture rupestri in gran parte abbandonate e spesso nascoste dalla vegetazione.

Il toponimo “ferriera” ricorda la presenza di antichi opifici lungo il corso del torrente: sono ancora visibili strutture ormai dirute in corrispondenza di due piccole cascate e alcuni resti di canalizzazioni. La maggior parte delle “grotte” sono note localmente con nomi che ne richiamano la forma o la funzione: i “quadratini” sono le file di nicchie sulle pareti delle colombaie, le “finestre” grandi aperture che si affacciano sulla vallata.

Gli ipogei iniziano già dall’abitato di Vallerano e molte di questi sono tutt’ora in uso come magazzino, cantine e depositi. Man mano che ci si allontana dal borgo, lungo il versante sud del vallone, gli ipogei appaiono progressivamente più trascurati, fino a che una serie di crolli della falesia ne interrompono la continuità. Abbiamo visitato e rilevato una dozzina di strutture, ma molte sono state tralasciate perché scarsamente rilevanti o irraggiungibili senza un adeguato intervento di ridimensionamento della vegetazione spontanea. Su questo lato della valle non sono presenti terrazzamenti agricoli e tutte le cavità sembrano destinate alla conservazione di beni. Spesso appare anche evidente una continuità d’uso fino a tempi molto recenti, cosa che rende estremamente difficoltosa la datazione.

Una delle cavità più grandi presenta, oltre ad alcune strutture murarie di protezione verso l’esterno, un’ampia cisterna sottostante alimentata da cunicoli. La conserva d’acqua è raggiungibile anche dall’interno dell’ipogeo tramite un pozzetto. Difficile ipotizzare la destinazione d’uso della struttura: probabilmente si tratta di un ricovero per animali ma non si può escludere un utilizzo antropico o perfino cultuale.

La cisterna Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

La serie delle cavità termina nella grande struttura nota localmente come “I finestroni”, ampie ed irraggiungibili aperture affacciate sulla vallata. Costituita da vari ipogei raccordati fra loro da un lungo corridoio, presenta un unico (e ben difendibile) ingresso dal lato E.

“I finestroni” Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

“I finestroni” Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

F:Vallerano552 Finestroni ValleranoFinestroni Vallerano Mode

Rilievo topografico “I finestroni” Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Sul lato nord del vallone, peraltro strutturalmente molto vicino al cenobio di San Salvatore prima descritto, si trovano altri ipogei tra cui una cisterna. Tutti sono chiaramente legati ai terrazzamenti agricoli. Su entrambi i versanti sono presenti colombaie (per i locali noti come “I quadratini”) in posizione decentrata rispetto ai nuclei abitativi e alle terrazze coltivabili.

“I quadratini” vicini al Cenobio di San Salvatore©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Rilievo topografico “I quadratini” vicini al Cenobio di San Salvatore©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Rilievo topografico “I quadratini” (versante opposto a precedente) Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Allo stato delle ricognizioni, nella Tuscia non sono emerse opere idrauliche di drenaggio a difesa delle zone agricole, molto comuni invece in Cappadocia, mentre i raggruppamenti di chiese, magazzini, cisterne e piccionaie risultano comuni ad entrambi i siti. A titolo di esempio riportiamo lo schema di un piccolo insediamento da noi rilevato nel 2001 nella Valle dell’Arco Oscuro (Cappadocia), circa due km a NE di Uchisar. Anche qui, attorno ad alcuni terrazzi agricoli ormai abbandonati, sono raggruppate una cappella con tracce di pitture, un magazzino, un ricovero e, appena più decentrata, una piccionaia ricavata in un “camino delle fate”.

Cappadocia Valle dell’Arco Oscuro. Foto Archivio Egeria CRS

Cappadocia, insediamento Valle dell’Arco Oscuro©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Cappadocia, insediamento Valle dell’Arco Oscuro

Copyright: contributo di Carlo Germani; testi, immagini ed elaborati grafici ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee. La riproduzione di testi, immagini ed elaborati grafici è vietata in assenza di autorizzazione espressamente richiesta ed esplicitamente concessa.

