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Archivio dell'autore: carlagaleazzi

Informazioni su carlagaleazzi

Socio fondatore del CRSE, speleologa dal 1992

Classification of Artificial Cavities in Italy

Concept of Artificial Cavities

In Italy, conventionally, artificial cavities are the underground works of historical and anthropological interest, man-made or readjusted by man for his needs. Therefore artificial cavities are considered to include both man-made works (excavated, built underground or turned into underground structures by stratigraphic overlap) and natural caves if  readjusted to human needs, at least in part. For example, the natural caves used as shelters in the Alps during the First World War, the hermitages in natural shelters, etc.

Both of these sorts of underground space are included in the classification system and site-register “cadastre” (http://catastoartificiali.speleo.it).

It is obvious that the size of the “phenomenon of artificial cavities” in a given place, both by number and by extension, is in direct and inverse correlation with the hardness of the rock and, as a consequence, with the easiness of excavation. The characteristics of the cavities present in a given urban area are also closely related to the peculiarities of the site itself, and to its evolution and transformation as well. In many cases artificial cavities go back to a historical period of which there is no longer evidence on the surface. Therefore, cavities are often the only evidence left of pre-existing territorial organizations and of a lifestyle wiped out by the present urban development, owing to new and different needs developed in the course of time.

 

Motivation

The reasons why very different people, in different epochs, dug the depths of the rock are to be found in the need to:

– obtain water and/or minerals;

– exploit the natural thermal properties of underground sites to survive in adverse weather conditions;

– overcome the shortage of timber for building and/or heating;

– bury the dead;

– find conditions of ascetic isolation;

– defend against raids, persecution, war;

– hide from justice;

– exploit the economy and/or ease of excavation of some types of rock compared to other construction techniques;

– take advantage of the shape of some rocky hills;

– obtain free areas for productive activities.

 

Study and classification of artificial cavities

To ensure the proper investigation and cataloguing of anthropogenic cavities it is crucial to identify:

– the technique of construction;

– the function (or purpose);

– the time of excavation;

– the shape and development of the underground structure;

– the spatial correlation with the surrounding environment;

– the temporal correlation with the general historical events on a general, regional and local scale.

The variety of underground artificial structures is very large. Consequently, the classification chosen by the Commission of Artificial Cavities of the Italian Speleological Society to identify synthetically the nature of a cavity is organized like a tree, based on seven main types, in turn divided into sub-types. The use is made easy by alphanumeric codes. Often different uses overlap in time; thus, a single site may have multiple classifications representing different periods in its life.

DOWNLOAD HERE THE PDF ARTICLE – SCARICA QUI IL PDF DEL CONTRIBUTO COMPLETO The typological tree of artificial cavities: a contribution by the Italian Speleological Society Commission

La colombaia della fascia intermedia. Foto Carlo Germani ©Copyright EgeriaCRS riproduzione ed uso vietati.

 
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Pubblicato da su 22 febbraio 2015 in Cavità artificiali, Speleologia, Tipologie

 

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Un acquedotto lungo… trent’anni: il Fontana

Acquedotto Fontana le esplorazioni del 2014. Foto Carlo Germani Archivio Egeria CRS.

L’Acquedotto Fontana, realizzato nel 1612 dall’architetto Giovanni  Fontana (Lugano, 1540 – Roma, 1614) per alimentare la città di Velletri, è ben riportato sulle tavolette IGM (150 II SO), rilevate nel 1873. Opera imponente, censita nel Catasto delle cavità artificiali del Lazio al numero CA29LaRM, ha una lunghezza complessiva che si aggira intorno ai 14 chilometri, interessando i Comuni di Velletri e Nemi. Oggi non più in uso, presenta ancora tratti in perfetto stato di conservazione che potrebbero essere destinati in futuro, analogamente a quanto avviene in altre città italiane, ad una valorizzazione di tipo turistico-culturale.

Nel 1983 la Cooperativa La Montagna (Roma) effettuò vari sopralluoghi allo scopo di accertare lo stato generale della struttura (Coop La Montagna, 1983) e grazie alle indagini dell’epoca furono individuati i lunghi tratti sotterranei nella zona compresa fra i Pratoni del Vivaro e Velletri.

