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Informazioni su carlagaleazzi

Socio fondatore del CRSE, speleologa dal 1992

22 Gennaio 1944/2014 – 70° dallo sbarco

Settanta anni fa le truppe anglo-americane sbarcavano ad Anzio, o forse a Nettuno o meglio, con buona pace delle due che cittadine che oggi si contendono stralci di memoria, sulla intermedia linea di costa. Sono tante, in questi giorni, le iniziative per commemorare il settantesimo anniversario dell’operazione Shingle, fra le quali il conferimento della cittadinanza onoraria di Anzio a Roger Waters, cantautore e compositore britannico fondatore dei Pink Floyd, figlio di un militare caduto durante i combattimenti che seguirono allo sbarco.

“Alle ore due del giorno 22 gennaio del 1944, il VI corpo d’armata  agli ordini del generale Lucas sbarca sulla costa di Anzio. Sulla zona le unità tedesche sono quasi inesistenti. Il generale Alexander, che si trova sul posto, sottolinea l’opportunità di spingere avanti pattuglie mobili, dotate di buona potenza di fuoco, per prendere contatto con il nemico. Anche Churchill è d’accordo su questo punto e risponde: “Vi ringrazio per il vostro messaggio. Sono felicissimo che procediate rapidamente a puntare in profondità, invece di attardarvi a consolidare la testa di ponte”. 

Furono gli americani a non avere il coraggio di procedere speditamente verso Roma? oppure i tedeschi riuscirono a riorganizzarsi in poco tempo opponendosi all’avanzata? che ruolo ebbe la popolazione civile? Secondo lo scrittore Antonio Pennacchi ci fu una sorta di “resistenza dei coloni” contro gli alleati (L’Espresso n. 2 anno LX del 16/1/14). Il protrarsi dello scontro fu imputabile ad un errore strategico degli americani oppure i tedeschi furono aiutati dalla popolazione civile ed in particolare dai coloni che, grazie a Mussolini, avevano trovato lì terre da redimere, poi da coltivare e quindi nuovo lavoro e speranze per il futuro? In entrambi i casi si  sottovalutarono le conseguenze: la lunga fase di stallo nei combattimenti portò la battaglia a protrarsi proprio lì, su quelle terre faticosamente strappate alle acque.

Intanto la popolazione di Cisterna apprende dello sbarco e pensa che la guerra sia al termine, invece la cittadina sta per trasformarsi in campo di scontro feroce.

Potrà sembrare inconsueto che un blog speleologico tratti questi avvenimenti e forse lo è, ma solo in parte. Nel 2011 la nostra associazione ha intrapreso lo studio delle Grotte Caetani di Cisterna di Latina. Come sempre, le indagini sono partite dalla contestualizzazione degli ipogei, realizzata con ricerche bibliografiche e di archivio. In breve ci si è resi conto della necessità di provare a ricostruirne la storia a ritroso, partendo dall’analisi degli eventi più recenti che avevano visto le grotte trasformarsi in rifugio per la popolazione civile. Da lì la consapevolezza di dover affrontare lo studio anche con l’intento di restituire, per quanto possibile, “memoria ai luoghi”.

Per ricostruire come la popolazione civile visse quei giorni abbiamo ascoltato i protagonisti dell’epoca e dato voce al volume “A nord del cielo di Anzio e Nettuno”. L’autore, padre Eugenio Calderazzo, era un frate  cappuccino che si trovava casualmente a Cisterna in visita alla famiglia e che rimase nelle grotte a fianco dei cisternesi. Il racconto ha un pathos che cresce con il passare dei giorni, di pari passo con il peggioramento della situazione sul campo di  battaglia, come peraltro confermano i dispacci dal fronte. Abbiamo allora unito gli uni agli altri, il racconto di Padre Eugenio e le relazioni dei comandi interessati e ne è nato un “diario” di rara intensità.

Cisterna aveva già subito altre due volte la totale distruzione: nel 1165, durante le lotte tra Federico Barbarossa e il papato e nel 1328, ad opera delle truppe di Ludovico il Bavaro. Nel gennaio 1944, a seguito dello sbarco, la popolazione di Cisterna sarà costretta a rifugiarsi per 48 giorni nei numerosi sotterranei scavati, mentre la sfortunata città sarà distrutta per la terza volta nella sua storia (Mariotti, 1968; Caldarazzo, 1966).

La già difficile storia di Cisterna

La origini di Cisterna sono antichissime come accertato da ritrovamenti preistorici nella zona. Poi però, nonostante la vicinanza di una grande opera pubblica come la via Appia e le due vicine stazioni di posta di Tres Tabernae e Ad Sponsas, allo stato delle conoscenze non è stato possibile accertare se il primario insediamento strutturato sia stato realizzato o meno su un impianto romano. Gli inizi certi di Cisterna come centro abitato risalgono all’VIII sec. d.C., quando vi fu costruita una vasta azienda agricola (domusculta). Nel 967 è attestato un “casale cisternae”, sotto il controllo dei Conti di Tuscolo, signori del Lazio meridionale; il casale divenne poi un castello fortificato dei Conti nel 1112 (castrum Cisternae). Nel 1146 i Frangipane presero il controllo del luogo trasformandolo in un borgo, protetto dalla Torre Frangipane che, ricostruita nel XIII secolo, domina ancora oggi l’abitato.

Nel 1165, durante le lotte tra Federico Barbarossa e il papato, Cisterna subì la prima distruzione.

La decadenza dei Frangipane portò già alla fine del XIII sec. il borgo sotto l’influenza dei Caetani. La prosecuzione degli scontri tra papato ed impero ebbero per conseguenza la seconda completa distruzione di Cisterna nel 1328, ad opera delle truppe di Ludovico il Bavaro.

Ciò che rimase della cittadella vide ancora tanti cambi di proprietà nel corso del XV secolo: dai Frangipane agli Orsini e da questi ai Caetani, che subirono numerose confische ed assassinii perpetrati da Alessandro VI Borgia, fino a quando papa Giulio II restituì loro le terre nel 1504. Da quel momento in poi Cisterna rimase feudo indiscusso dei Caetani. Nel 1560 la cittadina, divenuto nucleo agricolo di una certa importanza, assunse la configurazione di centro residenziale e amministrativo delle proprietà Caetani. Bonifacio Caetani iniziò la costruzione del grande palazzo inglobando l’antica torre Frangipane del XIII sec. e il pozzo-cisterna situato ancora oggi nel cortile centrale (Pennacchi, 2011).