Bibliografia di riferimento

Andaloro M., a cura di, 2009, Terra di roccia e pittura. La Cappadocia e il Lazio rupestre. Gangemi Ed., Roma.

Calosso Bertini A., 1907, Gli affreschi della Grotta del Salvatore presso Vallerano. In Arch. Società Romana di Storia Patria, XXX, 1907, pp. 184-241.

Falconi L., Spizzichino D., Margottini C., Delmonaco G., Corradini A., 2005, La stabilità geologica della parete rocciosa contenente l’insediamento rupestre e gli affreschi romanici del S.S. Salvatore (Vallerano-VT). ENEA, in rete, http://www.afs.enea.it/protprev/www/index.htm (marzo 2016).

Felici A., Cappa G., 1992, Santuari rupestri in provincia di Viterbo. Informazioni, semestrale del ccbc della Provincia di Viterbo, Nuova serie – Anno I, n. 7, Luglio – Dicembre 1992, pp. 120-127.

Raspi Serra J., 1976, Insediamenti rupestri religiosi nella Tuscia. In Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes, tome 88, n°1, 1976, pp. 27-156.

Zucconi L. et alii, 2012, Biodeterioration agents dwelling in or on the wall paintings of the Holy Saviour’s cave (Vallerano, Italy). International Biodeterioration & Biodegradation, Volume 70, May 2012, Pages 40-46.

16 cisterna 1

Cisterna vicina al Cenobio di San Salvatore©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

 

Tag: , , , , ,

Cappadocia (Turchia): l’insediamento rupestre di Karlik

Di Carla Galeazzi1,2 e Carlo Germani1,2

1Egeria Centro Ricerche Sotterranee; 2Commissione Nazionale Cavità Artificiali SSI

La regione della Cappadocia, nella Turchia centrale, offre paesaggi spettacolari noti in tutto il mondo, caratterizzati da particolari conformazioni geologiche scavate nel corso dei millenni per ricavare singole abitazioni o intere città sotterranee, colombaie, sistemi difensivi e opere di culto fra le quali innumerevoli chiese affrescate. Nel tempo Ittiti, Persiani, Romani, Bizantini, Ottomani e Turchi hanno governato questa regione dell’Anatolia centrale.

La Cappadocia comprende le città di Nevşehir, Ürgüp, Avanos, le valli di Zelve ed Ihlara (Peristrema), i siti di Uçhisar, Karain, Karlik, Yesiloz, Soganli e le città sotterranee di Kaymaklı e Derinkuyu. Karlik, nel distretto di Ürgüp, è situato sulla riva sinistra del fiume Derebag, affluente del  Kizilirmak, fra gli abitati di Karain e Yesiloz, 25 km a SE di Nevşehir.

Il piccolo abitato è sovrastato da una imponente falesia tufacea che, anche da lontano, appare intensamente antropizzata. Innumerevoli sono le aperture nella roccia che evidenziano gli accessi ad ipogei che hanno ospitato nel lontano passato gli abitanti della zona, le loro case, le loro chiese e, ancora oggi, le greggi. Una strada sterrata, la cui realizzazione ha comportato l’obliterazione di molte strutture ipogee, parte dal piccolo cimitero di Karlik e con un percorso sinuoso porta dall’abitato odierno alla sommità dell’altopiano, dove sono ancora concentrate molte attività pastorali ed agricole.

Lo studio interdisciplinare condotto nel 2002 da Carlo Germani e Carla Galeazzi (Centro Ricerche Sotterranee EGERIA), Fabio Redi (Università di Pisa), Ezio Burri (Università dell’Aquila), Elena Di Labio e Nerio Leonori (Ass. La Stalattite Eccentrica) ha evidenziato come le strutture ipogee di Karlik siano pienamente in linea con le tante indagate in altre aree della regione da speleologi nel corso degli ultimi trenta anni.