Circa venti anni dopo, nel 2002, il Centro Ricerche Sotterranee Egeria intraprese un censimento delle antiche opere idrauliche dei Colli Albani (Dobosz T., Filippi G., Galeazzi C., Galeazzi S., Germani C., 2003). Nell’ambito dello studio emerse l’ipotesi che alcuni tratti dell’acquedotto di Fontana Tempesta, considerati a sé stanti, fossero in realtà correlati all’Acquedotto Fontana.

Si riporta uno stralcio della relazione del Gruppo Egeria pubblicata su Opera Ipogea 2/3-2003.

“Accanto al cunicolo alto di Vitellio, sul lato opposto del sentiero Fontana Tempesta – SS 217, un tombino in cemento celato nel bosco da accesso ad una vasta struttura ipogea percorsa da un discreto flusso idrico che porta, a monte, ad una rete di captazioni che si spinge fin sotto la SS 217.  Alcuni tratti rivestiti in muratura, di fattura simile a quelli riscontrati nel cunicolo di Fontana Tempesta, fanno ritenere che questi condotti siano stati oggetto di regolare manutenzione fino a tempi recenti. Verso valle si incontra un primo breve tratto in forte pendenza che, dopo alcune diramazioni cieche poste a varie altezze, termina in un condotto di dimensioni ridotte, anch’esso in forte pendenza (anche se con gradiente inferiore al precedente) diretto verso SW.  L’acqua scompare dopo alcune decine di metri in un sifone impercorribile, disperdendosi e riemergendo in parte lungo il sentiero (che in estate risulta inspiegabilmente umido) e in parte filtrando verso il cunicolo di Fontana Tempesta.

Poco prima del sifone una risalita permette di accedere ad un cunicolo soprastante con volta a cappuccina. Questo, molto diverso dai precedenti ed evidentemente più antico, risulta grossolanamente parallelo al cunicolo sottostante e termina, a monte, su una chiusura in muratura.  Verso valle, al contrario, la galleria curva a sinistra dopo poche decine di metri dall’ingresso e si snoda parallela alla SS 217 per molte centinaia di metri, intercettando vari pozzi e cunicoli laterali posti a livello leggermente più alto.La percorrenza di queste gallerie è sufficientemente agevole sia pur in presenza di numerosi stillicidi e di lunghi tratti allagati.        

L’ipotesi di lavoro sulla base della quale stiamo attualmente sviluppando le future esplorazioni di questo interessantissimo ipogeo è che rappresenti la parte più a monte dell’Acquedotto Fontana. Manca tutt’ora un raccordo tra la zona da noi esplorata e i tratti noti dei Pratoni del Vivaro, ma rimangono ancora molti passaggi sotterranei da percorrere nei quali, nel corso di alcuni sopralluoghi speditivi, sono stati notati cunicoli posti a livelli superiori.”

Nonostante l’intenzione di proseguire l’esplorazione del Fontana, dal 2003 al 2014 la nostra Associazione, impegnata in altre campagne complesse, è stata costretta a rimandare questo studio che avrebbe richiesto – per la sua complessità – attenzione pressoché esclusiva. Con il risultato che l’indagine è rimasta ferma per dodici anni. Nel Novembre 2014, dopo oltre trenta anni dalla ricognizione dei colleghi de la Cooperativa La Montagna, abbiamo ripreso lo studio dell’Acquedotto Fontana soprattutto grazie alla spinta propulsiva e alle puntuali indicazioni di Ruggero Bottiglia, socio del nostro gruppo e profondo conoscitore della zona di Velletri che, dopo una attenta indagine bibliografica, ha censito molti punti di accesso all’Acquedotto mai presi in considerazione prima d’ora.

Le preliminari nuove indagini speleologiche hanno evidenziato che i tratti oggi presi in esame presentano, coerentemente a quelli già rilevati nel 2002, una forte pendenza, rivestimento impermeabilizzante, tratti con volta a cappuccina. Alcune captazioni sono con evidenza state annesse alla struttura in una fase successiva rispetto all’epoca di realizzazione dell’acquedotto, in linea con quanto ben ipotizzato dai colleghi de La Cooperativa La Montagna.

