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Archivi categoria: Eremi rupestri

Analogie fra gli insediamenti rupestri della Tuscia (Alto Lazio, Italia) e della Cappadocia (Turchia)

Piccionaie della Tuscia

La Cappadocia, si sa, rappresenta l’Eden per chi si occupa di speleologia in cavità artificiali. Intere città ricavate in un’unica rupe tufacea, chiese affrescate, cenobi scavati lungo le valli alle pendici di antichi vulcani, colombaie ed apiari rupestri, abitazioni ipogee. E ancora opere di drenaggio a protezione di terrazzamenti, cisterne, cunicoli. Un paesaggio di indiscutibile bellezza e fragilità (non a caso dichiarato patrimonio UNESCO) che presenta innumerevoli analogie con la Tuscia dove intorno al IX – X secolo dopo Cristo, più o meno nello stesso periodo della civiltà rupestre cappadoce, si sviluppò un analogo fenomeno di religiosità cristiana che ci ha lasciato in eredità eremi e monasteri scavati nel tufo ed ornati da pitture. Il parallelo Cappadocia-Tuscia non è nuovo: alcuni anni fa una equipe dell’Università della Tuscia condotta dalla Dottoressa Andaloro intraprese un lungo ed interessante progetto di studi sulle due realtà storiche ed artistiche, coronato da una mostra fotografica tenuta nel 2009.

Sepolture rupestri della “Valle Nascosta” di Karlik ©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

A nostra volta, dopo innumerevoli campagne speleologiche condotte in Cappadocia (vedi anche https://speleology.wordpress.com/2014/08/31/karlik-cappadocia-insediamento-rupestre/), ci è parso interessante rivisitare alcuni insediamenti del viterbese. La verifica ci ha consentito di rintracciarne altri, ancora sconosciuti, e di effettuare nuovi parallelismi tra le due realtà che, pur geograficamente distanti appaiono molto simili.La ricerca non è complessa. Basti considerare che le pareti delle vallate attorno a Vallerano e ad altri borghi della Tuscia sono letteralmente “crivellate” di strutture ipogee.

Dislocazione degli ipogei rivisitati

Il tufo in cui sono scavati gli insediamenti della Tuscia è però diverso da quello di Cappadocia. Compatto e piuttosto resistente il primo, di colore chiaro, friabile e poco resistente il secondo. Nel primo si conservano ancora strutture ipogee romane ed etrusche, ben più antiche del IX-X secolo, nel secondo difficilmente si sono conservate strutture preesistenti. La ricerca si è concentrata sugli insediamenti più noti: San Lorenzo, Grotta Sant’Angelo, San Leonardo e San Salvatore.

Il primo, San Lorenzo, è situato al confine con il comune di Vignanello. È costituito da numerosi ambienti raccolti in piccoli nuclei, disposti su più livelli su un ampio fronte. Si notano magazzini, ricoveri per animali, abitazioni, forni e cappelle. In una delle cavità si conservano labili tracce di affreschi.

Grotta S. Angelo si trova due Km a sud di Vallerano ed è attualmente irraggiungibile. Era costituita da un grande ambiente affiancato a piccoli ricoveri. Gli affreschi segnalati da Calosso (Calosso, 1907) non ci sono più, probabilmente asportati abusivamente (Raspi Serra, 1976).

Cavità ad ovest di Grotta S. Angelo©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Qualche centinaio di metri ad ovest di Grotta S. Angelo abbiamo però ritrovato una cavità in precario stato di conservazione, caratterizzata da una grande croce sulla parete di fondo, un piccolo ricovero e i resti di una colombaia. Il che ci fa presumere che l’insediamento fosse molto più esteso rispetto a quanto oggi ritenuto. Nelle immediate vicinanze, si trova ancora una fonte alimentata da un lungo cunicolo di captazione.

Rilievo topografico cavità ad ovest di Grotta S. Angelo©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Cunicolo di captazione della fonte di Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

San Leonardo è un insediamento monastico, forse benedettino, datato al XII – XIII secolo. Sorgeva su un promontorio tufaceo, nel quale fu scavato, è molto articolato e sviluppato su vari livelli raccordati da brevi tratti di scale. Varie campagne di scavo ne hanno messo in luce gli aspetti notevoli. Si trattava di un insediamento autosufficiente, dotato di cappelle, abitazioni, depositi. Nelle vicinanze del nucleo abitativo non abbiamo notato altre strutture ipogee.

