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Le piene del Tevere a Roma dal V Secolo a.C. all’anno 2000

04 Feb

Piena del dicembre 1937: L’isola Tiberina vista dalla riva destra. (Foto Filippo e Saverio Bersani).

Le piene del Tevere a Roma dal V Secolo a.C. all’anno 2000. Di Pio Bersani* e Mauro Bencivenga** (p.g.c. Pio Bersani)

*Geologo libero professionista, Egeria Centro Ricerche Sotterranee (E-mail: piober@libero.it); **Ingegnere dirigente del Servizio Idrografico e Mareografico Nazionale

La storia di Roma è sempre stata intimamente legata alle vicende del suo fiume: il Tevere, presente sin dal tempo della leggenda della fondazione della città. I periodi storici più felici per Roma sono stati contrassegnati da una valorizzazione del fiume e da un rispetto per esso, a cui ha fatto riscontro una migliore difesa dalle inondazioni, come testimoniano la storia dei primi secoli del periodo romano imperiale ed in epoca più recente il ’600, il secolo del grande barocco romano, in cui sono vissuti grandi pontefici e grandi artisti.

Lo studio si propone l’ambizioso obiettivo di riassumere 2500 anni di storia delle piene del Tevere a Roma. La prima parte si basa essenzialmente su una ricerca storica di quanto ci è stato tramandato dalle varie fonti bibliografiche e dai vari autori che nel tempo si sono interessati dell’argomento; mentre nella seconda parte, concernente gli ultimi 130 anni (dal 1870 al 2000), è stato possibile uno studio scientifico dei fenomeni di piena, grazie agli strumenti di misura e controllo che dal 1870 sono stati via via installati nel bacino del Tevere.

Le piene storiche dal V Secolo a.C. al 1870.

Le inondazioni della città di Roma da parte del Tevere hanno rappresentato un problema sin dall’antichità, la cui soluzione si è ottenuta soltanto alla fine dell’800 con la costruzione dei “muraglioni” all’interno della città di Roma, decisi in seguito alla grande piena del 1870 e realizzati tra il 1880 e il 1890 nel tratto Ponte Margherita–Ponte Palatino e completati in tutto il tratto urbano nel 1925. Molti autori si sono interessati in passato alla compilazione di elenchi delle inondazioni del Tevere a Roma. Fra questi il primo lavoro a carattere scientifico, cui si rifanno in parte anche gli autori successivi, si deve a Le Gall (1953) nel suo “Le Tibre fleuve de Rome dans l’Antiquitè”, dove per ogni piena citata viene riportata la fonte d’informazione. Tra gli autori più recenti che hanno compilato questi elenchi, a partire dalle piene del V sec a.C., si ricordano: Frosini (1977), Luciani (1985), Bencivenga (1995) e Remedia (1998). Tutti questi lavori citano la fonte dell’informazione di ogni singola piena riportata, eccetto Luciani (1985) che si limita alla sola elencazione degli anni in cui le piene sono avvenute. Inoltre in un rapporto interno del Servizio Idrografico e Mareografico di Roma del 1998 sono elencate le piene dall’anno 1000 all’anno 1870, senza però che sia citata la fonte d’informazione.

Piena del dicembre 1937: Ponte S. Angelo visto da monte. (Foto Filippo e Saverio Bersani).

Le piene del periodo Romano.

La città di Roma, sin dal suo periodo più antico, dovette lottare per rendere vivibili ed abitabili le parti di territorio su cui si andava via via sviluppando. Per eliminare i vasti e malsani acquitrini presenti nelle zone a quote meno elevate e in comunicazione con il Tevere, già nel VII secolo a.C. ebbe inizio la costruzione delle cloache (Rosicarelli, 1985), condotti cioè posti ad idonea profondità sotto il piano campagna, correnti lungo la linea di compluvio delle vallette esistenti tra i colli e sfocianti direttamente nel fiume. La prima cloaca fu realizzata nell’epoca dei re dal primo Tarquinio nell’anno 616 a.C. per bonificare la zona compresa tra i colli Palatino e Capitolino. Successivamente nel tempo furono costruite altre cloache per bonificare le vallate comprese tra i colli Quirinale, Viminale ed Esquilino fino a che, da Tarquinio il Superbo, nell’ultimo periodo della Roma Regia, venne realizzata la Cloaca Massima a risanamento delle aree del Foro, del Circo Massimo, della Suburra e nella quale furono incanalate anche le acque del Velabro, che spesso ristagnavano nella zona dove attualmente è ubicato l’arco di Giano a quattro fornici.