La vita a Cisterna proseguì finalmente tranquilla. Trovandosi ai margini della grande palude fu interessata a vario titolo dalle numerose quanto sfortunate opere di bonifica della piana, sino a quella decisiva degli anni ‘30 intrapresa da Mussolini.

La vita nelle Grotte

Bollettino del Comando supremo delle Forze Armate. “Nelle prime ore del 22 (gennaio 1944 ndr) truppe Anglo-americane sono sbarcate ai due lati di Nettuno, sulla costa del Mar Tirreno…”.

A Cisterna la popolazione civile si trasferisce ovunque sotto terra, negli innumerevoli ambienti ipogei della città (cantine, cunicoli, gallerie) che prendono il nome dei proprietari: Grotte Caetani, Grotta Luiselli, Grotta Corsi, Grotta Paliani, Grotta Zampini, Grotta Carolina. E chissà in quante altre andate distrutte delle quali non si è conservata memoria.

Ed ecco il racconto di padre Eugenio, in corsivo virgolettato, unito alle notizie provenienti dal fronte.

22 gennaio 1944

Dal fronte: la mattina del 22 gennaio 1944 la 24° Brigata Guardie, avamposto della 1° Divisione di Fanteria britannica, effettua lo sbarco senza trovare alcuna opposizione: i due battaglioni tedeschi che si trovano in zona evitano di esporsi troppo. I porti di Anzio e Nettuno sono presi intatti e non ci sono truppe tedesche a presidiare la strada verso Roma.

“Centinaia di apparecchi sorvolano Cisterna, assordante rombo di motori, di mitraglia e di bombe. Come in un richiamo atavico si va sotto terra, nel tentativo di essere accolti in un grembo protetto”.

23 gennaio 1944

Attaccata al muro di pozzolana, tra due mazzetti di semprevivi, qualcuno ha appeso l’immagine di una dolce Madonna col bimbo. Vicino una lampada ad olio. Fa da sottofondo il pianto dei bimbi”.

Dal fronte: contrariamente alle prime già riportate considerazioni del Generale inglese Alexander, condivise da Churchill, ovvero l’opportunità di spingere avanti pattuglie mobili dotate di buona potenza di fuoco per prendere immediato contatto con il nemico, le prime settantadue ore vengono spese dal Generale americano Lucas in attacchi esplorativi di scarsa rilevanza in direzione di Cisterna e Campoleone, senza tentare alcuna avanzata. Entro la sera del giorno 23 le due divisioni sono al completo. Il generale Lucas si è limitato a rafforzare la testa di sbarco, preoccupandosi che venissero sbarcati automezzi e materiali. Quando decide di partire si trova di fronte 8 divisioni tedesche.

25 gennaio 1944

Dal fronte: Il generale Alexander riferisce che  la testa di sbarco può considerarsi ragionevolmente sicura. La 3′ divisione americana si trova a 5 Km da Cisterna e su tutto il fronte viene mantenuto il contatto con il nemico. Il 1° Battaglione Irlandese ed il 1° Scozzese vengono respinti mentre tentano di prendere Campoleone, ma anziché ripiegare, tengono la posizione.

“Il ricovero Caetani subisce il battesimo del sangue: usciti per attingere l’acqua muore un padre e due giovinetti rimangono feriti”.

26 gennaio 1944

“Nelle grotte Caetani fanno capolino i primi abusi e la prepotenza di alcuni inizia a dare fastidio. ‘Siamo tutti uguali’, ripetuto spesso, preoccupa. Hanno fiducia in me, nella mia ascendenza sacerdotale, e allora mi costituisco capo del ricovero. Si scappa dalla grotta di Luiselli in cerca di asilo in grotte più sicure. Scendo per benedire le vittime rimaste sepolte e trovo scene strazianti”.

Echi di guerra_IMG_2304_01-21-2014 

27 gennaio 1944

“Contrasto di luce e tenebre anche oggi: luce di sole nel cielo effuso di perle, tenebre di notte, sotterra, nelle grotte affumicate da lucignoli e qualche mozzicone di candela. Si celebra la messa di ringraziamento per lo scampato pericolo di ieri. Il parroco celebra un battesimo nella grotta Corsi. Cadono bombe sulla grotta Paliani seminando distruzione e morte”.

Dal fronte giungono gravi notizie: né Cisterna, né Campoleone sono state conquistate; la brigata Guardie ha respinto un contrattacco di fanteria e carri armati e ha fatto qualche progresso, ma si trova ancora a 2,5 Km da Campoleone, mentre gli americani sono sempre a sud di Cisterna.

28 gennaio 1944

“Raggiungo tutte le grotte per spiegare che il parroco Nardini ha abbandonato la città autorizzandomi a sostituirlo in ogni funzione, fatta eccezione per i matrimoni”.

29 gennaio 1944

“Boati agghiaccianti come venisse la fine del mondo danno a tutta la città sotterranea l’aspetto di una terrificante bolgia. Grida disperate, pianti e svenimenti. Si spengono anche i lumi e la grotta diviene oscura, come una tomba che sta per chiudersi su tanta vita. La grotta Zampini e Carolina si riempiono d’acqua proveniente dalle distrutte dal bombardamento della mattina. Alcuni volontari usciranno per andare a chiudere le saracinesche ed impedire il disastro”.

30 gennaio 1944

“Quasi ogni grotta ha avuto il suo battesimo di sangue. Le vittime vengono deposte in cimiteri improvvisati. Passi frettolosi lungo la scala di accesso alle Grotte Caetani: uno scoppio scuote la grotta, una granata è scoppiata all’ingresso. Da tutte le nicchie è vociare di grida e pianti, convulso chiamare di persone. Poi la tragedia appare in tutta la sua feroce realtà: due morti e due feriti”.

Dal fronte: il VI corpo d’armata americano guadagna un po’ di terreno, ma la 3′ divisione americana non riesce a conquistare Cisterna.