Anche nella zona di Karlik si è riscontrata l’esistenza di accorgimenti difensivi a protezione delle abitazioni e delle strutture produttive, diffusamente riscontrati in tutta la regione cappadoce. Ciò che invece rende del tutto particolare questo abitato è la sua posizione esposta e relativamente difficile da proteggere da attacchi provenienti dall’esterno. Per questo gli antichi abitanti altomedievali adottarono una configurazione difensiva diversa dal consueto, con una sorta di inversione della struttura.

L’antica Karlik rappresenta infatti un raro esempio di villaggio “all’inverso”, con le zone produttive situate alla sommità e non alla base dell’insediamento, seguite – a scendere – dalla zona abitativa, di culto e stoccaggio delle riserve alimentari e, infine, da quella commerciale, adibita allo scambio di prodotti con gli abitanti delle zone vicine. Gli ingressi alle strutture abitative erano in gran parte localizzati alla sommità del pianoro da dove, probabilmente con scale in legno, si scendeva nel cuore della montagna verso gli ambienti di conservazione delle derrate alimentari, le abitazioni, i luoghi di culto. Le finestre verso valle erano protette dalla loro stessa altezza o da grosse pietre – macina, i passaggi attraverso la falesia più alta erano poco visibili e protetti da “posti di guardia” scavati nella roccia.

Per semplificare l’individuazione degli ipogei, abbiamo a suo tempo suddiviso l’area in quattro fasce, dal basso salendo verso l’altopiano.

Fascia bassa. Corrisponde all’attuale abitato della città di Karlik. Le strutture ipogee presenti sono ancora in gran parte utilizzate dagli abitanti del villaggio e pertanto di difficile accesso. Abbiamo notato vari ovili (uno dei quali ricavato in una chiesa rupestre) e una cisterna ancora collegata, all’epoca dello studio, ad una serie di canali di irrigazione.

L

Fascia intermedia. Nel 2002 presentava traccia di recenti coltivazioni a terrazza. Si sviluppa da SW a NE a partire dal tornante della strada sterrata, fino ad un ampio ghiaione. È caratterizzata da numerosi ipogei molto danneggiati e da due complesse ed interessanti strutture rupestri.

Fascia alta.  Lungo questa bellissima e lunghissima falesia alta dai 15 ai 25 metri si sviluppava la città sotterranea vera e propria, come testimoniano le tante finestre che si affacciano sulla vallata. Purtroppo l’accesso ai vari ambienti (che avveniva dal pianoro sommitale) è in larga parte impedito dai crolli che ne hanno obliterato gli ingressi rendendo molto difficoltosa l’esplorazione.

L’accesso al pianoro sommitale era assicurato da scale intagliate nella roccia, poco visibili dal basso, che consentivano il passaggio di una sola persona per volta e fiancheggiate da ipogei (ora diruti) realizzati in modo tale da poterne controllarne l’accesso.

Pianoro sommitale. L’altopiano che sovrasta Karlik era ancora utilizzato, nel 2002, per coltivare grano ed altri prodotti. Sull’area sommitale erano ancora visibili ampie aree di cattura delle acque piovane, cisterne e canalizzazioni per il trasporto dell’acqua.  In prossimità di una grande cisterna erano ben visibili le tracce lasciate dal passaggio di carri. Nel corso dei secoli le cisterne e le aree di raccolta acqua sono state abbandonate e quindi riutilizzate come stalle ed ovili, come testimoniano vari muretti a secco. Sullo stesso pianoro sono state notate tombe a fossa.

L’esplorazione speleologica, pur analizzando ogni evidenza sul territorio, si è concentrata prevalentemente nelle due falesie corrispondenti alle fasce intermedia e alta, mentre all’altopiano è stata dedicata solo una giornata di ricognizione. L’indagine, sia pur parziale, ci ha permesso di acquisire la documentazione fotografica e topografica di molti ipogei, che sono stati codificati e censiti per ricostruire le diverse fasi di utilizzo dell’insediamento rupestre. Nella zona sono in programma nuove esplorazioni da parte della nostra associazione in collaborazione con colleghi della Commissione Nazionale Cavità Artificiali SSI, che consentiranno di acquisire dati completi sull’insediamento.