Il grave difetto delle cloache romane (e delle successive chiaviche nell’era papale) era quello di sboccare direttamente nel Tevere per cui, ad ogni piena del fiume, le acque rigurgitando dalle fogne inondavano estesamente le parti basse della città. Nel periodo Repubblicano e successivamente in quello Imperiale le cloache da opere preminentemente idrauliche, costruite cioè per la bonifica del suolo, vengono trasformate in opere idraulico–igieniche, atte a smaltire le acque superficiali e quelle usate dai Romani che, copiose giungevano a Roma per mezzo dei suoi grandiosi undici acquedotti (il primo acquedotto costruito a Roma, si ricorda, fu l’Appio nel 311 a.C.). Una rete di fognatura (Rosicarelli, 1985) costituisce per la città ciò che il sistema venoso è per il corpo umano: smaltisce cioè quanto il sistema arterioso, gli acquedotti, vi adducono. Le opere di bonifica delle zone più depresse e la realizzazione delle fognature sin qui descritte possono considerarsi il primo tentativo di controllo delle acque superficiali e quindi di difesa della città di Roma dalle inondazioni del Tevere.

La città di Roma nel periodo Repubblicano sorgeva prevalentemente sulle alture e le parti basse erano per lo più occupate da edifici pubblici, come ad esempio, l’enorme edificio del “Porticus Aemilia” (Moccheggiani Carpano, 1985) del II secolo a.C. costruito per il porto fluviale all’altezza della pianura tra il Tevere e l’Aventino, allo scopo di accogliere le derrate alimentari provenienti dal mare Tirreno. La situazione (Di Martino e Belati, 1980) dovette cambiare radicalmente dopo che Cesare ebbe indicato nel Campo Marzio la nuova zona di sviluppo della città, sviluppo che fu incoraggiato soprattutto da Augusto (31 a.C. – 14 d.C.), che vi costruì importanti edifici ed eresse, ai limiti di questa area, il mausoleo della sua dinastia.

Durante tutto l’Impero si assiste ad un crescente sviluppo della città nel Campo Marzio e al di là della via Lata (l’attuale via del Corso), dove nel II secolo d.C. sorsero interi quartieri di abitazioni. In questo prorompente sviluppo, Roma si estese, oltre che nel Campo Marzio, in altre due aree pianeggianti in prossimità del fiume: Trastevere e la zona dell’Emporio ai piedi dell’Aventino. È evidente che in seguito a questo nuovo assetto della città, le inondazioni del Tevere dovettero assumere, in epoca imperiale, una importanza ed una drammaticità che non ebbero di certo fino a tutto il periodo della Repubblica. Non stupisce pertanto (Di Martino e Belati, 1980) il fatto che sia stato proprio Augusto il primo ad affrontare il problema della difesa dalle inondazioni, facendo allargare e sistemare il letto del Tevere e fu lo stesso Augusto (o secondo alcuni Tiberio, 14 – 37 d.C.) ad istituire i “curatores alvei Tiberis et riparum” con il compito di delimitare e tenere sgombro l’alveo.

Una difesa “indiretta” dalle inondazioni fu prodotta dai grandi incendi della Roma imperiale, dove la gran parte delle costruzioni era in legno, e i detriti furono utilizzati per rialzare la quota delle zone più depresse. L’incendio del 64 d.C. durante l’impero di Nerone durò ben 9 giorni e distrusse gran parte della città dal Colle Oppio  all’Appia fino alla porta Capena. I detriti (Ventriglia, 1971) furono utilizzati per colmare tra l’altro la palude Caprea (la zona ove ora sorge S.Andrea della Valle), il Velabro, nel Foro il pavimento della via Sacra fu rialzato di circa 2 metri, il livello del Campo Marzio fu rialzato di circa 3 metri, etc. Altri incendi vi furono poi verso la fine dell’Impero ad opera dei barbari invasori: Alarico nel 410 d.C. e Genserico nel 455 d.C. Anche alcuni terremoti (Lanciani, 1985; Guidoboni, 1989; Bersani, 1994) hanno probabilmente contribuito a produrre macerie.