2 febbraio 1944

“In tutte le grotte continua la lotta per la vita: vite che soccombono e che germogliano. Cinque battesimi, compaiono come fiori alcuni nastri bianchi nelle grotte”.

Dal fronte: il generale Alexander visita nuovamente il fronte e manda a Churchill un nuovo rapporto sulla situazione. La resistenza tedesca si è accentrata intorno a Cisterna e a Campoleone. Non è possibile sferrare nuova offensiva fino a che non vengano conquistate le due località. La 3′ divisione americana si è battuta duramente per Cisterna negli ultimi giorni e gli uomini sono stanchi, demoralizzati e lontani ancora quasi un chilometro dal centro della città.

3-4 febbraio 1944

“Nelle grotte si cerca di ammazzare il tempo. Gli uomini giocano a carte o si prestano per la pulizia: le donne rammendano i pochi indumenti restanti, i bambini stanno ad osservare. Alle 16.30 giunge un gruppo di profughi proveniente dai vari borghi, ma il rifugio è già sovraffollato. Sono sette persone, li facciamo entrare per passar la notte, domani si vedrà…”.

Dal fronte: il 1° Battaglione Irlandese viene improvvisamente accerchiato e catturato dai tedeschi che tentano di condurli nelle proprie retrovie. Ne segue una colluttazione durante la quale 20 tedeschi restano uccisi e 9 fatti prigionieri.

Padre Eugenio racconta che il rifugio è già sovraffollato, nelle grotte ci sono ormai quasi cinquemila persone. Per avere un’idea di cosa significa vivere (non scendere durante i bombardamenti o dormirci la notte, ma vivere per 48 giorni) in tanti in un ambiente sotterraneo buio, illuminato con candele e non areato, basta guardare la planimetria delle Grotte Caetani. Per quanto si tratti di ambienti imponenti è evidente che le famiglie vivessero unite le une alle altre, senza privacy, senza spazio per stendersi e dormire contemporaneamente, senza vie di fuga in caso di rastrellamenti e rappresaglie o di crolli dovuti ai bombardamenti.

 

18-22 febbraio 1944

“I tedeschi ricominciano a scendere nelle nostre grotte: questa volta non per ubriacarsi, ma per rappresaglia. Nella mia ne sono scesi tre, armati di tutto punto, cercando uomini validi che sembrano scomparsi. Gli spiegano che non c’è più nessuno. Risalgono con rumore di scarponi ferrati”.

1 Marzo 1944

“È un mese e nove giorni che si vive nelle grotte! Quanto tempo ci si resterà ancora? Chi lo sa! Forse giorni, forse mesi… Nelle grotte ci si comincia ad abituare a non starci tanto male, ma qualcuno vuole starci meglio e vanta pretese, diritti…”.

3-6 marzo 1944

“I briganti nelle tenebre. Già nella mia grotta era sparita molta farina raccolta per il pane comune ai primi di febbraio e si era pensato che fosse stata venduta la mercato nero. Invece. Briganti veri e propri si aggiravano di notte a rubare gli oggetti nascosti da molte famiglie nei giardinetti delle abitazioni”.

14 Marzo 1944

“Siamo qui dentro da 45 giorni. I volti sono tutti uguali: sbiancati, dalle occhiaie infossate per estenuazioni e privazioni di ogni genere”.

Dal fronte: i tre battaglioni della 24° Brigata Guardie hanno perso l’ottanta per cento della forza ed il 1° Battaglione Irlandese ha cessato di esistere come forza combattente.

19 Marzo 1944: sfollare la città entro 24 ore!

“La mattina in molte grotte vi era stata una gara a  preparare un degno altarino per la celebrazione della Festa di San Giuseppe. L’ordine tedesco si diffonde in un baleno. O restare per morire bruciati da bidoni di benzina nelle grotte che, così purificate, sarebbero servite da casematte, oppure affrontare l’esilio verso ignorate destinazioni. Ci si prepara ad uscire dalle grotte. Ma dove andremo?”

I giorni delle grotte finiscono così. Il 19 Marzo del 1944 tutti gli abitanti di Cisterna vengono sfollati verso Roma e Velletri. Il legame con la storia è certamente ancor oggi l’aspetto più significativo delle grotte Caetani, tanto che Felice Poliani, ex sindaco di Cisterna, definiva le Grotte Caetani un “Tempio della Memoria”. Il 19 Marzo di ogni anno, a Cisterna, viene commemorato l’Esodo cisternese.

La battaglia andò avanti. Ad aprile gli americani riuscirono finalmente ad uscire dalla situazione di stallo conquistando Aprilia. A maggio, raggiunti dai rinforzi, sferrarono una dura offensiva che prese il nome di “Operazione Buffalo”: i tedeschi furono costretti a cedere Littoria (Latina) e si arroccarono su Cisterna orami deserta. Gli Alleati concentrarono qui i loro sforzi e dopo una battaglia durissima riuscirono ad entrare a Cisterna. La battaglia terminerà il 25 Maggio 1944. Nella foto di repertorio l’ingresso della 3°, 34° e 45° Divisione Rangers nel Palazzo Caetani dove i tedeschi si erano asserragliati. L’Agro Pontino era finalmente liberato… ma la città di Cisterna non c’era più, rasa al suolo con gli edifici distrutti per il 96%.

Le Grotte Caetani oggi

Il complesso ipogeo di Cisterna di Latina denominato “Grotte Caetani” conserva ancora l’accesso principale dalla scala elicoidale del Palazzo omonimo ed è costituito da una serie continua ed interconnessa di sotterranei scavati all’interno dell’esteso banco tufaceo sul quale è sorto il primo nucleo storico di Cisterna di Latina. Il risultato di dettaglio degli studi condotti è stato presentato all’VIII Convegno Nazionale di Speleologia in Cavità Artificiali (Ragusa, Settembre 2012) e pubblicato in atti. Ad esso si rimanda per una informazione completa.