San Leonardo a Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Della grotta di San Salvatore, dopo una serie di distacchi importanti della parete rocciosa avvenuti a fine ‘800 e purtroppo ripresi anche pochi anni fa, rimane solo un riparo sotto roccia affacciato sul Fosso di Puliano. Sono ancora visibili (ma per quanto?) resti di affreschi del IX – X secolo che, anche se molto degradati ed evidentemente a rischio, appaiono di ottima fattura e veramente degni di interesse. La “grotta” è quanto rimane di cenobio benedettino che si sviluppava su almeno due livelli.

San Salvatore a Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

San Salvatore a Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Anche in questo caso non abbiamo notato ipogei nelle immediate vicinanze, ma potrebbero essere stati obliterati dai crolli della parete rocciosa. Per raggiungere la Grotta di San Salvatore, partendo da Vallerano, si attraversa il profondo vallone a nord dell’abitato sul cui fondo scorre il Rio Ferriera. Questo è delimitato da alte falesie tufacee traforate da strutture rupestri in gran parte abbandonate e spesso nascoste dalla vegetazione.

Il toponimo “ferriera” ricorda la presenza di antichi opifici lungo il corso del torrente: sono ancora visibili strutture ormai dirute in corrispondenza di due piccole cascate e alcuni resti di canalizzazioni. La maggior parte delle “grotte” sono note localmente con nomi che ne richiamano la forma o la funzione: i “quadratini” sono le file di nicchie sulle pareti delle colombaie, le “finestre” grandi aperture che si affacciano sulla vallata.

Gli ipogei iniziano già dall’abitato di Vallerano e molte di questi sono tutt’ora in uso come magazzino, cantine e depositi. Man mano che ci si allontana dal borgo, lungo il versante sud del vallone, gli ipogei appaiono progressivamente più trascurati, fino a che una serie di crolli della falesia ne interrompono la continuità. Abbiamo visitato e rilevato una dozzina di strutture, ma molte sono state tralasciate perché scarsamente rilevanti o irraggiungibili senza un adeguato intervento di ridimensionamento della vegetazione spontanea. Su questo lato della valle non sono presenti terrazzamenti agricoli e tutte le cavità sembrano destinate alla conservazione di beni. Spesso appare anche evidente una continuità d’uso fino a tempi molto recenti, cosa che rende estremamente difficoltosa la datazione.

Una delle cavità più grandi presenta, oltre ad alcune strutture murarie di protezione verso l’esterno, un’ampia cisterna sottostante alimentata da cunicoli. La conserva d’acqua è raggiungibile anche dall’interno dell’ipogeo tramite un pozzetto. Difficile ipotizzare la destinazione d’uso della struttura: probabilmente si tratta di un ricovero per animali ma non si può escludere un utilizzo antropico o perfino cultuale.

La cisterna Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

La serie delle cavità termina nella grande struttura nota localmente come “I finestroni”, ampie ed irraggiungibili aperture affacciate sulla vallata. Costituita da vari ipogei raccordati fra loro da un lungo corridoio, presenta un unico (e ben difendibile) ingresso dal lato E.

“I finestroni” Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

“I finestroni” Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

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Rilievo topografico “I finestroni” Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Sul lato nord del vallone, peraltro strutturalmente molto vicino al cenobio di San Salvatore prima descritto, si trovano altri ipogei tra cui una cisterna. Tutti sono chiaramente legati ai terrazzamenti agricoli. Su entrambi i versanti sono presenti colombaie (per i locali noti come “I quadratini”) in posizione decentrata rispetto ai nuclei abitativi e alle terrazze coltivabili.

“I quadratini” vicini al Cenobio di San Salvatore©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Rilievo topografico “I quadratini” vicini al Cenobio di San Salvatore©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Rilievo topografico “I quadratini” (versante opposto a precedente) Vallerano©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Allo stato delle ricognizioni, nella Tuscia non sono emerse opere idrauliche di drenaggio a difesa delle zone agricole, molto comuni invece in Cappadocia, mentre i raggruppamenti di chiese, magazzini, cisterne e piccionaie risultano comuni ad entrambi i siti. A titolo di esempio riportiamo lo schema di un piccolo insediamento da noi rilevato nel 2001 nella Valle dell’Arco Oscuro (Cappadocia), circa due km a NE di Uchisar. Anche qui, attorno ad alcuni terrazzi agricoli ormai abbandonati, sono raggruppate una cappella con tracce di pitture, un magazzino, un ricovero e, appena più decentrata, una piccionaia ricavata in un “camino delle fate”.