Lo studio del Centro Ricerche Sotterranee Egeria, che si protrarrà ragionevolmente fino a tutto il 2015, ha come obiettivo il completo riesame speleologico dell’Acquedotto Fontana per fornire una nuova lettura dell’antica opera attraverso la comparazione fra tutte le fonti bibliografiche disponibili, le  evidenze sul territorio e l’accurata analisi del lunghissimo ipogeo.

Fra le immagini del 2002 (lo sottolineo con malcelato orgoglio) Adelaide Michelini, all’epoca giovanissima speleologa, oggi chef di fama internazionale e Antonio De Paolis, collega e amico di sempre attualmente proiettato verso un importante percorso artistico.

Note bibliografiche

Coop La Montagna, 1983, Relazione sullo stato generale dell’Acquedotto “Fontana” in Velletri.

Dobosz T., Filippi G., Galeazzi C., Galeazzi S., Germani C., 2003, Gli ipogei aricini, nemorensi e del lago di Albano, Opera Ipogea N. 2-3/2003.

Carla Galeazzi©EGERIA Centro Ricerche Sotterranee

 
 

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Cappadocia (Turchia): l’insediamento rupestre di Karlik

Di Carla Galeazzi1,2 e Carlo Germani1,2

1Egeria Centro Ricerche Sotterranee; 2Commissione Nazionale Cavità Artificiali SSI

La regione della Cappadocia, nella Turchia centrale, offre paesaggi spettacolari noti in tutto il mondo, caratterizzati da particolari conformazioni geologiche scavate nel corso dei millenni per ricavare singole abitazioni o intere città sotterranee, colombaie, sistemi difensivi e opere di culto fra le quali innumerevoli chiese affrescate. Nel tempo Ittiti, Persiani, Romani, Bizantini, Ottomani e Turchi hanno governato questa regione dell’Anatolia centrale.

La Cappadocia comprende le città di Nevşehir, Ürgüp, Avanos, le valli di Zelve ed Ihlara (Peristrema), i siti di Uçhisar, Karain, Karlik, Yesiloz, Soganli e le città sotterranee di Kaymaklı e Derinkuyu. Karlik, nel distretto di Ürgüp, è situato sulla riva sinistra del fiume Derebag, affluente del  Kizilirmak, fra gli abitati di Karain e Yesiloz, 25 km a SE di Nevşehir.

Il piccolo abitato è sovrastato da una imponente falesia tufacea che, anche da lontano, appare intensamente antropizzata. Innumerevoli sono le aperture nella roccia che evidenziano gli accessi ad ipogei che hanno ospitato nel lontano passato gli abitanti della zona, le loro case, le loro chiese e, ancora oggi, le greggi. Una strada sterrata, la cui realizzazione ha comportato l’obliterazione di molte strutture ipogee, parte dal piccolo cimitero di Karlik e con un percorso sinuoso porta dall’abitato odierno alla sommità dell’altopiano, dove sono ancora concentrate molte attività pastorali ed agricole.

Lo studio interdisciplinare condotto nel 2002 da Carlo Germani e Carla Galeazzi (Centro Ricerche Sotterranee EGERIA), Fabio Redi (Università di Pisa), Ezio Burri (Università dell’Aquila), Elena Di Labio e Nerio Leonori (Ass. La Stalattite Eccentrica) ha evidenziato come le strutture ipogee di Karlik siano pienamente in linea con le tante indagate in altre aree della regione da speleologi nel corso degli ultimi trenta anni.

Anche nella zona di Karlik si è riscontrata l’esistenza di accorgimenti difensivi a protezione delle abitazioni e delle strutture produttive, diffusamente riscontrati in tutta la regione cappadoce. Ciò che invece rende del tutto particolare questo abitato è la sua posizione esposta e relativamente difficile da proteggere da attacchi provenienti dall’esterno. Per questo gli antichi abitanti altomedievali adottarono una configurazione difensiva diversa dal consueto, con una sorta di inversione della struttura.