In sintesi è possibile evidenziare che la planimetria dei sotterranei, proiettata sulla topografia attuale di Cisterna, restituisce l’evidenza che le “Grotte Caetani” non si sviluppano, in realtà, sotto al palazzo Caetani ma ne costituiscono un ingresso secondario affacciato verso il Fosso di Cisterna e la via Appia Antica; probabilmente associato a stalle o magazzini. Osservando la stessa planimetria proiettata sulla mappa del catasto Gregoriano si ha la conferma che anche in precedenza alcuni ambienti non erano correlati al palazzo nobiliare ma piuttosto alle abitazioni sovrastanti, comunicando con l’ipogeo principale attraverso aperture posticce realizzate verosimilmente durante I Giorni delle Grotte. Si tratta di pertinenze di alcune abitazioni che affacciavano sul Fosso di Cisterna, ancora individuabili nelle foto scattate prima della guerra (esposte nei locali del vecchio Municipio). È plausibile che anche le altre abitazioni allineate lungo il torrente disponessero di analoghe strutture sotterranee. Purtroppo la guerra e più di recente l’intubamento del Fosso di Cisterna hanno cancellato ogni eventuale traccia residuale.

L’analisi tipologica e strutturale delle Grotte condotta dai ricercatori del Centro Ricerche Sotteranee Egeria ha posto in evidenza che in realtà l’area sotterranea denominata Grotte Caetani non è un unicum ma deriva dall’unione di quattro distinte macro-zone, unite le une alle altre. L’unione delle Gallerie Caetani con i sotterranei della chiesa di San Pasquale per la necessità di dotare il rifugio sotto la chiesa di un secondo accesso, durante i Giorni delle Grotte, è riportato con chiarezza dalle fonti (Mariotti, 1968). Le maldestre aperture (brecce) presenti sui lati della grande cisterna sono invece controverse. Forse rese necessarie per raggiungere, durante i Giorni delle Grotte, gli ambienti lungo il fosso i cui ingressi erano crollati a causa dei bombardamenti tombando chi si era rifugiato in quella zona. Oppure procurate dai tedeschi che si erano asserragliati nel palazzo Caetani per creare transiti di piccole dimensioni più facilmente controllabili rispetto alle ampie gallerie e sale? Ecco come si presentano, oggi le quattro diverse zone.

Le Gallerie Caetani (in verde), pertinenza del palazzo omonimo, in alcuni casi rimaneggiamento di preesistenti strutture adattate alle necessità della residenza. Le ampie gallerie possono essere raggiunte ancor oggi dal Palazzo Caetani per mezzo della scala che percorsero i cisternesi durante i Giorni delle Grotte. È probabile che in questa prima zona i Caetani ospitassero magazzini, cantine e attività correlate alla produzione di vino e/o olio. Le tracce di incavi sulle pareti e sulla volta, ancora visibili, hanno fatto ipotizzare la presenza di un torchio per la spremitura di uva o olive.  La scala elicoidale raggiungeva anche le cucine (attuale sala dei Presepi) e poteva consentire il trasporto a dorso di mulo di derrate alimentari o altro. Anche gli ambienti secondari tutt’oggi visibili (camere laterali di grandi dimensioni) potevano essere stalle o magazzini, anche se gli eventi narrati hanno cancellato ogni indizio di eventuale diversa funzione.

I sotterranei della Chiesa di San Pasquale Baylon ( in rosso ) sono raggiungibili dall’ultima camera a sinistra delle Gallerie Caetani, con una risalita da attrezzare con scala o corda. Questa zona costituiva una struttura altra rispetto ai sotterranei del Palazzo Caetani, collegata alla soprastante Chiesa di San Pasquale Baylon oggi scomparsa, ma ancora presente nell’attuale toponomastica cisternese e della quale è ancora ben visibile, all’esterno, parte del basamento. Il passaggio che oggi la congiunge alle gallerie Caetani è stato realizzato durante la II Guerra Mondiale.

La grande cisterna sotterranea ( in blu) era in origine strutturalmente separata dalle Grotte Caetani e dalle cantine che descriveremo nel seguito. Gli attuali passaggi sono in realtà “brecce” realizzate nelle mura di contenimento della cisterna. Le aperture dalle quali si accede sembrano relativamente recenti, realizzate forse durante la Seconda Guerra Mondiale per l’adattamento dei sotterranei a rifugio. All’estremità sud è presente una struttura ad arco ogivale, che separa il pozzo circolare, distinto dalla cisterna stessa e chiuso in alto da tavelloni moderni. All’estremità nord si nota un corposo e vasto interramento proveniente dal fosso esterno. La posizione dell’unico pozzo presente, posto approssimativamente al di sotto dell’attuale Via delle Scuderie, suggerisce che l’opera potesse essere anche collegata alle scuderie del palazzo Caetani, ragionevolmente collocate proprio in questa zona, tra la summenzionata strada e Via del Pozzo di Nerone.

Sono infine identificabili, con accessi sul lato est della cisterna, un ipogeo quasi del tutto ostruito da frane ed una serie di ipogei comunicanti tra loro (in giallo) fra i quali di notano almeno cinque ambienti che, pur oggi collegati fra loro, conservano tratti che li differenziano profondamente, li attribuiscono a funzioni diverse e in taluni casi li correlano alle abitazioni soprastanti.

Ecco l’esempio di come una indagine speleologica in cavità artificiali può contribuire a ricostruire frammenti della nostra storia, più o meno recente.

Carla Galeazzi©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

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Opere citate

P. Caldarazzo da Montefusco E., 1966, A nord del cielo di Anzio e Nettuno. Tipografia Leone, Foggia.

Galieti A., 1948, Le origini medievali di Cisterna Neronis. Archivi della Società Romana di Storia Patria, Volume LXXI, pp.89-108, Roma.

Mariotti U., 1968, Storia di Cisterna, Latina.

Pennacchi L. M., 2011, Cisterna e i Caetani. Arte e committenza fra Cinquecento e Settecento. Dalai Editore.

 

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Classification of Artificial Cavities in Italy

Concept of Artificial Cavities

In Italy, conventionally, artificial cavities are the underground works of historical and anthropological interest, man-made or readjusted by man for his needs. Therefore artificial cavities are considered to include both man-made works (excavated, built underground or turned into underground structures by stratigraphic overlap) and natural caves if  readjusted to human needs, at least in part. For example, the natural caves used as shelters in the Alps during the First World War, the hermitages in natural shelters, etc.

Both of these sorts of underground space are included in the classification system and site-register “cadastre” (http://catastoartificiali.speleo.it).