Cappadocia Valle dell’Arco Oscuro. Foto Archivio Egeria CRS

Cappadocia, insediamento Valle dell’Arco Oscuro©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

Cappadocia, insediamento Valle dell’Arco Oscuro

Copyright: contributo di Carlo Germani; testi, immagini ed elaborati grafici ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee. La riproduzione di testi, immagini ed elaborati grafici è vietata in assenza di autorizzazione espressamente richiesta ed esplicitamente concessa.

Bibliografia di riferimento

Andaloro M., a cura di, 2009, Terra di roccia e pittura. La Cappadocia e il Lazio rupestre. Gangemi Ed., Roma.

Calosso Bertini A., 1907, Gli affreschi della Grotta del Salvatore presso Vallerano. In Arch. Società Romana di Storia Patria, XXX, 1907, pp. 184-241.

Falconi L., Spizzichino D., Margottini C., Delmonaco G., Corradini A., 2005, La stabilità geologica della parete rocciosa contenente l’insediamento rupestre e gli affreschi romanici del S.S. Salvatore (Vallerano-VT). ENEA, in rete, http://www.afs.enea.it/protprev/www/index.htm (marzo 2016).

Felici A., Cappa G., 1992, Santuari rupestri in provincia di Viterbo. Informazioni, semestrale del ccbc della Provincia di Viterbo, Nuova serie – Anno I, n. 7, Luglio – Dicembre 1992, pp. 120-127.

Raspi Serra J., 1976, Insediamenti rupestri religiosi nella Tuscia. In Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes, tome 88, n°1, 1976, pp. 27-156.

Zucconi L. et alii, 2012, Biodeterioration agents dwelling in or on the wall paintings of the Holy Saviour’s cave (Vallerano, Italy). International Biodeterioration & Biodegradation, Volume 70, May 2012, Pages 40-46.

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Cisterna vicina al Cenobio di San Salvatore©EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati

 

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Grotta Rottezia, il Beato Lupo e la Sedia del Papa (Soriano, Viterbo, Lazio).

È una bella giornata di dicembre. Fa freddo ma il sole promette di fare il suo, almeno nelle ore centrali della giornata. È molto presto, come sempre in inverno quando le ore di luce sono troppo poche rispetto alla nostra voglia di vedere e di scoprire. Superato l’abitato di Soriano lasciamo le macchine e ci incamminiamo in direzione sud-ovest nella selva cimina.

Luogo tetro, impenetrabile ed invalicabile per i Romani, che a noi sembra bellissimo. È bellissimo. Le foglie secche, gelate nella notte, frusciano sotto i piedi. È il solo rumore che si sente. Seguiamo il viale per due chilometri fino a un’altitudine di circa seicento metri, alla nostra destra compare la chiesetta dell’eremo della S.S. Trinità recentemente oggetto di restauro di consolidamento.

Foto sopra: la Chiesa nei primi anni del ‘900. Da Giannini P. (op. cit.). Foto Archivio Valentino D’Arcangeli.

A sinistra una parete tufacea, alta circa 30 metri, fratturata in più punti e con distacchi che hanno creato anfratti, piccole cavità e rifugi. Dalla parete rocciosa sgorga una piccola sorgente che alimenta un fontanile di campagna.Il bisogno di acqua è evidente anche nella canalina scavata nella roccia, che permetteva di catturare e convogliare verso il fontanile persino il liquido di percolazione. Un escamotage, questo, utilizzato in molte strutture insediative.

Proseguiamo in cerca della Grotta Rottezia (grottaccia) nella quale, narra la leggenda, sarebbe nascosta una chioccia con dodici pulcini d’oro. Chi entra per scoprire e asportare il tesoro muore di spavento in seguito al misterioso spegnimento delle torce… fortunatamente non usiamo più le lampade a carburo già da un po’.

La base della parete di tufo è completamente ricoperta dalle foglie, e sono tante le fratture “promettenti”  ma nessuna è l’ingresso alla grotta che stiamo cercando. Le battiamo avanti e indietro fino a notare un po’ di verde spiccare nel giallo. Sono edera e capelvenere. Segni inconfondibili che c’è dell’umidità da condensazione a sostenerle anche nei mesi di siccità. Smuoviamo le foglie e si apre l’imbocco della grotticella.