Bibliografia Burri E., Germani C., Malandra C., Redi F., 2002, L’insediamento sotterraneo di Karlik in Cappadocia (Distretto di Urgup – Provincia di Nevsehir – Turchia). In Archeologia medievale, XXIX – 2002, pp. 355-369.

 
1 Commento

Pubblicato da su 31 agosto 2014 in Cavità artificiali, Insediamenti

 

Tag: , , , , , ,

Grotta Rottezia, il Beato Lupo e la Sedia del Papa (Soriano, Viterbo, Lazio).

È una bella giornata di dicembre. Fa freddo ma il sole promette di fare il suo, almeno nelle ore centrali della giornata. È molto presto, come sempre in inverno quando le ore di luce sono troppo poche rispetto alla nostra voglia di vedere e di scoprire. Superato l’abitato di Soriano lasciamo le macchine e ci incamminiamo in direzione sud-ovest nella selva cimina.

Luogo tetro, impenetrabile ed invalicabile per i Romani, che a noi sembra bellissimo. È bellissimo. Le foglie secche, gelate nella notte, frusciano sotto i piedi. È il solo rumore che si sente. Seguiamo il viale per due chilometri fino a un’altitudine di circa seicento metri, alla nostra destra compare la chiesetta dell’eremo della S.S. Trinità recentemente oggetto di restauro di consolidamento.

Foto sopra: la Chiesa nei primi anni del ‘900. Da Giannini P. (op. cit.). Foto Archivio Valentino D’Arcangeli.

A sinistra una parete tufacea, alta circa 30 metri, fratturata in più punti e con distacchi che hanno creato anfratti, piccole cavità e rifugi. Dalla parete rocciosa sgorga una piccola sorgente che alimenta un fontanile di campagna.Il bisogno di acqua è evidente anche nella canalina scavata nella roccia, che permetteva di catturare e convogliare verso il fontanile persino il liquido di percolazione. Un escamotage, questo, utilizzato in molte strutture insediative.

Proseguiamo in cerca della Grotta Rottezia (grottaccia) nella quale, narra la leggenda, sarebbe nascosta una chioccia con dodici pulcini d’oro. Chi entra per scoprire e asportare il tesoro muore di spavento in seguito al misterioso spegnimento delle torce… fortunatamente non usiamo più le lampade a carburo già da un po’.

La base della parete di tufo è completamente ricoperta dalle foglie, e sono tante le fratture “promettenti”  ma nessuna è l’ingresso alla grotta che stiamo cercando. Le battiamo avanti e indietro fino a notare un po’ di verde spiccare nel giallo. Sono edera e capelvenere. Segni inconfondibili che c’è dell’umidità da condensazione a sostenerle anche nei mesi di siccità. Smuoviamo le foglie e si apre l’imbocco della grotticella.

Scivoliamo dentro uno alla volta. Entro per ultima. Mentre striscio giù il piede tocca qualcosa di metallico. Lo aggancio con la caviglia e tiro: è un passeggino, anche abbastanza nuovo. Sandro si ricorda di aver notato un foglietto attaccato ad un sedile in pietra non lontano dalla chiesa. Sulla via del ritorno ce ne occuperemo.

La grotta è piccolina, artificiale, scavata, con un sedile ricavato nel banco roccioso. La rileviamo e la fotografiamo, poi riprendiamo il sentiero.

A poca distanza un gruppo di imponenti blocchi di roccia formano una sorta di piramide naturale nota come il “Sasso del Beato Lupo”.