It is obvious that the size of the “phenomenon of artificial cavities” in a given place, both by number and by extension, is in direct and inverse correlation with the hardness of the rock and, as a consequence, with the easiness of excavation. The characteristics of the cavities present in a given urban area are also closely related to the peculiarities of the site itself, and to its evolution and transformation as well. In many cases artificial cavities go back to a historical period of which there is no longer evidence on the surface. Therefore, cavities are often the only evidence left of pre-existing territorial organizations and of a lifestyle wiped out by the present urban development, owing to new and different needs developed in the course of time.

 

Motivation

The reasons why very different people, in different epochs, dug the depths of the rock are to be found in the need to:

– obtain water and/or minerals;

– exploit the natural thermal properties of underground sites to survive in adverse weather conditions;

– overcome the shortage of timber for building and/or heating;

– bury the dead;

– find conditions of ascetic isolation;

– defend against raids, persecution, war;

– hide from justice;

– exploit the economy and/or ease of excavation of some types of rock compared to other construction techniques;

– take advantage of the shape of some rocky hills;

– obtain free areas for productive activities.

 

Study and classification of artificial cavities

To ensure the proper investigation and cataloguing of anthropogenic cavities it is crucial to identify:

– the technique of construction;

– the function (or purpose);

– the time of excavation;

– the shape and development of the underground structure;

– the spatial correlation with the surrounding environment;

– the temporal correlation with the general historical events on a general, regional and local scale.

The variety of underground artificial structures is very large. Consequently, the classification chosen by the Commission of Artificial Cavities of the Italian Speleological Society to identify synthetically the nature of a cavity is organized like a tree, based on seven main types, in turn divided into sub-types. The use is made easy by alphanumeric codes. Often different uses overlap in time; thus, a single site may have multiple classifications representing different periods in its life.

DOWNLOAD HERE THE PDF ARTICLE – SCARICA QUI IL PDF DEL CONTRIBUTO COMPLETO The typological tree of artificial cavities: a contribution by the Italian Speleological Society Commission

La colombaia della fascia intermedia. Foto Carlo Germani ©Copyright EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati.

 
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Pubblicato da su 22 febbraio 2015 in Cavità artificiali, Speleologia, Tipologie

 

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Un acquedotto lungo… trent’anni: il Fontana

Acquedotto Fontana le esplorazioni del 2014. Foto Carlo Germani Archivio Egeria CRS.

L’Acquedotto Fontana, realizzato nel 1612 dall’architetto Giovanni  Fontana (Lugano, 1540 – Roma, 1614) per alimentare la città di Velletri, è ben riportato sulle tavolette IGM (150 II SO), rilevate nel 1873. Opera imponente, censita nel Catasto delle cavità artificiali del Lazio al numero CA29LaRM, ha una lunghezza complessiva che si aggira intorno ai 14 chilometri, interessando i Comuni di Velletri e Nemi. Oggi non più in uso, presenta ancora tratti in perfetto stato di conservazione che potrebbero essere destinati in futuro, analogamente a quanto avviene in altre città italiane, ad una valorizzazione di tipo turistico-culturale.

Nel 1983 la Cooperativa La Montagna (Roma) effettuò vari sopralluoghi allo scopo di accertare lo stato generale della struttura (Coop La Montagna, 1983) e grazie alle indagini dell’epoca furono individuati i lunghi tratti sotterranei nella zona compresa fra i Pratoni del Vivaro e Velletri.

Circa venti anni dopo, nel 2002, il Centro Ricerche Sotterranee Egeria intraprese un censimento delle antiche opere idrauliche dei Colli Albani (Dobosz T., Filippi G., Galeazzi C., Galeazzi S., Germani C., 2003). Nell’ambito dello studio emerse l’ipotesi che alcuni tratti dell’acquedotto di Fontana Tempesta, considerati a sé stanti, fossero in realtà correlati all’Acquedotto Fontana.

Si riporta uno stralcio della relazione del Gruppo Egeria pubblicata su Opera Ipogea 2/3-2003.

“Accanto al cunicolo alto di Vitellio, sul lato opposto del sentiero Fontana Tempesta – SS 217, un tombino in cemento celato nel bosco da accesso ad una vasta struttura ipogea percorsa da un discreto flusso idrico che porta, a monte, ad una rete di captazioni che si spinge fin sotto la SS 217.  Alcuni tratti rivestiti in muratura, di fattura simile a quelli riscontrati nel cunicolo di Fontana Tempesta, fanno ritenere che questi condotti siano stati oggetto di regolare manutenzione fino a tempi recenti. Verso valle si incontra un primo breve tratto in forte pendenza che, dopo alcune diramazioni cieche poste a varie altezze, termina in un condotto di dimensioni ridotte, anch’esso in forte pendenza (anche se con gradiente inferiore al precedente) diretto verso SW.  L’acqua scompare dopo alcune decine di metri in un sifone impercorribile, disperdendosi e riemergendo in parte lungo il sentiero (che in estate risulta inspiegabilmente umido) e in parte filtrando verso il cunicolo di Fontana Tempesta.

Poco prima del sifone una risalita permette di accedere ad un cunicolo soprastante con volta a cappuccina. Questo, molto diverso dai precedenti ed evidentemente più antico, risulta grossolanamente parallelo al cunicolo sottostante e termina, a monte, su una chiusura in muratura.  Verso valle, al contrario, la galleria curva a sinistra dopo poche decine di metri dall’ingresso e si snoda parallela alla SS 217 per molte centinaia di metri, intercettando vari pozzi e cunicoli laterali posti a livello leggermente più alto.La percorrenza di queste gallerie è sufficientemente agevole sia pur in presenza di numerosi stillicidi e di lunghi tratti allagati.        

L’ipotesi di lavoro sulla base della quale stiamo attualmente sviluppando le future esplorazioni di questo interessantissimo ipogeo è che rappresenti la parte più a monte dell’Acquedotto Fontana. Manca tutt’ora un raccordo tra la zona da noi esplorata e i tratti noti dei Pratoni del Vivaro, ma rimangono ancora molti passaggi sotterranei da percorrere nei quali, nel corso di alcuni sopralluoghi speditivi, sono stati notati cunicoli posti a livelli superiori.”