Scivoliamo dentro uno alla volta. Entro per ultima. Mentre striscio giù il piede tocca qualcosa di metallico. Lo aggancio con la caviglia e tiro: è un passeggino, anche abbastanza nuovo. Sandro si ricorda di aver notato un foglietto attaccato ad un sedile in pietra non lontano dalla chiesa. Sulla via del ritorno ce ne occuperemo.

La grotta è piccolina, artificiale, scavata, con un sedile ricavato nel banco roccioso. La rileviamo e la fotografiamo, poi riprendiamo il sentiero.

A poca distanza un gruppo di imponenti blocchi di roccia formano una sorta di piramide naturale nota come il “Sasso del Beato Lupo”.

Proviamo a metterci nei panni dell’eremita. Non doveva essere una vita facile: la tramontana si incanala fra i massi e soffia gelida, il culmine della piramide presenta effettivamente un piccolo incavo naturale, formato probabilmente per erosione, nel quale un uomo può stare a stento in posizione supina, inginocchiato o seduto. Il Beato Lupo Franchini vissuto fra il XIII e XIV secolo, era originario di Corviano e apparteneva all’Ordine Agostiniano. Il luogo, nel corso del tempo, ha effettivamente assunto anche la denominazione di “Grotta di Sant’Agostino”, collegandolo all’Ordine che per certo aveva fatto edificare anche la chiesetta della Trinità, già nota alle fonti come eremitaggio a partire dal 1275.

Ci rimettiamo in cammino per raggiungere la “Sedia del Papa”, dove arriviamo circa quaranta minuti dopo. È un bel picco di roccia, attrezzato con una struttura in legno che permette l’affaccio sulle vallate circostanti. Ringraziamo Tullio Dobosz, profondo conoscitore dei luoghi legati agli insediamenti eremitici del Lazio ed Abruzzo, per averci fatto conoscere anche questo, incantevole. Le ore di luce cominciano a scarseggiare e dobbiamo rientrare, la passeggiata in discesa per arrivare fin qui si presenta ora con una ripida salita.

Rientrando sviluppiamo qualche ipotesi sul luogo e ci convinciamo che tutte le strutture visitate facessero parte di un unico complesso monastico: la piccola chiesa, il fontanile, il luogo di preghiera del Beato Lupo che favoriva l’isolamento e l’ascesi e la “grottaccia”, usata forse come rifugio o per conservare alcune derrate alimentari di prima sussistenza. Le residuali tracce sul terreno non restituiscono evidenze di spazi destinati a coltivativo, dal che è possibile supporre che la piccola comunità monastica rientrasse fra quelle che vivevano in povertà, attraverso la beneficenza che veniva loro elargita. Unico elemento certo è la diffusa religiosità che permea tutto il luogo.

Arrivati in prossimità della chiesa ritroviamo il foglietto. Dice: “abbiamo perso un passeggino, se qualcuno lo trova puo telefonarci a questo numero…”. Mandiamo un sms per segnalare il ritrovamento e ci rispondono dopo due giorni, ringraziandoci. Non scopriremo mai come e perché sia finito dentro alla grotta.

Grotta Rottezia è una cavità artificiale, censita al Catasto Nazionale delle Cavità Artificiali (data base speleologico articolato su base regionale) con il numero CA448LaVT. L’imbocco della cavità è stata recentemente oggetto di importanti distacchi  e pertanto la grotta non è più accessibile. Tutta l’area rientra nella proprietà della Soc. I.M.A. Immobiliare Mura Aurelie Srl Comune di Soriano nel Cimino (VT) e ne è vietato l’accesso in assenza di autorizzazione.

L’area è attualmente oggetto di un interessante progetto didattico SCARICA QUI LA BROCHURE IN PDF Soriano Bosco Didattico brochure
Lo studio della Grotta Rottezia da parte della nostra Associazione risale al Dicembre 2008/Gennaio 2009. Questo articolo è la revisione del precedente, pubblicato nell’aprile 2012.

Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

Fonti bibliografiche

Benedetti E., Soriano nel Cimino, in Campo de’ Fiori, periodico sociale di Arte, Cultura, Attualità edito dall’Associazione Accademia Internazionale d’Italia, n. XXXVII.

D’Arcangeli V., Monumenti archeologici ed artistici del territorio di Soriano nel Cimino e delle zone limitrofe, 1967, “La Commerciale” di Camilli & Sora, Soriano nel Cimino, Viterbo.