L’antica Karlik rappresenta infatti un raro esempio di villaggio “all’inverso”, con le zone produttive situate alla sommità e non alla base dell’insediamento, seguite – a scendere – dalla zona abitativa, di culto e stoccaggio delle riserve alimentari e, infine, da quella commerciale, adibita allo scambio di prodotti con gli abitanti delle zone vicine. Gli ingressi alle strutture abitative erano in gran parte localizzati alla sommità del pianoro da dove, probabilmente con scale in legno, si scendeva nel cuore della montagna verso gli ambienti di conservazione delle derrate alimentari, le abitazioni, i luoghi di culto. Le finestre verso valle erano protette dalla loro stessa altezza o da grosse pietre – macina, i passaggi attraverso la falesia più alta erano poco visibili e protetti da “posti di guardia” scavati nella roccia.

Per semplificare l’individuazione degli ipogei, abbiamo a suo tempo suddiviso l’area in quattro fasce, dal basso salendo verso l’altopiano.

Fascia bassa. Corrisponde all’attuale abitato della città di Karlik. Le strutture ipogee presenti sono ancora in gran parte utilizzate dagli abitanti del villaggio e pertanto di difficile accesso. Abbiamo notato vari ovili (uno dei quali ricavato in una chiesa rupestre) e una cisterna ancora collegata, all’epoca dello studio, ad una serie di canali di irrigazione.

L

Fascia intermedia. Nel 2002 presentava traccia di recenti coltivazioni a terrazza. Si sviluppa da SW a NE a partire dal tornante della strada sterrata, fino ad un ampio ghiaione. È caratterizzata da numerosi ipogei molto danneggiati e da due complesse ed interessanti strutture rupestri.

Fascia alta.  Lungo questa bellissima e lunghissima falesia alta dai 15 ai 25 metri si sviluppava la città sotterranea vera e propria, come testimoniano le tante finestre che si affacciano sulla vallata. Purtroppo l’accesso ai vari ambienti (che avveniva dal pianoro sommitale) è in larga parte impedito dai crolli che ne hanno obliterato gli ingressi rendendo molto difficoltosa l’esplorazione.

L’accesso al pianoro sommitale era assicurato da scale intagliate nella roccia, poco visibili dal basso, che consentivano il passaggio di una sola persona per volta e fiancheggiate da ipogei (ora diruti) realizzati in modo tale da poterne controllarne l’accesso.

Pianoro sommitale. L’altopiano che sovrasta Karlik era ancora utilizzato, nel 2002, per coltivare grano ed altri prodotti. Sull’area sommitale erano ancora visibili ampie aree di cattura delle acque piovane, cisterne e canalizzazioni per il trasporto dell’acqua.  In prossimità di una grande cisterna erano ben visibili le tracce lasciate dal passaggio di carri. Nel corso dei secoli le cisterne e le aree di raccolta acqua sono state abbandonate e quindi riutilizzate come stalle ed ovili, come testimoniano vari muretti a secco. Sullo stesso pianoro sono state notate tombe a fossa.

L’esplorazione speleologica, pur analizzando ogni evidenza sul territorio, si è concentrata prevalentemente nelle due falesie corrispondenti alle fasce intermedia e alta, mentre all’altopiano è stata dedicata solo una giornata di ricognizione. L’indagine, sia pur parziale, ci ha permesso di acquisire la documentazione fotografica e topografica di molti ipogei, che sono stati codificati e censiti per ricostruire le diverse fasi di utilizzo dell’insediamento rupestre. Nella zona sono in programma nuove esplorazioni da parte della nostra associazione in collaborazione con colleghi della Commissione Nazionale Cavità Artificiali SSI, che consentiranno di acquisire dati completi sull’insediamento.

Bibliografia Burri E., Germani C., Malandra C., Redi F., 2002, L’insediamento sotterraneo di Karlik in Cappadocia (Distretto di Urgup – Provincia di Nevsehir – Turchia). In Archeologia medievale, XXIX – 2002, pp. 355-369.