Nonostante l’intenzione di proseguire l’esplorazione del Fontana, dal 2003 al 2014 la nostra Associazione, impegnata in altre campagne complesse, è stata costretta a rimandare questo studio che avrebbe richiesto – per la sua complessità – attenzione pressoché esclusiva. Con il risultato che l’indagine è rimasta ferma per dodici anni. Nel Novembre 2014, dopo oltre trenta anni dalla ricognizione dei colleghi de la Cooperativa La Montagna, abbiamo ripreso lo studio dell’Acquedotto Fontana soprattutto grazie alla spinta propulsiva e alle puntuali indicazioni di Ruggero Bottiglia, socio del nostro gruppo e profondo conoscitore della zona di Velletri che, dopo una attenta indagine bibliografica, ha censito molti punti di accesso all’Acquedotto mai presi in considerazione prima d’ora.

Le preliminari nuove indagini speleologiche hanno evidenziato che i tratti oggi presi in esame presentano, coerentemente a quelli già rilevati nel 2002, una forte pendenza, rivestimento impermeabilizzante, tratti con volta a cappuccina. Alcune captazioni sono con evidenza state annesse alla struttura in una fase successiva rispetto all’epoca di realizzazione dell’acquedotto, in linea con quanto ben ipotizzato dai colleghi de La Cooperativa La Montagna.

Lo studio del Centro Ricerche Sotterranee Egeria, che si protrarrà ragionevolmente fino a tutto il 2015, ha come obiettivo il completo riesame speleologico dell’Acquedotto Fontana per fornire una nuova lettura dell’antica opera attraverso la comparazione fra tutte le fonti bibliografiche disponibili, le  evidenze sul territorio e l’accurata analisi del lunghissimo ipogeo.

Fra le immagini del 2002 (lo sottolineo con malcelato orgoglio) Adelaide Michelini, all’epoca giovanissima speleologa, oggi chef di fama internazionale e Antonio De Paolis, collega e amico di sempre attualmente proiettato verso un importante percorso artistico.

Note bibliografiche

Coop La Montagna, 1983, Relazione sullo stato generale dell’Acquedotto “Fontana” in Velletri.

Dobosz T., Filippi G., Galeazzi C., Galeazzi S., Germani C., 2003, Gli ipogei aricini, nemorensi e del lago di Albano, Opera Ipogea N. 2-3/2003.

Carla Galeazzi©EGERIA Centro Ricerche Sotterranee

 
 

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Cappadocia (Turchia): l’insediamento rupestre di Karlik

Di Carla Galeazzi1,2 e Carlo Germani1,2

1Egeria Centro Ricerche Sotterranee; 2Commissione Nazionale Cavità Artificiali SSI

La regione della Cappadocia, nella Turchia centrale, offre paesaggi spettacolari noti in tutto il mondo, caratterizzati da particolari conformazioni geologiche scavate nel corso dei millenni per ricavare singole abitazioni o intere città sotterranee, colombaie, sistemi difensivi e opere di culto fra le quali innumerevoli chiese affrescate. Nel tempo Ittiti, Persiani, Romani, Bizantini, Ottomani e Turchi hanno governato questa regione dell’Anatolia centrale.

La Cappadocia comprende le città di Nevşehir, Ürgüp, Avanos, le valli di Zelve ed Ihlara (Peristrema), i siti di Uçhisar, Karain, Karlik, Yesiloz, Soganli e le città sotterranee di Kaymaklı e Derinkuyu. Karlik, nel distretto di Ürgüp, è situato sulla riva sinistra del fiume Derebag, affluente del  Kizilirmak, fra gli abitati di Karain e Yesiloz, 25 km a SE di Nevşehir.

Il piccolo abitato è sovrastato da una imponente falesia tufacea che, anche da lontano, appare intensamente antropizzata. Innumerevoli sono le aperture nella roccia che evidenziano gli accessi ad ipogei che hanno ospitato nel lontano passato gli abitanti della zona, le loro case, le loro chiese e, ancora oggi, le greggi. Una strada sterrata, la cui realizzazione ha comportato l’obliterazione di molte strutture ipogee, parte dal piccolo cimitero di Karlik e con un percorso sinuoso porta dall’abitato odierno alla sommità dell’altopiano, dove sono ancora concentrate molte attività pastorali ed agricole.

Lo studio interdisciplinare condotto nel 2002 da Carlo Germani e Carla Galeazzi (Centro Ricerche Sotterranee EGERIA), Fabio Redi (Università di Pisa), Ezio Burri (Università dell’Aquila), Elena Di Labio e Nerio Leonori (Ass. La Stalattite Eccentrica) ha evidenziato come le strutture ipogee di Karlik siano pienamente in linea con le tante indagate in altre aree della regione da speleologi nel corso degli ultimi trenta anni.

Anche nella zona di Karlik si è riscontrata l’esistenza di accorgimenti difensivi a protezione delle abitazioni e delle strutture produttive, diffusamente riscontrati in tutta la regione cappadoce. Ciò che invece rende del tutto particolare questo abitato è la sua posizione esposta e relativamente difficile da proteggere da attacchi provenienti dall’esterno. Per questo gli antichi abitanti altomedievali adottarono una configurazione difensiva diversa dal consueto, con una sorta di inversione della struttura.

L’antica Karlik rappresenta infatti un raro esempio di villaggio “all’inverso”, con le zone produttive situate alla sommità e non alla base dell’insediamento, seguite – a scendere – dalla zona abitativa, di culto e stoccaggio delle riserve alimentari e, infine, da quella commerciale, adibita allo scambio di prodotti con gli abitanti delle zone vicine. Gli ingressi alle strutture abitative erano in gran parte localizzati alla sommità del pianoro da dove, probabilmente con scale in legno, si scendeva nel cuore della montagna verso gli ambienti di conservazione delle derrate alimentari, le abitazioni, i luoghi di culto. Le finestre verso valle erano protette dalla loro stessa altezza o da grosse pietre – macina, i passaggi attraverso la falesia più alta erano poco visibili e protetti da “posti di guardia” scavati nella roccia.

Per semplificare l’individuazione degli ipogei, abbiamo a suo tempo suddiviso l’area in quattro fasce, dal basso salendo verso l’altopiano.