D’Arcangeli V., Soriano nel Cimino, nella storia e nell’arte, 1981, a cura dell’Associazione Pro-Soriano.

Giannini P., L’amore per la solitudine del cardinale Egidio Antonini ed il Convento della SS. Trinità in Soriano.

Menichino G., Sensazioni uniche, Alto Lazio, Etruria misteriosa, escursionismo nella Tuscia viterbese. Club Alpino Italiano Sezione di Viterbo.

Torelli L., Secoli Agostiniani, Tomo Sesto, Google Books.

 

 

 

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Le Spelonche di Dio. Parte terza. L’ Eremo di San Famiano.

San Famiano era un frate cistercense nato a Colonia che fu per molti anni eremita in Spagna. Venne chiamato Quardo e solo successivamente prese il nome di Famiano per la fama acquisita in ragione dei miracoli che gli furono attribuiti. Morì a Gallese (VT) nell’Agosto del 1150. Dopo la morte fu canonizzato da Adriano IV con il nome di “San Famiano” e le sue spoglie furono deposte in una grotta sulla quale, nel 1155, fu eretta la chiesa che porta il suo nome. Nella grotta, che si trova oggi all’interno della chiesa, è custodito il prezioso sarcofago con il corpo del Santo, patrono del paese.

A tre km dal centro storico di Gallese si trova, in un’altra chiesa dedicata, la cappella di San Famiano a Lungo nella quale si conserva la sorgente che il Santo fece sgorgare il 17 Luglio 1150, poco prima della morte, percuotendo il suolo con il suo bastone viatorio, al termine del pellegrinaggio che lo aveva portato in Spagna (dove è ancora molto venerato), in Terra Santa e a Roma.

Ancora oggi il 17 Luglio di ogni anno il luogo è meta di un lungo pellegrinaggio. Il culto del Santo e la custodia delle due chiese sono affidati all’antica confraternita di San Famiano, ricostituitasi nel 1990.

Le grotte di San Famiano devono la titolazione alla tradizione secondo la quale l’eremita trascorse qui i suoi ultimi  giorni. Si trovano nel territorio di Faleria (VT), all’interno del bosco di Fogliano e sono costituite da una serie di ambienti scavati, di datazione incerta.

All’esterno la fascia tufacea sottostante il Castello presenta chiari segni di intervento antropico di adattamento, soprattutto in corrispondenza dell’ingresso alle grotte. Di particolare interesse una nicchia con affreschi oggi quasi completamente obliterati dagli agenti atmosferici.

Le grotte si presentano con un piccolo ingresso dal quale, con una scala molto ripida, si accede alla camera soprastante, caratterizzata da sedili risparmiati in fase di scavo e una piccola finestra. Tutta la struttura richiama la tipologia più frequente di cella eremitica.

Oltre l’ingresso una clessidra scavata nel fianco tufaceo, molto alta, serviva probabilmente a tenere legato il cavallo. A fianco si trovano un piccolo sedile scavato nella roccia, protetto dal vento che in inverno arriva impetuoso dalla valle sottostante e altri due ambienti ipogei.

Il sentiero indicato da alcune guide locali per arrivare alla grotta sottostima la difficoltà di percorrenza del pendio, che nei mesi invernali si presenta scivoloso e molto esposto.

Carla Galeazzi ©Centro Ricerche Sotterranee Egeria

 

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Le Spelonche di Dio. Parte seconda. L’eremo di Fosso Loppieda.

Il paesaggio della Valnerina è caratterizzato dalla presenza di insediamenti storici lungo i pendii rocciosi che delimitano la valle e da innumerevoli eremi. Il movimento eremitico della zona (A. Lucidi, La Barrozza n. 2, 2001) avvenne in seguito alla migrazione di alcuni religiosi dall’Oriente al seguito di Lorenzo (vescovo di Spoleto). Si trattava di circa trecento monaci che, in prima istanza, si insediarono nelle grotte naturali e solo in un secondo momento contribuirono alla fondazione dei tanti monasteri della regione.

L’ambiente naturale, di grande suggestione, offriva infatti molti ripari naturali: ambienti scavati dall’acqua nel corso dei millenni (grotte) e dagli agenti atmosferici (sgrottamenti di origine eolica). Come indicato nell’introduzione (vedi parte prima) la struttura dell’eremo si arricchirà nel tempo, un po’ ovunque in Italia, di opere murarie o pietre a secco appoggiate alle pareti rocciose, sino a raggiungere una certa complessità nel Medio Evo. Poi si modificherà ancora con la costruzione di cenobi gestiti dai vari ordini monastici.