 
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Pubblicato da su 31 agosto 2014 in Cavità artificiali, Insediamenti

 

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Emissario Albano: progetto Albanus un anno dopo

La fase esplorativa del Progetto Albanus, promosso e condotto dalla Federazione Hypogea (http://hypogea-web.blogspot.it/) è iniziata nell’estate 2013. Prima di descrivere le fasi degli interventi eseguiti occorre fare un passo indietro nel tempo. Le periodiche verifiche condotte dal Centro Ricerche Sotterranee Egeria prima dell’inizio del Progetto Albanus, limitate alle sole porzioni visibili, fuori terra, della struttura nella zona dell’incile, avevano evidenziato nel 2008 la totale assenza di acqua nel canale sotterraneo e, a partire dal 2009, la “ricomparsa” dell’acqua con una incomprensibile inversione di flusso verso il lago.

Nel corso dei sopralluoghi preliminari allo studio attuale avevamo anche notato, nella zona dell’incile, un moderno rialzamento in mattoni della dighetta interna, prima inesistente, che ha provocato nel condotto un cospicuo innalzamento dell’acqua rispetto al 2009. Non sappiamo da chi e perché sia stato effettuato l’intervento che però, come vedremo nel seguito, ha provocato non poche problematiche all’equilibrio idrico della struttura rendendo molto più complesse del previsto le attuali esplorazioni.

 

Nel 2013 l’incile si presentava sommerso di vegetazione spontanea. Un primo intervento degli operatori del Parco Regionale dei Castelli Romani, al quale ha fatto seguito la giornata di ripulitura straordinaria promossa da Hypogea in occasione della manifestazione “Puliamo il Mondo – Puliamo il Buio”, ha riportato l’area in condizioni ottimali per dare il via alle esplorazioni.

Fase 1. Lo studio è stato affrontato partendo dall’incile. Il canale sotterraneo si presentava completamente allagato, tanto da richiedere l’intervento dei tecnici speleo-subacquei della A.S.S.O., afferenti alla Federazione Hypogea. Pur con tecniche specifiche, tuttavia, la progressione in immersione si è rivelata impossibile. I tre tentativi di superare lo sbarramento, nel tratto in cui la volta del condotto si abbassa fino a sfiorare l’acqua, a circa 36 metri dall’ingresso, hanno attestato che i 130 cm di elemento semi-liquido risultavano composti da un 1 metro e 10 cm di limo e fango e solo 20 cm di acqua in sospensione sulla superficie. Tale condizione ha reso impossibile proseguire l’esplorazione in sicurezza ed è dunque stata sospesa. Una troupe della trasmissione Voyager ha seguito e documentato insieme a noi questi primi tentativi di esplorazione.

Fase 2. Le esplorazioni si sono spostate all’uscita dell’emissario in località Le Mole di Castel Gandolfo, dove oltre un cancello metallico è possibile accedere al canale sotterraneo da un passaggio di modeste dimensioni lasciato aperto all’epoca in cui fu realizzato il muro di tamponatura per impedire che uscissero odori sgradevoli derivanti dal riversamento delle acque del depuratore.

Oltre alla difficoltà di far penetrare nel piccolo foro di ingresso le attrezzature necessarie, il primo tratto si presentava colmo di rifiuti, in gran parte costituiti da pezzi di vetro, materiali di risulta degli ultimi lavori effettuati (palanche in legno, reti ecc.)

E’ stata fatta una sommaria ripulitura per consentire il passaggio delle squadre di esplorazione che si sono però fermate dopo circa 40 metri, in corrispondenza del primo pozzo, dove un cumulo di terra e materiali provenienti dal campi sovrastanti (reti di plastica, scarti edilizi, rifiuti, radici di un grande fico che si erano introdotte all’interno con filamenti lunghi oltre tre metri ecc.) precludevano ogni  possibilità di proseguire.

Fino a poche settimane fa, dunque, l’emissario Albano risultava quindi percorribile, con grande difficoltà, solo per circa 36 metri dal lato incile e più o meno altrettanti a Le Mole, a fronte dei 1450 totali che attendono di essere esplorati e documentati.