È interessante notare che sotto l’attuale Ponte Sisto è stato ritrovato un frammento di pietra proveniente dall’antico ponte di Agrippa, che portava incise delle cifre in numeri romani poste una sotto l’altra ad una distanza corrispondente alla misura di un piede romano. È quasi certo (Di Martino e Belati, 1980) che quelle cifre rappresentavano il frammento di un vero e proprio idrometro, che doveva servire a controllare il crescere della acque del fiume ed a stabilire quanto mancasse al raggiungimento del livello di guardia (la scala graduata era infatti decrescente dal basso verso l’alto). È inoltre probabile che le Mura Aureliane, costruite dall’imperatore Aureliano (270 – 275 d.C.) presenti in riva sinistra dalla Porta del Popolo fino al Ponte di Agrippa (oggi ricostruito con il nome di Ponte Sisto) e dall’altezza della Porta Portuense fino ad oltre il Monte Testaccio, svolgessero una funzione di argine in caso di piena del fiume per la parte della città compresa nel Campo Marzio.

Una difesa dalle inondazioni della città di Roma era costituita inoltre da una maggiore larghezza dell’alveo del fiume rispetto all’attuale, pari a circa 130m (Bersani et alii, 2002) a giudicare dalla lunghezza dei ponti del tempo: Senatorio, Elio e Cestio + Fabricio. Tale lunghezza è in accordo con quanto affermato dal famoso archeologo Lanciani (riportato in Perrone, 1899), il quale scoprì che i resti dell’antico “Emporium” nei pressi oggi di via Marmorata, erano arginati da tre ordini di banchine, le quali da una larghezza di 70m per le magre, arrivavano appunto a circa 130m per le piene.

Inoltre non bisogna dimenticare che il deflusso del Tevere a Roma era facilitato, rispetto alla situazione attuale, da una maggiore pendenza dell’alveo; infatti la foce del Tevere e la linea di costa erano ubicati circa 4 km più a monte, come testimonia ad esempio la posizione della città di Ostia con il suo porto. Però già l’imperatore Claudio (41 – 54 d.C.) dovette costruire un nuovo porto, che per problemi di insabbiamento fu poi sostituito all’inizio del II secolo d.C. dal nuovo porto costruito dall’imperatore Traiano, il quale aprì il canale di Fiumicino (Flumen Micinum) anche con l’intento di facilitare il deflusso delle acque a mare, come difesa dalle inondazioni.

A proposito dell’avanzamento della linea di costa è interessante notare (Bellotti, 1989 e 1994) come forse anche l’origine della città di Ostia sia legata a questi spostamenti. Infatti i resti più antichi noti di Ostia risalgono al V secolo a.C., mentre la sua fondazione viene indicata nei testi (Tito Livio e Plinio il vecchio) intorno al VII secolo a.C. Ciò ha fatto pensare ad alcuni studiosi che la prima Ostia fosse stata fondata più a sud, quando il Tevere si immetteva ancora in una laguna disposta parallelamente alla linea di costa, in prossimità di una comunicazione (fluviale) che la laguna stessa aveva con il mare nella sua parte meridionale. In effetti una conferma che il Tevere avesse una foce rivolta a sud della laguna è data dai resti di un paleoalveo identificato per la prima volta nelle foto aeree del 1911 e successivamente rinvenuto anche in alcuni sondaggi.

Le piene dal V al II secolo a.C. ci sono state tramandate da Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.) nella sua grande storia di Roma “Ab Urbe condita”, nei libri giunti fino ai nostri giorni, mentre le piene dal I secolo a.C. all’inizio del II secolo d.C. sono giunte a noi attraverso la “Storia Romana” dello storico greco Dione Cassio (155 – 235 d.C.). Completano le informazioni sulle piene del periodo romano le opere di altri autori come Tacito e Plinio (Remedia et alii, 1998). In alcuni anni si sono avute più piene (Remedia et alii, 1998): 2 piene nel 215 a.C. e ben 12 piene nel 189 a.C.