Fra le strutture più note della zona si annoverano l’Abbazia di San Felice, l’Abbazia di San Pietro in Valle e l’eremo della Madonna della Croce ma è tutta l’area compresa tra Ferentillo e Ancaiano ad avere grande valenza culturale rappresentata dal sistema dell’architettura religiosa. In Valnerina va ricordata  anche la Via di Francesco, un percorso lungo oltre 270 km che attraversa l’Umbria da nord a sud (www.parcodelnera.it) a testimonianza di una precisa vocazione spirituale della zona, protratta per secoli e tutt’ora viva.

L’eremo di Fosso Loppieda, scoperto da Tullio Dobosz, è dunque una delle tante strutture eremitiche della regione ma, per quanto ci è stato possibile sin qui accertare, non ancora nota. Raggiungere l’eremo è tutt’altro che semplice e le indicazioni che seguono, tortuose come le tracce residuali dei sentieri percorsi, ma sono le più chiare che ci è stato possibile descrivere. Ci auguriamo che siano sufficienti ai nostri lettori per individuare questa struttura di incredibile bellezza, soprattutto per il panorama che si gode dal ricovero.

La distanza da luoghi abitati è realmente non trascurabile, sulla grotta sono presenti croci a rilievo sulle pareti davanti all’imbocco e un altare all’interno, che ci confermano trattarsi di un luogo di culto. Non ne è nota la dedicazione e l’ambiente ricavato in uno sgrottamento naturale è di dimensioni abbastanza modeste. Più avanti, oltre l’eremo, si trovano ampi grottoni che vale la pena di raggiungere per completare la visita.

Itinerario.

Prendere la S.S. Valnerina, costruita alla fine del 1800 tenendosi sulla riva destra del Nera (mentre l’antico tracciato ne percorreva la riva sinistra) . Da Ferentillo seguire la strada per Ancaiano, lungo il sentiero montano che va a congiungersi con la Via Flaminia in corrispondenza del valico della Somma, fra Terni e Spoleto.

Superato il fosso di Ancaiano proseguire sino a superare il fosso di Loppieda. Sul crinale successivo, in corrispondenza di un casale situato a sinistra della strada, posteggiare sullo spiazzo che si apre in curva (!) e che aggira verso destra il costone roccioso.

Salire a piedi, seguendo una traccia di sentiero e puntando decisamente verso il culmine del crinale. Quando si è prossimi alle pareti tenersi sul sentiero che piega verso il lato del fosso di Loppieda (mentre finora si manteneva centrale): le tracce sono purtroppo molto labili e a tratti si perdono fra vegetazione e ghiaioni.

Giunti in corrispondenza di un ghiaione noterete le pareti che incombono a sinistra: piegare in direzione di esse con un percorso a ritroso verso SW. Raggiunte le pareti, costeggiarle in direzione NW (non NE !). Il sentiero che segue le pareti alla distanza di pochissimi metri porta proprio all’eremo, che con un po’ di attenzione si può scorgere già dalla base delle rocce.

Carla Galeazzi e Tullio Dobosz©Centro Ricerche Sotterranee Egeria

 

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Le Spelonche di Dio. Parte prima. Introduzione.

La parola eremita deriva da una latinizzazione del termine greco ἐρημίτης (erēmitēs), “del deserto” e per estensione “abitante del deserto” ovvero chi, spesso per motivi religiosi, si isolava materialmente dal mondo per vivere in grotte, luoghi remoti e deserti. La scelta era determinata dalla volontà di dedicarsi alla meditazione, alla contemplazione e alla preghiera lontano dalla società, in castità, senza uniformarsi agli standard imposti dalla vita sociale. Il  monachesimo ha rappresentato una delle più alte forme di vita ascetica in quanto la comunità monastica, solitamente autosufficiente, operava il distacco dal mondo anche in termini pratici.