Fascia bassa. Corrisponde all’attuale abitato della città di Karlik. Le strutture ipogee presenti sono ancora in gran parte utilizzate dagli abitanti del villaggio e pertanto di difficile accesso. Abbiamo notato vari ovili (uno dei quali ricavato in una chiesa rupestre) e una cisterna ancora collegata, all’epoca dello studio, ad una serie di canali di irrigazione.

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Fascia intermedia. Nel 2002 presentava traccia di recenti coltivazioni a terrazza. Si sviluppa da SW a NE a partire dal tornante della strada sterrata, fino ad un ampio ghiaione. È caratterizzata da numerosi ipogei molto danneggiati e da due complesse ed interessanti strutture rupestri.

Fascia alta.  Lungo questa bellissima e lunghissima falesia alta dai 15 ai 25 metri si sviluppava la città sotterranea vera e propria, come testimoniano le tante finestre che si affacciano sulla vallata. Purtroppo l’accesso ai vari ambienti (che avveniva dal pianoro sommitale) è in larga parte impedito dai crolli che ne hanno obliterato gli ingressi rendendo molto difficoltosa l’esplorazione.

L’accesso al pianoro sommitale era assicurato da scale intagliate nella roccia, poco visibili dal basso, che consentivano il passaggio di una sola persona per volta e fiancheggiate da ipogei (ora diruti) realizzati in modo tale da poterne controllarne l’accesso.

Pianoro sommitale. L’altopiano che sovrasta Karlik era ancora utilizzato, nel 2002, per coltivare grano ed altri prodotti. Sull’area sommitale erano ancora visibili ampie aree di cattura delle acque piovane, cisterne e canalizzazioni per il trasporto dell’acqua.  In prossimità di una grande cisterna erano ben visibili le tracce lasciate dal passaggio di carri. Nel corso dei secoli le cisterne e le aree di raccolta acqua sono state abbandonate e quindi riutilizzate come stalle ed ovili, come testimoniano vari muretti a secco. Sullo stesso pianoro sono state notate tombe a fossa.

L’esplorazione speleologica, pur analizzando ogni evidenza sul territorio, si è concentrata prevalentemente nelle due falesie corrispondenti alle fasce intermedia e alta, mentre all’altopiano è stata dedicata solo una giornata di ricognizione. L’indagine, sia pur parziale, ci ha permesso di acquisire la documentazione fotografica e topografica di molti ipogei, che sono stati codificati e censiti per ricostruire le diverse fasi di utilizzo dell’insediamento rupestre. Nella zona sono in programma nuove esplorazioni da parte della nostra associazione in collaborazione con colleghi della Commissione Nazionale Cavità Artificiali SSI, che consentiranno di acquisire dati completi sull’insediamento.

Bibliografia Burri E., Germani C., Malandra C., Redi F., 2002, L’insediamento sotterraneo di Karlik in Cappadocia (Distretto di Urgup – Provincia di Nevsehir – Turchia). In Archeologia medievale, XXIX – 2002, pp. 355-369.

 
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Pubblicato da su 31 agosto 2014 in Cavità artificiali, Insediamenti

 

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Emissario Albano: progetto Albanus un anno dopo

La fase esplorativa del Progetto Albanus, promosso e condotto dalla Federazione Hypogea (http://hypogea-web.blogspot.it/) è iniziata nell’estate 2013. Prima di descrivere le fasi degli interventi eseguiti occorre fare un passo indietro nel tempo. Le periodiche verifiche condotte dal Centro Ricerche Sotterranee Egeria prima dell’inizio del Progetto Albanus, limitate alle sole porzioni visibili, fuori terra, della struttura nella zona dell’incile, avevano evidenziato nel 2008 la totale assenza di acqua nel canale sotterraneo e, a partire dal 2009, la “ricomparsa” dell’acqua con una incomprensibile inversione di flusso verso il lago.

Nel corso dei sopralluoghi preliminari allo studio attuale avevamo anche notato, nella zona dell’incile, un moderno rialzamento in mattoni della dighetta interna, prima inesistente, che ha provocato nel condotto un cospicuo innalzamento dell’acqua rispetto al 2009. Non sappiamo da chi e perché sia stato effettuato l’intervento che però, come vedremo nel seguito, ha provocato non poche problematiche all’equilibrio idrico della struttura rendendo molto più complesse del previsto le attuali esplorazioni.

 

Nel 2013 l’incile si presentava sommerso di vegetazione spontanea. Un primo intervento degli operatori del Parco Regionale dei Castelli Romani, al quale ha fatto seguito la giornata di ripulitura straordinaria promossa da Hypogea in occasione della manifestazione “Puliamo il Mondo – Puliamo il Buio”, ha riportato l’area in condizioni ottimali per dare il via alle esplorazioni.

Fase 1. Lo studio è stato affrontato partendo dall’incile. Il canale sotterraneo si presentava completamente allagato, tanto da richiedere l’intervento dei tecnici speleo-subacquei della A.S.S.O., afferenti alla Federazione Hypogea. Pur con tecniche specifiche, tuttavia, la progressione in immersione si è rivelata impossibile. I tre tentativi di superare lo sbarramento, nel tratto in cui la volta del condotto si abbassa fino a sfiorare l’acqua, a circa 36 metri dall’ingresso, hanno attestato che i 130 cm di elemento semi-liquido risultavano composti da un 1 metro e 10 cm di limo e fango e solo 20 cm di acqua in sospensione sulla superficie. Tale condizione ha reso impossibile proseguire l’esplorazione in sicurezza ed è dunque stata sospesa. Una troupe della trasmissione Voyager ha seguito e documentato insieme a noi questi primi tentativi di esplorazione.

Fase 2. Le esplorazioni si sono spostate all’uscita dell’emissario in località Le Mole di Castel Gandolfo, dove oltre un cancello metallico è possibile accedere al canale sotterraneo da un passaggio di modeste dimensioni lasciato aperto all’epoca in cui fu realizzato il muro di tamponatura per impedire che uscissero odori sgradevoli derivanti dal riversamento delle acque del depuratore.