Due le piene del 60 e del 32 a.C. riprese da D’Onofrio (1980, pag. 134), dove è scritto che queste due piene insieme ad altre successive avrebbero contribuito a minare la solidità di Ponte Sublicio. Ventriglia, 1971 riporta una inondazione del Tevere a Roma, che sarebbe avvenuta nel 194 a.C., ma si tratta di un errore di attribuzione dell’anno, essendo infatti stata ripresa dalla stessa fonte (Tito Livio XXXV, 21, 5–6) della piena del 192 a.C., a cui sappiamo con certezza che Livio si riferisce. Un’informazione indiretta sulle piene di questo periodo viene fornita anche dall’archeologia. Infatti nella zona dell’attuale via della Lungara vi era la “Villa Farnesina” di età romana, così denominata perché scoperta sui terreni di proprietà della famiglia Farnese. La Villa Farnesina, i cui affreschi murali, che ne hanno permesso la datazione ora conservati al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo a piazza dei Cinquecento, è stata costruita tra il 30 e il 20 a.C. e poi abbandonata secondo gli archeologi a causa delle inondazioni del Tevere (probabilmente per le due piene avvenute nel 23 e nel 22 a.C.).

Per quanto riguarda infine il periodo precedente al V secolo a.C. esistono scarsissime informazioni. Luciani (1985) riporta una inondazione, nell’anno 749 a.C., Carcani (1893) riporta un’inondazione nel VII anno della storia di Roma, mentre Le Gall (1953) esclude che si possa vedere un’inondazione del Tevere nell’area dove sarebbe poi sorta Roma nella leggenda, legata alla nascita di Roma, della cesta contenente Romolo e Remo trasportata dal fiume.

Le piene dal Medio Evo a Roma capitale d’Italia

Nel presente lavoro per il periodo che va dall’anno 1000 all’anno 1870 sono state “riscoperte” alcune piene solitamente non riportate negli elenchi delle piene di questo periodo. Per il periodo tardo medievale D’Onofrio (1980) riporta le piene del 1475 e del 1488. Infatti a pag. 303 narra che il papa Alessandro VI Borgia in data 13 marzo 1488 tornando da San Gregorio al Celio trovò che l’acqua del fiume presso San Celso “arrivava fino al petto del cavallo e fino a coprire interamente i prati (di Castello) arrivando a circa un palmo e mezzo (30 cm circa) dalla lapide ricordo della piena del Giubileo passato (1475)”, indicando così che anche la piena del 1475 era stata di importanza tale da meritare una lapide ricordo. D’Onofrio C. (1980) riporta ancora a pag. 303 un’inondazione dell’anno 1305, ma si tratta probabilmente di un errore di stampa, che dovrebbe essere corretto in 1310.

Romano (1941) nel suo testo sul rione “Ponte” nel vol. I a pag. 18 riporta, ancora per il tardo medioevo, quanto segue: “Il 26 dicembre 1480 il Tevere raggiunse il < latus aedis sancti Celsi > (la chiesa era ancora nella piazza di Ponte), come conferma il diarista Pontani, il quale narra pure che alli 12 (marzo 1488) venne lo fiume alto, che arrivò al porticale di san Celso, et lo papa era andato a San Gregorio (al Celio) et non potette ritornare in palazzo”. Romano (1941) ancora nel suo testo sul rione “Ponte” nel vol. III a pag. 7-8 così narra a proposito di questa piena: “Il ponteficie (Giulio II Della Rovere, 1503 – 1513) venne indotto a prendere questo provvedimento perché il sacro tempio (la chiesa dei santi Celso e Giuliano) molto aveva sofferto per l’inondazione del marzo 1488”. Il provvedimento di cui si parla era la demolizione dell’antica chiesa dei santi Celso e Giuliano, l’ampliamento della piazza di Ponte (la quale era stata aperta nell’anno 1451 da papa Nicolò V davanti a Ponte S.Angelo, in riva sinistra, proprio nell’ambito della sistemazione di questo ponte) e della via de’ Banchi (oggi via del Banco di S. Spirito) e la ricostruzione della chiesa su questa via. La via de’ Banchi veniva chiamata anche “Canale di Ponte” perché durante le piene l’acqua vi si precipitava come in un vero e proprio canale. La piena del 1488, ora descritta, riportata da Romano (1941), è la stessa riportata anche in D’Onofrio (1980).