Nel corso delle attività di indagine proprie della speleologia in cavità artificiali capita frequentemente di imbattersi in strutture monastiche abbandonate. Nella scelta di autosufficienza i monaci scavavano ingegnosi sistemi di raccolta delle acque di percolazione, piccole celle in cui vivere, stalle per gli animali, luoghi dove seppellire i defunti e talvolta riquadrature nel terreno che ospitavano piccoli orti di sussistenza. Rappresentano quindi, dal punto di vista tipologico, strutture articolate di grande interesse presenti non solo nelle zone in cui la particolare formazione delle rocce rendeva agevole l’escavazione (tufo, arenarie del Centro Italia, Cappadocia, ecc.) ma anche in rocce più dure caratteristiche di zone in cui l’impulso devozionale era molto forte (Italia del Sud).

Agli inizi del Cristianesimo (III – IV secolo) l’eremo era costituito da un semplice rifugio nel deserto, grotta o riparo di fortuna. I primi eremiti cristiani vivevano prevalentemente in luoghi isolati ma, essendo molto apprezzati per i consigli spirituali che dispensavano, finivano per tradire involontariamente il proprio desiderio di solitudine circondandosi di molti discepoli.

In alcuni culti, in particolare quello micaelico (Arcangelo Michele), la grotta è il centro stesso del culto. Numerose grotte (turistiche, speleologiche o con chiese rupestri) presenti sul territorio italiano sono dedicate al culto di Michele Arcangelo. Nelle sue tante apparizioni l’Arcangelo Michele si presenta come il custode della sacra grotta, che lui stesso consacra a Dio e per la cui intercessione presso la Santissima Trinità è concesso il perdono di tutti i peccati.

“Io sono l’Arcangelo Michele, e sono sempre alla presenza di Dio.
La grotta è a me sacra ed Io l’ho scelta.
Non ci sarà più spargimento di sangue di animali.
Dove si apre la roccia il peccato dell’uomo potrebbe essere perdonato.
Ciò che è stato richiesto in preghiera sarà concesso.
Perciò risalite la montagna e consacrate la grotta al culto cristiano.”

Si tratta per lo più di grotte naturali, ma la struttura dell’eremo si arricchisce nel tempo di opere murarie o pietre a secco appoggiate alle pareti rocciose, raggiungendo nel Medio Evo una certa complessità. Insieme all’arricchimento degli ordini che col tempo li gestiranno, le strutture cresceranno anche di dimensione e saranno dislocate su più piani. L’eremo sarà quindi diviso in celle per fare in modo che gli eremiti godano, almeno in parte, dell’agognata solitudine. L’appoggio alla roccia, a questo punto, diventerà il semplice sostitutivo di una delle pareti portanti: gli esterni si arricchiranno di muretti di pietre a secco e gli interni di affreschi e decorazioni.

Presso gli eremiti orientali era addirittura in uso la reclusione volontaria in celle murate, nelle quali sopravvivevano di carità, pratica che si diffuse soprattutto nel XII e XIII secolo e riferibile in particolare all’anacoretismo.

Dal Medioevo e fino ai tempi moderni il monachesimo di tipo eremitico è stato praticato anche da ordini religiosi del cristianesimo d’occidente. Per esempio nella Chiesa cattolica i Certosini e i Camaldolesi organizzarono i loro monasteri come “insiemi di eremi” nei quali i monaci trascorrevano la giornata in solitudine, ritrovandosi solo per la preghiera comunitaria ed occasionalmente per i pasti. Cistercensi, Carmelitani e Trappisti permettevano ai membri che avvertivano la vocazione alla vita ascetica di trasferirsi, dopo alcuni anni trascorsi in comunione con i confratelli, in una cella del monastero adattata ad eremo. Molti abbracciarono questa possibilità alternativa alla vita monastica collegiale. In Italia fu soprattutto Papa Celestino V (Pietro da Morrone fondatore dell’ordine Celestiano) a promuovere la pratica dell’ascesi realizzando numerose strutture eremitiche, in particolare sui monti della Majella. In Toscana si diffusero i Guglielmiti, un ordine fondato da Guglielmo di Malavalle, e i già menzionati Camaldolesi che conducendo una vita fortemente caratterizzata dalla componente contemplativa che genererà grandi mistici e teologi.

Altri importanti ordini religiosi di eremiti furono i Basiliani, i Benedettini e i Cistercensi. Va infine sottolineato che la propensione all’ascesi e all’eremitaggio non fu, come spesso erroneamente ritenuto, prerogativa esclusivamente maschile. Si ritrovano infatti strutture legate a nomi di sante o di semplici eremite. Vedi ad esempio https://speleology.wordpress.com/2013/02/21/le-spelonche-di-dio-grotta-rumice-herundine-romola-redenta-e/

 

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