Fase 3. La zona di intervento primario si è spostata in terreno privato dove, grazie alla cortesia e alla disponibilità del proprietario, abbiamo potuto raggiungere il primo pozzo dall’alto e, con interventi mirati, ripristinare l’originaria percorrenza dell’acqua dal lago verso le Mole. Ciò ha consentito il drenaggio di una parte dell’acqua presente nel condotto, in particolare quella che ristagnava all’incile dopo il recente (2009 – 2013) e già citato intervento di rialzamento della “dighetta” interna. Il livello dell’acqua si è complessivamente abbassato di circa 90 cm.

In Loc. Le Mole l’acqua dell’emissario alimentava un tempo i vasconi della piazza dove le donne si recavano a lavare i panni. Oggi qui si svolgono annualmente rievocazioni storiche con lavandaie in costume e la poca acqua che ancora esce dall’emissario è stata incanalata verso il fosso. L’intervento di drenaggio è stato quindi costantemente monitorato dai tecnici di Hypogea, verificando che l’acqua in più convogliata verso Le Mole scorresse e si incanalasse lentamente verso il fosso per non superare il livello di sbarramento interno provocando una tracimazione nei vasconi.

Ciò nonostante, domenica 6 Luglio nelle vasche è comparsa all’improvviso acqua chiara, seguita da fango e ancora da acqua limpida. La fuoriuscita è durata circa 4 ore. Non era previsto che accadesse, ma al dispiacere per aver involontariamente generato un po’ di preoccupazione negli abitanti è subentrata una grande emozione. In speleologia diremmo “era saltato il tappo” con ciò intendendo che gli ultimi residui terrosi presenti verso Le Mole erano stati dilavati dall’acqua che scorre ora all’interno. Era la conferma che lo studio stava proseguendo correttamente e che l’acqua dell’emissario Albano, quel giorno, ha “semplicemente” ritrovato la corretta direzione di scorrimento. L’opera progettata in un lontanissimo passato si è risvegliata da un lungo sonno tormentato.

In questa nuova situazione anche la progressione sul lato delle Mole è diventata meno complessa ed il 31 luglio scorso le squadre di tecnici e ricercatori sono riuscite ad entrare nell’emissario per circa 400 metri in corrispondenza del secondo pozzo. La condizione strutturale del canale sotterraneo appare perfetta. L’acqua, limpidissima, in alcuni tratti supera il 2 metri ed è molto fredda per la presenza di quel rivolo che continua ad alimentare la struttura: nelle prossime fasi esplorative scopriremo finalmente da dove proviene. Le concrezioni sono suggestive come le immaginavamo.

Di seguito sezione dell’emissario Albano. Le linee tratteggiate riportano i condotti ipotizzati dal Piranesi. Le frecce verticali al centro del condotto indicano le zone di occlusione per la presenza di concrezionamento (da Castellani, Civiltà dell’Acqua, Editorial Service System). Le frecce in rosso indicano le porzioni fin qui esplorate nell’ambito del Progetto Albanus.

Diapositiva1

In Civiltà dell’Acqua Castellani scriveva: “Nibby nel 1848 descrisse l’emissario riportando l’esistenza di 62 pozzi a 120 piedi di distanza uno dall’altro, coniugando le ipotesi di Piranesi con le prescrizioni di Frontino. Particolare del tutto inesistente, che dimostra come né il Nibby né altri avessero mai realmente rivisitato l’emissario…”

E questo spiega alcune ricostruzioni fantasiose fatte nel passato del tracciato dell’emissario albano. Lo stesso Vittorio precisa tuttavia che, proprio in corrispondenza delle colate calcitiche,  non fu possibile attraversare il condotto, né studiarne la volta, per poter escludere con certezza l’esistenza di altri pozzi in tale tratto. Li potrebbe trovarsi dunque un pozzo ancora sconosciuto. Ma appare improbabile che la popolazione del luogo, che da sempre utilizza i terreni sovrastanti, non lo abbia mai notato. Mentre è ragionevole ipotizzare che il condotto sia alimentato, proprio in corrispondenza del concrezionamento, da sorgenti, falde sospese o altro. Per dare una risposta alle ipotesi è però necessario raggiungere il cuore dell’emissario, ovvero la sua porzione centrale.