Ancora per il basso Medioevo e per il periodo successivo, Rendina (1999) nel suo libro sugli Anni Santi di recente pubblicazione, fornisce interessanti notizie circa tre piene avvenute tutte ovviamente in anni giubilari: nel novembre 1475, nel novembre 1500 e nel novembre 1700. A proposito della piena del 1475 così riporta a pag. 36: “Un enorme nubifragio colpì Roma a fine novembre, con l’inondazione del Tevere e una pestilenza, così che il papa prolungò il Giubileo fin alla Pasqua del 1476”. Quanto scritto da Rendina è in accordo con D’Onofrio (1980) e contrasta invece con Frosini (1977) che, come riportato in tab. 3, considerava per quest’anno (1475) solo un semplice allagamento.

Inoltre Rendina (1999) per la piena del 1500 così riporta a pag. 38: ”Verso la fine di novembre del 1500, in seguito alle piogge torrenziali, il Tevere straripò e provocò un’inondazione e mezza città fu un mare di fango; per questo la chiusura dell’Anno Santo fu spostata all’Epifania del 1501”. Che l’anno 1500 sia stato un anno meteorologicamente perturbato lo confermano anche Castiglioni e Saba (1957) nella loro “Storia dei papi”, quando raccontano che il 29 giugno di quell’anno “un ciclone svelse il tetto della sede papale, schiantò il soffitto, sconvolse il pavimento e lo stesso papa (Alessandro VI Borgia) rimase ferito”. Infine a proposito della piena dell’anno 1700, Rendina (1999) così riporta a pag. 58: “Si verificarono diverse calamità naturali con le piogge torrenziali, l’inondazione del Tevere e perfino un terremoto. La basilica di San Paolo divenne inagibile e la visita (giubilare) del 28 novembre era stata spostata nella basilica di S. Maria in Trastevere per 8 giorni”. Non essendo noto a Roma un terremoto nell’anno 1700, i danni della Basilica di San Paolo devono essere stati causati dalla piena, che quindi deve essere stata considerevole.

Inoltre Di Martino e Belati (1980) riportano che il Belli menzionava una lapide di un’inondazione, ubicata sulla via Flaminia avvenuta con la sede vacante. Secondo Di Martino la lapide si riferisce proprio alla piena del novembre 1700, ed infatti Clemente XI Albani (1700 – 1721) fu proclamato papa il giorno 30 novembre 1700 (Rendina, 1999). Il fatto che di questa piena (con straripamenti nella città di Roma sia nella zona nord, nella via Flaminia, sia nella zona sud, alla basilica di San Paolo) ci sia giunta notizia di una sola lapide, ci induce a pensare che sia avvenuta proprio in un periodo di sede vacante.

Lo stesso autore scrive che vi furono straripamenti (o forse escrescenze) annuali del Tevere a Roma dall’anno 1700 all’anno 1703, ma per le poche notizie raccolte, in tab. 3 sono stati riportati solo gli eventi del 1700 e del 1702. Le informazioni “inedite” ora riportate indicano che man mano che si scaverà negli archivi della storia di Roma (ed anche semplicemente tra i testi già pubblicati), si avranno sempre più notizie di piene ora sconosciute. Cosicché già ora non appare più vera la famosa affermazione dell’abate Bonini del 1666: “tra l’860 e il 1180, per ben 320 anni, non si sentì o non si sa che Roma sia stata inondata”. Infatti, Luciani (1985) riporta in tale periodo tre inondazioni negli anni 976, 1003 e 1170.

Le lapidi ricordo delle inondazioni.

A Roma le lapidi con indicazione del livello raggiunto dall’acqua durante le inondazioni sono distribuite un po’ dappertutto nella Roma antica, soprattutto dentro le Mura Aureliane (Di Martino e Belati, 1980; Bencivenga et alii; 1995). Antichi elenchi delle lapidi ricordo delle inondazioni sono stati ritrovati: uno in un manoscritto ora conservato nella Biblioteca Angelica (Celani, 1985) e un secondo (il codice Chigiano) conservato nella Biblioteca Vaticana. Il primo “censimento” delle lapidi ancora esistenti è invece di Maroni Lombroso, 1961.

La più antica di queste lapidi, giunta a noi integra, è del 1277 ed è situata nel rione Ponte all’Arco de’ Banchi nei pressi della chiesa di S. Celso e S.Giuliano; si ha inoltre memoria di una lapide (oggi scomparsa) dell’inondazione del 1180 presente un tempo nella stessa zona dei Banchi. Le lapidi più recenti si riferiscono all’ultima inondazione della città di Roma, avvenuta, come noto, nell’anno 1870 e sono numerose in molte parti basse della città (le uniche lapidi più recenti si riferiscono alle piene del 1900 e del 1937, ubicate nella chiesa di San Bartolomeo all’isola Tiberina, e sono ovviamente interne ai muraglioni). Le lapidi della piena del 1598 testimoniano, come già detto, il livello più alto raggiunto dalle acque del Tevere a Roma, con 19,56 m di altezza idrometrica a Ripetta. La qual cosa si evince bene osservando la facciata della chiesa della Minerva nei pressi del Pantheon, dove è possibile confrontare l’altezza della piena del 1598 con le altezze delle altre piene (piene del 1422, 1495, 1530, 1557 e 1870).

A proposito della piena del 1598 Di Martino e Belati (1980) ricordano che sono giunte ai nostri giorni ben 11 lapidi a ricordo di tale inondazione, tra cui quella presente in via S. Maria de’ Calderari a circa un metro e mezzo di altezza in prossimità dell’attuale via Arenula. Questa lapide, sebbene l’aspetto attuale del palazzo che la ospita è successivo alla data della piena (il portale d’ingresso è seicentesco), risulta molto interessante. Infatti la lapide è situata tra i numeri civici 27 e 28 di via S. Maria de’ Calderari (il civico 28 per giunta risulta trasformato in finestra) in un edificio attiguo alla chiesa di S. Maria del Pianto, di cui attualmente costituisce l’oratorio. Tale chiesa è stata demolita (forse anche a causa dei danni riportati nelle inondazioni del 1598 e del 1606) e poi ricostruita nella sua forma attuale nel 1612 nello stesso luogo (Armellini, 1891, pag. 570–1) della precedente chiesa cinquecentesca. Poiché sulla via S. Maria de’ Calderari vi sono altri edifici di età precedente alla piena del 1598, tra cui uno al civico 23/b, nella cui facciata ha inglobato i resti di un edificio romano imperiale, si può affermare che il piano stradale di via S. Maria de’ Calderari è attualmente circa lo stesso del 1598. Anche la lapide quindi sembra essere nella sua posizione originale e segna così il livello effettivamente raggiunto dall’acqua che fuoriusciva immediatamente a monte dell’isola Tiberina.

Il livello indicato dalla lapide è circa ad un metro di altezza sull’attuale via Arenula, all’altezza dell’incrocio con via S. Maria de’ Calderari; ciò indica l’imponente altezza raggiunta in riva sinistra dall’acqua che fuoriusciva dal fiume, probabilmente anche per l’effetto diga causato dal crollo delle tre arcate del Ponte Senatorio avvenuto in questa piena, dove tra l’altro erano sicuramente convogliati tutti i mulini ubicati a monte nei pressi dell’isola Tiberina. L’altezza dell’acqua ha raggiunto nella zona livelli tanto alti probabilmente anche per la difficoltà incontrata dall’acqua ad allontanarsi dal fiume stesso a causa della ristrettezza dei vicoli della zona, la via Arenula infatti fu aperta solo alcuni secoli più tardi, e rappresenta quindi un’altezza dovuta in parte anche a rigurgito.