Oltre alla difficoltà di far penetrare nel piccolo foro di ingresso le attrezzature necessarie, il primo tratto si presentava colmo di rifiuti, in gran parte costituiti da pezzi di vetro, materiali di risulta degli ultimi lavori effettuati (palanche in legno, reti ecc.)

E’ stata fatta una sommaria ripulitura per consentire il passaggio delle squadre di esplorazione che si sono però fermate dopo circa 40 metri, in corrispondenza del primo pozzo, dove un cumulo di terra e materiali provenienti dal campi sovrastanti (reti di plastica, scarti edilizi, rifiuti, radici di un grande fico che si erano introdotte all’interno con filamenti lunghi oltre tre metri ecc.) precludevano ogni  possibilità di proseguire.

Fino a poche settimane fa, dunque, l’emissario Albano risultava quindi percorribile, con grande difficoltà, solo per circa 36 metri dal lato incile e più o meno altrettanti a Le Mole, a fronte dei 1450 totali che attendono di essere esplorati e documentati.

Fase 3. La zona di intervento primario si è spostata in terreno privato dove, grazie alla cortesia e alla disponibilità del proprietario, abbiamo potuto raggiungere il primo pozzo dall’alto e, con interventi mirati, ripristinare l’originaria percorrenza dell’acqua dal lago verso le Mole. Ciò ha consentito il drenaggio di una parte dell’acqua presente nel condotto, in particolare quella che ristagnava all’incile dopo il recente (2009 – 2013) e già citato intervento di rialzamento della “dighetta” interna. Il livello dell’acqua si è complessivamente abbassato di circa 90 cm.

In Loc. Le Mole l’acqua dell’emissario alimentava un tempo i vasconi della piazza dove le donne si recavano a lavare i panni. Oggi qui si svolgono annualmente rievocazioni storiche con lavandaie in costume e la poca acqua che ancora esce dall’emissario è stata incanalata verso il fosso. L’intervento di drenaggio è stato quindi costantemente monitorato dai tecnici di Hypogea, verificando che l’acqua in più convogliata verso Le Mole scorresse e si incanalasse lentamente verso il fosso per non superare il livello di sbarramento interno provocando una tracimazione nei vasconi.

Ciò nonostante, domenica 6 Luglio nelle vasche è comparsa all’improvviso acqua chiara, seguita da fango e ancora da acqua limpida. La fuoriuscita è durata circa 4 ore. Non era previsto che accadesse, ma al dispiacere per aver involontariamente generato un po’ di preoccupazione negli abitanti è subentrata una grande emozione. In speleologia diremmo “era saltato il tappo” con ciò intendendo che gli ultimi residui terrosi presenti verso Le Mole erano stati dilavati dall’acqua che scorre ora all’interno. Era la conferma che lo studio stava proseguendo correttamente e che l’acqua dell’emissario Albano, quel giorno, ha “semplicemente” ritrovato la corretta direzione di scorrimento. L’opera progettata in un lontanissimo passato si è risvegliata da un lungo sonno tormentato.

In questa nuova situazione anche la progressione sul lato delle Mole è diventata meno complessa ed il 31 luglio scorso le squadre di tecnici e ricercatori sono riuscite ad entrare nell’emissario per circa 400 metri in corrispondenza del secondo pozzo. La condizione strutturale del canale sotterraneo appare perfetta. L’acqua, limpidissima, in alcuni tratti supera il 2 metri ed è molto fredda per la presenza di quel rivolo che continua ad alimentare la struttura: nelle prossime fasi esplorative scopriremo finalmente da dove proviene. Le concrezioni sono suggestive come le immaginavamo.

Di seguito sezione dell’emissario Albano. Le linee tratteggiate riportano i condotti ipotizzati dal Piranesi. Le frecce verticali al centro del condotto indicano le zone di occlusione per la presenza di concrezionamento (da Castellani, Civiltà dell’Acqua, Editorial Service System). Le frecce in rosso indicano le porzioni fin qui esplorate nell’ambito del Progetto Albanus.

Diapositiva1

In Civiltà dell’Acqua Castellani scriveva: “Nibby nel 1848 descrisse l’emissario riportando l’esistenza di 62 pozzi a 120 piedi di distanza uno dall’altro, coniugando le ipotesi di Piranesi con le prescrizioni di Frontino. Particolare del tutto inesistente, che dimostra come né il Nibby né altri avessero mai realmente rivisitato l’emissario…”

E questo spiega alcune ricostruzioni fantasiose fatte nel passato del tracciato dell’emissario albano. Lo stesso Vittorio precisa tuttavia che, proprio in corrispondenza delle colate calcitiche,  non fu possibile attraversare il condotto, né studiarne la volta, per poter escludere con certezza l’esistenza di altri pozzi in tale tratto. Li potrebbe trovarsi dunque un pozzo ancora sconosciuto. Ma appare improbabile che la popolazione del luogo, che da sempre utilizza i terreni sovrastanti, non lo abbia mai notato. Mentre è ragionevole ipotizzare che il condotto sia alimentato, proprio in corrispondenza del concrezionamento, da sorgenti, falde sospese o altro. Per dare una risposta alle ipotesi è però necessario raggiungere il cuore dell’emissario, ovvero la sua porzione centrale.

All’incile il silenzio ha ripreso il posto del mormorio dell’acqua che vi scorreva negli ultimi anni.  Il cospicuo deposito fangoso, invisibile fino alle immersioni speleo-subacquee condotte grazie al Progetto Albanus dovrà essere rimosso. La Federazione Hypogea sta valutando diverse ipotesi di intervento che, necessariamente, dovranno essere supportate dal Comune e dal Parco.

Al completamento del progetto mancano ancora due anni. Il prossimo obiettivo è il ripristino della percorribilità interna che consentirà di effettuare il rilievo topografico ed acquisire la documentazione iconografica della struttura. Azioni preliminari alle successive valutazioni scientifiche. Un lavoro ancora lungo e complesso, ma affascinante. Intanto, un primo importante obiettivo è stato raggiunto: il cuore dell’emissario Albano è finalmente tornato a battere, insieme ai nostri.

La relazione preliminare sugli esiti del Progetto Albanus sarà presentata al Congresso Internazionale di Speleologia in Cavità Artificiali che si svolgerà a Roma nel Marzo 2015.

Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

 

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