All’incile il silenzio ha ripreso il posto del mormorio dell’acqua che vi scorreva negli ultimi anni.  Il cospicuo deposito fangoso, invisibile fino alle immersioni speleo-subacquee condotte grazie al Progetto Albanus dovrà essere rimosso. La Federazione Hypogea sta valutando diverse ipotesi di intervento che, necessariamente, dovranno essere supportate dal Comune e dal Parco.

Al completamento del progetto mancano ancora due anni. Il prossimo obiettivo è il ripristino della percorribilità interna che consentirà di effettuare il rilievo topografico ed acquisire la documentazione iconografica della struttura. Azioni preliminari alle successive valutazioni scientifiche. Un lavoro ancora lungo e complesso, ma affascinante. Intanto, un primo importante obiettivo è stato raggiunto: il cuore dell’emissario Albano è finalmente tornato a battere, insieme ai nostri.

La relazione preliminare sugli esiti del Progetto Albanus sarà presentata al Congresso Internazionale di Speleologia in Cavità Artificiali che si svolgerà a Roma nel Marzo 2015.

Carla Galeazzi ©Egeria Centro Ricerche Sotterranee

 

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Bracciano (Roma): scoperto ed esplorato lo sconosciuto tratto iniziale dell’acquedotto Traiano. Conferenza speleologica di presentazione il 21 giugno 2014.

L’acquedotto Traiano venne costruito dall’imperatore Traiano nel 109 d.C. e raccoglieva le acque di diverse sorgenti attorno al lago di Bracciano (lacus Sabatinus), sui monti Sabatini. Lungo complessivamente 57 km, raggiungeva la città con un percorso in gran parte sotterraneo lungo le vie Clodia e Trionfale e poi su arcate lungo la via Aurelia, entrando a Roma sul colle Gianicolo, sulla riva destra del fiume Tevere. Dopo la caduta dell’Impero Romano il condotto fu interrotto e riparato più volte, fino ad essere abbandonato intorno al IX secolo.

Delle molte sorgenti le più lontane da Roma si trovavano lungo il Fosso di Grotte Renara, a est di Manziana. Da qui un ramo di acquedotto scendeva verso SE fino alla sponda del lago e lo aggirava in senso orario, intercettando lungo il percorso le acque provenienti dalle altre sorgenti. Un ulteriore ramo di acquedotto traeva origine a SE di Oriolo Romano da quella ricca area sorgentizia, oggi denominata Santa Fiora, che è nota per l’omonimo ninfeo. Questo secondo ramo scendeva è stato sempre genericamente indicato scendere verso il lago e ricongiungersi con quello proveniente da Grotte Renara, secondo un percorso che fino ad oggi non era mai stato identificato né descritto con esattezza. Anche perché fu tagliato in un’epoca imprecisata tra il VI e il IX secolo e mai più ripristinato, a differenza di altri rami dell’acquedotto che furono ristrutturati più volte, in particolare nel XVII secolo da papa Paolo V, quando l’acquedotto completamente ricostruito prese il nome di Acqua Paola (oggetto di indagini speleologiche da parte dei colleghi del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio (http://www.scintilena.com/scoperto-ed-esplorato-un-tratto-dellacquedotto-paolo/05/13/)

Le sorgenti della Fiora, dopo un lungo periodo di abbandono e di probabile utilizzo locale, furono impiegate a partire dal 1698 per alimentare Bracciano, attraverso l’acquedotto Orsini – Odescalchi, che raggiungeva la cittadina con un percorso in parte sotterraneo e in parte su arcate e ancora oggi alimentano l’acquedotto moderno di Bracciano. Se le sorgenti della Fiora erano ben note, del condotto che le raccordava al ramo di Grotte Renara si era persa memoria. Vari autori antichi e moderni ne hanno ipotizzato il tracciato ma sempre, come abbiamo scoperto nel corso delle nostre ricerche, con grossi errori di localizzazione: lo stesso Ashby (The Aquaeducts of Ancient Rome, 1935, p. 301) ipotizza, sbagliando, una ripida discesa nella valle del fosso di Fiora fino a Vigna Grande.

Dall’estate del 2013 il Centro Ricerche Sotterranee Egeria e l’associazione Roma Sotterranea stanno svolgendo una accurata indagine sul territorio che ha consentito il ritrovamento e l’esplorazione di questo tratto dimenticato dell’acquedotto Traiano. Alle esplorazioni partecipano numerosi tecnici e ricercatori afferenti ai due gruppi e Luigi Manna del Gruppo Cudinipuli (CS).
Il condotto scende dalla Fiora accostando inizialmente la sponda orografica sinistra del Fosso di Fiora per poi uscirne dirigendosi verso NE, sempre con lieve pendenza, seguendo all’incirca la curva di livello e quindi mantenendosi ben sopra i 300 m s.l. Dopo alcuni km inizia una discesa sempre più ripida verso Vigna Orsini ove si presume si trovasse il punto di raccordo con il ramo proveniente da Grotte Renara.

Il percorso è risultato quasi interamente sotterraneo, realizzato a poca profondità, mediante trincea ricoperta.
Un solo tratto è visibile sopra suolo, per il superamento di un piccolo fosso, tutti gli altri piccoli corsi d’acqua vengono sottopassati. La stessa cosa doveva avvenire in un punto non più visibile presso la sorgente, in corrispondenza degli impianti moderni dell’acquedotto di Bracciano.
Gran parte del percorso è stato individuato seguendo i pozzi collassati e i tratti residuali della trincea. Ciò che resta dell’acquedotto appare in tutto il suo fascino di opera idraulica “imperiale”, frutto di una tecnologia matura e realizzato con uno standard costruttivo elevatissimo ed uniforme per decine di chilometri. L’intonaco impermeabile è bianco e in perfetto stato, così come l’opus reticolatum dei rivestimenti: se non fosse stata distrutta la struttura sarebbe probabilmente ancora funzionante!

Dall’analisi teorica condotta con l’amico idrogeologo Leonardo (Leo) Lombardi, ben noto a chi si occupa opere idrauliche del mondo antico, emergeva anche un problema di dislivello. Le sorgenti della Fiora sono infatti poste a 325 metri s.l.m. mentre la sua prosecuzione intorno al lago scorre ad una quota di 180 metri s.l.m. Dunque il ramo di Santa Fiora doveva perdere 145 metri di quota in poco più di 3,5 Km, distanza che separa la sorgente dalla zona di Vicarello, nel quadrante NO del lago dove certamente confluivano vari rami dell’acquedotto. Una caduta in netto contrasto con la pendenza solitamente adottata negli acquedotti romani. Avevamo pertanto ipotizzato l’esistenza di una struttura atta ad assorbire l’urto della massa d’acqua che perdeva rapidamente quota, ad esempio un “dissipatore”, presente in alcune strutture romane come l’acquedotto di Beaulieu in Francia o Valdepuentes in Spagna. Grazie alle puntuali indagini sul territorio sono emerse novità importanti dal punto di vista della tecnica idraulica, che saranno presentate al Congresso Internazionale di Speleologia in Cavità Artificiali “Hypogea 2015” che si terrà a Roma tra il 12 e il 17 marzo 2015.

Le ricognizioni speleologiche hanno permesso di acquisire i rilievi topografici e le immagini delle tante porzioni sin qui rintracciate. Le esplorazioni proseguono e ci auguriamo che i risultati sin qui conseguiti possano presto essere confrontati con quelli raggiunti dai colleghi del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio nell’acquedotto Paolo.

Di Carla Galeazzi, Vittorio Colombo, Carlo Germani ©EgeriaCRS e ©Roma Sotterranea. Utilizzo e diffusione vietati.

Acquedotto Traiano. Foto Carlo Germani Archivio Egeria Centro Ricerche Sotterranee. Riproduzione ed uso vietati.

 

 

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