Anche per la piena del settembre 1557 abbiamo informazioni indirette che ci indicano un livello elevatissimo delle acque di piena all’isola Tiberina. In tale piena è infatti crollata (Armellini, 1891) la facciata della chiesa di San Bartolomeo all’isola e fu staccata dal campanile della chiesa di San Giovanni Calibita, un’edicola sacra (Tesei, 1988), il cui lumicino votivo, secondo la tradizione, sarebbe rimasto acceso nonostante fosse stato sommerso dalle acque del Tevere. Una copia dell’edicola sacra (ora dedicata alla “Madonna della lampada del Tevere”) è posta attualmente alla base del campanile a ricordo del miracolo. La piena del settembre 1557 (avvenuta quando il ponte Senatorio era ancora integro) per aver portato via l’edicola sacra deve aver sormontato di almeno 1 o 2 metri il piano stradale di Ponte Fabricio.

Il nome “Arenula” deve la sua origine alle inondazioni del Tevere, la zona subito a monte dell’isola Tiberina infatti era frequentemente interessata dalle inondazioni del Tevere, tanto che in riva sinistra troviamo già nell’XI secolo il toponimo Arenula, che poi per sincopata corruzione (Romano, 1935) si trasformerà in Regola, attuale denominazione del rione. Inoltre alla stessa altezza in riva destra, in Trastevere, esiste tuttora via della Renella; sia il nome Arenula che il nome Renella derivano dalla sabbia che il Tevere depositava nelle strade durante gli straripamenti dal suo alveo. Anche la non più esistente via della Fiumara all’altezza dell’attuale Lungotevere Cenci, deve il suo nome (Brizzi, 1989) alle inondazioni del Tevere. Infatti questa via, ubicata tra Ponte Fabricio e la scomparsa via del Merangolo, era tra le prime ad essere invasa dalle acque delle piene del Tevere, che si riversavano poi nel ghetto.

Inoltre ancora a proposito delle lapidi ricordo è interessante notare come l’antica chiesa dei santi Celso e Giuliano sia ricordata (come riporta Romano, 1941 vol. III, pag. 7) in un documento dell’anno 1008 nel Registro Benedettino Sublacense, dove è così descritta: “Il sacro tempio si protendeva quasi all’imbocco del ponte (S. Angelo), era proceduto da un portico al quale si accedeva mediante gradini. Un anonimo seicentista ci fa sapere che presso la scala esisteva la più antica memoria pervenutaci integra di un’inondazione del Tevere (dell’anno 1277): è la stessa che oggi vediamo murata sotto l’arco de’ Banchi, quasi allo sbocco della via del S. Spirito, sul lato destro”.

Da quanto riporta Romano (1941) sembra probabile che l’antica chiesa dei santi Celso e Giuliano con la sua scalinata e il suo portico, avesse la funzione di ricordare il livello delle maggiori inondazioni nei primi secoli del II millennio, anticipando così di molti secoli il ruolo di memoria poi svolto dal porto settecentesco di Ripetta, infatti, come visto, abbiamo memoria della presenza, nel complesso della chiesa, delle lapidi delle piene del 1180, 1277 e 1475. Dopo i gravi danni riportati dalla chiesa, come visto, in seguito alla inondazione del 1488 (e forse anche del 1495), tale funzione fu svolta da Castel Sant’Angelo ubicato sulla riva opposta del fiume, dove sono tuttora conservate (anche se non in posizione originale) le lapidi di inondazioni successive alla piena del 1488, (anni 1495, 1530, 1598, 1606 e 1870).

Anche nella zona nord della città, presso la Porta del Popolo nelle Mura Aureliane sono tuttora conservate le lapidi indicanti il livello massimo raggiunto dall’acqua durante le maggiori inondazioni (anni 1530 e 1598). Infatti l’acqua proveniente dalla zona di Ponte Milvio (Di Martino e Belati, 980; Barberis et alii, 1991), si incanalava lungo la via Flaminia, giungeva nell’area di piazza del Popolo e proseguiva poi lungo la via del Corso (dove si univa all’acqua proveniente dalla zona di Ripetta) raggiungendo poi piazza Venezia. Lo stretto legame tra la Porta del Popolo e il Tevere è del resto confermato dal fatto che questa assunse per un certo periodo il nome di “flumentanea”. Infine una testimonianza indiretta del livello della piena del Tevere a Roma, è fornito per l’inondazione del 10 dicembre 1846, da uno splendido acquarello (Studio Ottocento, 2001) dipinto dal pittore svizzero Salomon Corrodi (1810 – 1892), dove è rappresentato il Tevere nella zona dei Prati di Castello.

Piena del dicembre 1937: Ponte Milvio visto da monte. (Foto Filippo e Saverio Bersani).

Le piene dal 1871 al 1920.

In seguito alla grande inondazione di Roma del 29 dicembre 1870 (con una portata al colmo stimata in circa 3300 m3/s) fu istituito ad opera del Ministero dei Lavori Pubblici un servizio di piena per misurare i livelli di piena nella città di Roma e a valle della stessa, in un certo numero di idrometri disposti nei ponti più importanti; tra questi vi era ovviamente anche l’idrometro di Ripetta, installato già dal 1821 (che fu poi sostituito durante la costruzione dei muraglioni nel 1893 da quello tuttora esistente situato in riva sinistra sui gradini subito a monte di Ponte Cavour).

Le osservazioni dei livelli di piena sono stati raccolti in volumi manoscritti: “Piene del Tevere a Roma dal 1870 al 1920” e sono ora conservati nella Biblioteca dell’attuale “Ufficio Idrografico e Mareografico di Roma”. Per quanto riguarda l’idrometro di Ripetta questi dati sono già stati in parte selezionati e pubblicati da altri autori: Min. Lavori Pubblici (1924), Frosini (1933) e Remedia (1998). I maggiori mutamenti all’interno del bacino avvenuti nel periodo 1871 – 1920 riguardano la città di Roma. Infatti nel periodo 1880 – 1890 sono stati costruiti i “muraglioni” nel tratto tra ponte Margherita e ponte Palatino, che sono stati poi completati in tutto il tratto urbano nel 1925; mentre contemporaneamente tra il 1870 e il 1890 venivano realizzati i due grandi collettori fognari paralleli al corso del Tevere in destra e in sinistra idrografica per lo smaltimento delle acque reflue. I due collettori scaricando nel Tevere all’altezza dell’attuale Grande Raccordo Anulare a sud di Roma, hanno definitivamente risolto il problema degli allagamenti della città per rigurgito dalle fogne.

Le piene dal 1921 al 2000.

Per lo studio delle piene nel periodo dal 1921 al 2000 si dispone sia delle misure di portata giornaliera alla stazione di Roma Ripetta, sia dei dati pluviometrici giornalieri su un grande numero di stazioni distribuite nell’intero bacino. Per tale periodo è quindi possibile mettere in relazione le piene del Tevere con le piogge che le hanno determinate. Per quanto concerne le portate alla stazione di Roma Ripetta, il Servizio Idrografico di Roma pubblica annualmente sugli “Annali idrologici” sia le altezze idrometriche giornaliere che le portate corrispondenti su un certo numero di stazioni di portata nel bacino del Tevere, tra cui appunto la stazione di Roma Ripetta. Per l’intero periodo in oggetto esistono infatti le scale di deflusso, sia pure con delle incertezze per le altezze idrometriche più elevate. Inoltre gli Annali idrologici riportano spesso per le maggiori piene un piccolo rapporto contenente informazioni sulla portata al colmo e la distribuzione delle piogge.

Estratto del volume “Le piene del Tevere a Roma dal V Secolo a.C. all’anno 2000″ di Pio Bersani e Mauro Bencivenga, Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento per i Servizi Tecnici Nazionali – Servizio Idrografico e Mareografico Nazionale, Anno 2001. Per gentile concessione Dr. Pio Bersani.

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Una risposta a “Le piene del Tevere a Roma dal V Secolo a.C. all’anno 2000

  1. alessandra benedetti

    6 dicembre 2013 at 22:42

    molto interessante e puntuale, senza essere pedante. mi sarebbe interessato un paragrafo sulle alternative alla realizzazione dei muraglioni (emissari del fiume tevere prima di entrare a Roma), che come si osserva dalle immagini della città prima della loro realizzazione, hanno letteralmente sconvolto la città….

     

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