Proviamo a metterci nei panni dell’eremita. Non doveva essere una vita facile: la tramontana si incanala fra i massi e soffia gelida, il culmine della piramide presenta effettivamente un piccolo incavo naturale, formato probabilmente per erosione, nel quale un uomo può stare a stento in posizione supina, inginocchiato o seduto. Il Beato Lupo Franchini vissuto fra il XIII e XIV secolo, era originario di Corviano e apparteneva all’Ordine Agostiniano. Il luogo, nel corso del tempo, ha effettivamente assunto anche la denominazione di “Grotta di Sant’Agostino”, collegandolo all’Ordine che per certo aveva fatto edificare anche la chiesetta della Trinità, già nota alle fonti come eremitaggio a partire dal 1275.

Ci rimettiamo in cammino per raggiungere la “Sedia del Papa”, dove arriviamo circa quaranta minuti dopo. È un bel picco di roccia, attrezzato con una struttura in legno che permette l’affaccio sulle vallate circostanti. Ringraziamo Tullio Dobosz, profondo conoscitore dei luoghi legati agli insediamenti eremitici del Lazio ed Abruzzo, per averci fatto conoscere anche questo, incantevole. Le ore di luce cominciano a scarseggiare e dobbiamo rientrare, la passeggiata in discesa per arrivare fin qui si presenta ora con una ripida salita.

Rientrando sviluppiamo qualche ipotesi sul luogo e ci convinciamo che tutte le strutture visitate facessero parte di un unico complesso monastico: la piccola chiesa, il fontanile, il luogo di preghiera del Beato Lupo che favoriva l’isolamento e l’ascesi e la “grottaccia”, usata forse come rifugio o per conservare alcune derrate alimentari di prima sussistenza. Le residuali tracce sul terreno non restituiscono evidenze di spazi destinati a coltivativo, dal che è possibile supporre che la piccola comunità monastica rientrasse fra quelle che vivevano in povertà, attraverso la beneficenza che veniva loro elargita. Unico elemento certo è la diffusa religiosità che permea tutto il luogo.

Arrivati in prossimità della chiesa ritroviamo il foglietto. Dice: “abbiamo perso un passeggino, se qualcuno lo trova puo telefonarci a questo numero…”. Mandiamo un sms per segnalare il ritrovamento e ci rispondono dopo due giorni, ringraziandoci. Non scopriremo mai come e perché sia finito dentro alla grotta.

Grotta Rottezia è una cavità artificiale, censita al Catasto Nazionale delle Cavità Artificiali (data base speleologico articolato su base regionale) con il numero CA448LaVT. L’imbocco della cavità è stata recentemente oggetto di importanti distacchi  e pertanto la grotta non è più accessibile. Tutta l’area rientra nella proprietà della Soc. I.M.A. Immobiliare Mura Aurelie Srl Comune di Soriano nel Cimino (VT) e ne è vietato l’accesso in assenza di autorizzazione.

L’area è attualmente oggetto di un interessante progetto didattico SCARICA QUI LA BROCHURE IN PDF Soriano Bosco Didattico brochure
Lo studio della Grotta Rottezia da parte della nostra Associazione risale al Dicembre 2008/Gennaio 2009. Questo articolo è la revisione del precedente, pubblicato nell’aprile 2012.

Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

Fonti bibliografiche

Benedetti E., Soriano nel Cimino, in Campo de’ Fiori, periodico sociale di Arte, Cultura, Attualità edito dall’Associazione Accademia Internazionale d’Italia, n. XXXVII.

D’Arcangeli V., Monumenti archeologici ed artistici del territorio di Soriano nel Cimino e delle zone limitrofe, 1967, “La Commerciale” di Camilli & Sora, Soriano nel Cimino, Viterbo.

D’Arcangeli V., Soriano nel Cimino, nella storia e nell’arte, 1981, a cura dell’Associazione Pro-Soriano.

Giannini P., L’amore per la solitudine del cardinale Egidio Antonini ed il Convento della SS. Trinità in Soriano.

Menichino G., Sensazioni uniche, Alto Lazio, Etruria misteriosa, escursionismo nella Tuscia viterbese. Club Alpino Italiano Sezione di Viterbo.

Torelli L., Secoli Agostiniani, Tomo Sesto, Google Books.

 

 

 

Tag: , , , , , , , , , , , , , , , ,

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: